
Effetti collaterali: cristiani in Iran tra paura e speranza
Tra guerre, arresti e chiese clandestine, il cristianesimo in Iran cresce contro ogni previsione. Una testimonianza di fede sotto persecuzione.
Ciò che le statistiche non dicono
Il censimento ufficiale iraniano attribuisce al 99,5% della popolazione la fede islamica. È una cifra che dice tutto sullo Stato e nulla sulla società. Nel 2020, il GAMAAN — Gruppo per l’Analisi e la Misurazione degli Atteggiamenti in Iran — ha condotto un sondaggio digitale su quasi 40.000 iraniani residenti nel Paese.
Una scelta, quella del canale online, che consente “di cogliere ciò che gli iraniani pensano realmente della religione”, in un contesto in cui esprimere dissenso ha un costo personale altissimo.
I risultati fotografano un Paese radicalmente diverso da quello rappresentato dal regime: solo il 32% degli intervistati si è dichiarato musulmano sciita, la religione di Stato.
Il 22% ha affermato di non avere alcuna religione. L’1,5% si è dichiarato cristiano — una percentuale che, proiettata su una popolazione di 92 milioni, corrisponde a oltre un milione e trecentomila persone.
Tuttavia vi sono organizzazioin, come Elam Ministries e Transform Iran, che, invece, stimano i cristiani in Iran fino a tre milioni.
Libertà di scelta come apostasia
Comprendere questi numeri richiede di tenere presente il contesto in cui maturano.
In Iran, la conversione dall’Islam al Cristianesimo è considerata apostasia.
Perciò è severamente proibita. Chi la compie rischia il carcere, la tortura, in alcuni casi la pena di morte.
Le chiese clandestine vengono perseguitate. I cristiani vengono arrestati arbitrariamente e hanno il divieto persino di parlare della propria fede.
Eppure il cristianesimo in Iran è cresciuto in modo significativo proprio a partire dalla Rivoluzione islamica del 1979, quando i fedeli erano poche centinaia.
Cresciuto nonostante la persecuzione, ma — stando alle testimonianze — in qualche misura attraverso di essa.
La chiesa che testimonia in mezzo alla guerra
Le pressioni cui, tuttavia, i cristiani sono sottoposti in Iran non è certo migliorato con la guerra che Stati Uniti ed Israele hanno aviato contro l’Iran.
Già nel giugno 2025, la Guerra dei Dodici Giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025, cui si associava una crisi economica prolungata, le violente repressioni delle proteste di inizio 2026 in cui decine di migliaia di iraniani sono stati uccisi o incarcerati, hanno peggiorato la vita ai cristiani.
Nonostante tutto ciò, la resilienza delle Chiese cristiane ha continuato a resistere.
Con storie che, da questa parte del mondo potrebbero sembrare ingenue ma che, nel contesto iraniano, sono semi di speranza.
E parlano di solidarietà, missione, annuncio: di pace innanzitutto.
L’associazione che viene oggi fatta tra gli evangelici in Iran e gli Stati Uniti non è lusinghiera ed ha oggettivamente esposto i primi ad una diffidenza se possibile ancora più estesa.
Il silenzio che è sceso
L’esperto di diritti umani Martin Lessenthin, co-redattore dell’Annuario per la libertà religiosa, osserva dall’esterno una realtà che negli ultimi mesi è diventata quasi inaccessibile: dall’inizio del conflitto con Stati Uniti e Israele, qualsiasi contatto con il mondo esterno è diventato pericoloso.
Le comunità clandestine hanno sospeso i loro incontri. I gruppi WhatsApp sono stati abbandonati per paura delle Guardie Rivoluzionarie. “La vita ecclesiale si è sospesa“, dice Lessenthin.
I cristiani convertiti vengono stigmatizzati come “spie dell’Occidente”, “sionisti”, soggetti ad alto rischio per la sicurezza nazionale.
La nomina di Mojtaba Khamenei — figlio di Ali Khamenei — a nuova Guida Suprema è, nelle parole di Lessenthin, “un segno disastroso per le minoranze religiose.”
Le ricadute della guerra
Per le Organizzazioni che monitorano e supportano i cristiani in Iran, dall’inizio del conflitto, non si hanno più notizie di molte persone.
Alcuni sono probabilmente in prigione. Le loro famiglie non hanno notizie.
Una situazione disastrosa che la guerra non ha migliorato ma aggravato.
Sono gli effetti collaterali delle azioni militari: spesso si vuol guardare più all’effetto propagandistico, ma queste azioni hanno conseguenze concrete sulla vita delle persone.
E su quei gruppi che, da anni, avevano costruito un percorso di resistenza e forme di testimonianza che oggi semplicemente non sono più possibili.
Tuttavia, se oggi le chiese cristiane in Iran sono ancora più invisibili, questo non significa che siano inesistenti.
Questa esistenza, ostinata e silenziosa, è una delle testimonianze più radicali di fede del nostro tempo perché accompagna, già ora, la costruzione di una società nuova fondata su principi che nessuna guerra e nessun regime possono annientare.