
Se la guerra piega le parole e anestetizza le coscienze
Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano ucciso dai nazisti, aveva già intuito: “Il silenzio di fronte al male è esso stesso male.”
È soltanto un nome?
Si chiama “Epic Fury” — furia epica — l’operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran. Il nome non è casuale. Henning Lobin, direttore dell’Istituto Leibniz per la lingua tedesca di Mannheim, lo spiega con precisione: ogni nome scelto per un’operazione militare vuole trasmettere qualcosa — risolutezza, intimidazione, orientamento dell’opinione pubblica interna.
Israele ha chiamato la propria operazione “Leone Ruggente“, con un richiamo esplicito alla Torah: ogni Paese attinge al proprio immaginario culturale per costruire il frame, la cornice dentro cui la guerra deve essere percepita.
Il meccanismo ha un nome tecnico in linguistica: framing. “Utilizziamo il framing ogni volta che vogliamo trasmettere determinate affermazioni, posizioni o atteggiamenti in forma molto concisa“, dice Lobin.
Una parola scelta bene basta a orientare la percezione di un intero evento. “Rabbia” evoca qualcosa di emotivo, fuori controllo, ma anche temporaneo — qualcosa che ha una fine. “Deterrenza” evoca razionalità, necessità, ordine. “Operazione” trasforma un bombardamento in una procedura.
Le parole cieche
C’è un paradosso nel linguaggio della guerra. Da un lato le parole si moltiplicano: comunicati, analisi, bollettini, strategie. Dall’altro si svuotano.
In ambito politico e militare non si parla quasi mai di rabbia, conflitto, violenza. Si parla di operazioni, misure, azioni, sicurezza, iniziative, liberazione. Termini che, secondo Lobin, “minimizzano gli eventi e fanno apparire le azioni militari come una procedura amministrativa“.
È quello che Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano ucciso dai nazisti, aveva già intuito: “Il silenzio di fronte al male è esso stesso male“.
Il rischio non è quindi la menzogna esplicita. È qualcosa di più sottile: il linguaggio che si raffredda, che smette di urtare, che anestetizza — fino a fare sembrare normale ciò che avrebbe dovuto restare per sempre inaccettabile.
Come Chiese della “Parola”, questa distorsione del linguaggio e, appunto, delle parole, fa un certo effetto.
Le sirene arrivano prima delle parole
In Israele le sirene arrivano prima di tutto. Prima delle spiegazioni dei governi, prima delle analisi militari che tentano di ordinare il caos in una sequenza di cause e obiettivi.
Il suono della sirena dice che bisogna correre nei rifugi più vicini. Stanze che fanno parte ormai delle case. Come gli alert delle app che avvertono del lancio dei missili configurano un fatto tragico nell’ennesimo avviso sullo smartphone e fanno così parte della vita quotidiana quanto le scuole e i supermercati.
A Beit Shemesh, cittadina poco fuori Tel Aviv, un missile iraniano ha ucciso nove persone riparate in un rifugio.
Nelle persone che fuggono e si rifugiano convivono sentimenti tra loro contrastanti. Dalla rabbia per quello che i Governi fanno, fino al desiderio di una vita normale.
Rigetto per i governi e convinzione che alcune guerre comunque arrivino. Che ci siano minacce rispetto alle quali la politica non abbia più il volto della decisione, ma quello del destino.
La cosa che preoccupa di più è la grammatica semplice e brutale che è già emersa: cancellare il nemico, pensare che la sicurezza coincida con la sparizione dell’altro.
La sceneggiatura delle guerre
In Cisgiordania, intanto, la guerra continua secondo un ritmo diverso — più opaco, fatto di episodi che raramente occupano il centro dell’attenzione internazionale.
E che vengono raccontati sempre meno e in maniera sfuggente, come se si trattasse di comparse in una sceneggiatura.
Incursioni, incendi, raccolti distrutti, notti interrotte. Persone che vivono e dormono con gli stessi vestiti e l’orecchio teso a riconoscere i rumori che annunciano l’arrivo di qualcuno.
Così i conflitti si allargano ed il linguaggio comincia a parlare di deterrenza, escalation, sicurezza regionale, e, alla fine, questa violenza scivola ai margini — come se appartenesse a un tempo minore, a una sofferenza laterale.
La mutazione più difficile da raccontare
Il linguista Lobin descrive il framing come uno strumento. Federico Montanari, semiologo della guerra, lo definisce ancora più nettamente: la guerra è un “sistema modellizzante“, capace di trasformare tutti gli altri sistemi di una cultura — il linguaggio, i valori, il modo di percepire lo spazio e il tempo. La guerra non è solo ciò che accade fuori. È ciò che entra dentro: nelle case, nelle scuole, nei corpi, nelle parole che si scelgono e in quelle che si smette di usare.
Ogni guerra promette di cambiare tutto. Il cambiamento più profondo, però, non coincide quasi mai con quello annunciato dai governi.
È più lento, più radicale. Riguarda il modo in cui una società si abitua all’inabitabile. Il modo in cui l’eccezione si deposita nelle abitudini fino a diventare paesaggio. Non il momento dell’esplosione — ma il lavoro lento con cui la guerra entra nella vita e ne ridisegna il perimetro, fino a fare sembrare naturale ciò che avrebbe dovuto restare per sempre inaccettabile.
La Bibbia ebraica conosce questo movimento. Susan Niditch, studiando le ideologie della guerra nell’Antico Testamento, identifica una tensione che attraversa i secoli: tra la guerra come sacrificio, come giustizia divina, come necessità, come astuzia del più debole.
Ogni epoca trova il suo modo di dare senso alla violenza. Il problema non è che ci siano giustificazioni. Il problema è quando le giustificazioni diventano così fluide da non richiedere più nemmeno di essere nominate. Quando la guerra smette di chiamarsi guerra. Quando “Epic Fury” suona come il titolo di un film d’azione. Quando le parole hanno già fatto il lavoro prima che le bombe vengano sganciate.