
Sinodo luterano 2026, Thiele: «Siamo una sola Chiesa»
Sette anni di Kirsten Thiele come Vicedecana CELI: un cammino di equilibrio, comunicazione, diaconia e apertura verso nuove strade.
Stare tra due fuochi, senza perdere il filo
Nel 2019, quando fu chiamata a ricoprire l’incarico di Vicedecana della Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI), Kirsten Thiele disse una cosa che aveva il sapore di una resa dei conti anticipata con se stessa: «Non ho scelto io questo incarico, ma a volte Dio ci chiama al suo servizio».

Sette anni dopo, quella frase non si è consumata: è rimasta integra, e ha resistito all’usura del tempo e delle cose.
Il mandato di vicedecana è, per sua natura, un esercizio costante di equilibrio. In tedesco esiste l’espressione zwischen den Stühlen sitzen — stare seduto tra le sedie — che indica chi si trova sospeso tra due parti senza appartenere pienamente a nessuna delle due: l’equivalente italiano è stare tra due fuochi, e la metafora calza.
Il ruolo la colloca in una tensione precisa: da una parte pastora tra pastori e pastore, con la stessa prossimità quotidiana che tiene insieme una comunità; dall’altra, voce istituzionale della CELI nei confronti di quelle stesse persone e verso l’esterno.
«Da una parte sei collega, dall’altra parte rappresenti anche la CELI — e a volte questo camminare sul filo non è facile», confessa Thiele. Ma il filo, in questi anni, non si è spezzato.
Una voce sola, riconoscibile
Tra i cambiamenti più significativi del suo periodo in concistoro, Thiele ne individua uno con nettezza: la scelta di investire nella comunicazione.
«Eravamo tante realtà, tante comunità a volte senza legami», dice. Avere oggi una figura dedicata, capace di tessere i fili dispersi di una Chiesa presente in tutta la penisola, ha cominciato a trasformare la percezione che si ha della CELI — dentro e fuori la CELI stessa.
È un percorso di maturazione, in divenire quindi. Un cammino nel quale le comunità stanno sviluppando una consapevolezza nuova sia in relazione al contesto locale ma, soprattutto, nella dimensione più unitaria e generale.
«Siamo UNA Chiesa – dice – all’interno e anche al di fuori nella percezione degli altri»: una constatazione che, anche oggi, indica un programma che attende di realizzarsi pienamente.

L’ecumenismo che manca
Sul fronte del dialogo ecumenico, Thiele è lucida, senza indulgenza verso le semplificazioni consolatorie.
All’interno della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), dove comunque “c’è un cammino condiviso con le Chiese storiche della Riforma”, il peso specifico di altre realtà talvolta rischia di schiacciare la pluralità di questo spazio del protestantesimo in Italia: «L’impressione che si ha, come luterani, è che la nostra voce non venga veramente ascoltata».
La vera sfida – per la Vicedecana uscente – però, rimane legata al dialogo con le chiese libere, pentecostali: un dialogo «difficile, perché dall’altra parte l’esercizio dell’ascolto non si è finora ben sviluppato». Non un giudizio tranchant, ma la diagnosi onesta di un cantiere ancora largamente aperto e da esplorare.
Verso il quale si guarda comunque con interesse. Del resto i luterani, nel mondo e da anni, portano avanti un cammino congiunto luterano-pentecostale che ha finora prodotto risultati incoraggianti e interessanti.
Cosa tiene insieme le comunità della CELI?
“In Sardegna non avevo una comunità luterana: mi occupavo dei tedeschi che vivevano lì stabilmente o per qualche anno. Napoli è stata la mia prima comunità luterana nella CELI. E si, adesso Verona e Gardone”.

In questo lavoro di tessitura, di esperienze, conoscenze e ascolto, la Pastora Thiele intravede dei fili che si collegano.
“Uno è la lingua tedesca, che rimane, anche se la maggior parte del mio lavoro ormai lo svolgo in italiano”.
Ci sono ancora tante persone di lingua tedesca nelle comunità, “che si rallegrano del fatto di poter parlare anche la loro lingua quando serve”.
Ma, soprattutto sottolinea, è il filo della fede che ci tiene insieme: “espressa nella libertà che ci contraddistingue come luterani. La varietà delle comunità rispecchia la varietà delle nostre espressioni di fede. Questa grande libertà è proprio ciò che mi piace della confessione luterana”.
La diaconia come cammino con gli altri
I microprogetti finanziati dall’otto per mille luterano — che saranno presentati per la prima volta al Sinodo 2026 della CELI — rappresentano per Thiele l’esito di una riflessione maturata lentamente, attraverso tentativi falliti e aggiustamenti di rotta.
«La diaconia è sempre un punto cardinale nella vita e nell’incarico di una chiesa», spiega. Aprirsi alla società civile uscendo dalla ristrettezza delle singole comunità non è quindi una concessione alla moda del fare: è una forma autentica, e necessaria, di annuncio. «L’annuncio dell’amore di Dio va fatto sia all’interno — nei culti e negli incontri — sia all’esterno, con la diaconia».
Una diaconia della condivisione quella operata finora dalla CELI nell’ambito dei microprogetti che porta a riconoscere la realtà di non poter riuscire a far tutto direttamente non come un limite ma come una possibilità: aiutare chi può e sa fare e con cui è possibile condividere un cammino comune.
Alla fine, una parola
Quando le si chiede di condensare in un’unica parola ciò che questi anni le hanno consegnato, Kirsten Thiele non esita: Umiltà. Non come rinuncia, ma come postura: quella di chi ha guidato sapendo che il corpo di Cristo non si governa, si serve.
E il suo augurio a chi raccoglierà il testimone ha la stessa semplicità disarmante: «Spero tanto di aver lasciato uno spirito di libertà e apertura, anche a nuove strade, che abbiamo già cominciato a calpestare e sulle quali, con l’aiuto di Dio, sarà importante proseguire».