
Una scuola ecumenica per l’economia di vita
A Panama una scuola ecumenica insegna l’economia di vita: venti leader di chiese imparano a leggere la finanza globale.
Imparare a leggere i numeri
Dal 17 al 29 agosto 2026, a Panama, venti persone provenienti da chiese di tutto il mondo passeranno due settimane a studiare economia. Non è un corso qualsiasi: si chiama Scuola ecumenica su governance, economia e gestione (GEM School), e il suo obiettivo è dichiarato — costruire alfabetizzazione economica dentro le chiese.
L’idea di fondo è che l’economia di vita cominci dal capire come funziona quella che c’è. Perché le chiese parlano spesso di povertà, di debito, di disuguaglianza, ma raramente hanno gli strumenti tecnici per intervenire nel dibattito con cognizione di causa. La GEM School nasce per colmare questo scarto: dare a leader laici e ordinati il linguaggio, i modelli e gli argomenti per farsi ascoltare dove si decide.
Cinque Organizzazioni, un programma comune
La scuola è organizzata congiuntamente da cinque organismi cristiani mondiali: la Federazione Luterana Mondiale (LWF), il Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC), la Comunione Mondiale delle Chiese Riformate (WCRC), il Consiglio Metodista Mondiale (WMC) e il Consiglio per la Missione Mondiale (CWM).
Fa parte dell’iniziativa per una Nuova Architettura Finanziaria ed Economica Internazionale (NIFEA), nata proprio dalla collaborazione tra questi cinque soggetti per spingere le chiese verso società più giuste, solidali e sostenibili.
Studi e impegno
Il programma è più impegnativo di quanto il nome lasci intendere.
Si parte dai fondamenti teologici della giustizia economica — perché teologia ed etica hanno a che fare con la vita economica — e si passa poi a una comprensione di base del pensiero economico dominante.
Il passo successivo è imparare a relativizzarlo: riconoscere che i metodi e i presupposti dell’economia non sono leggi di natura, ma costruzioni storiche, contestuali, umane, discutibili.
Si allarga così lo sguardo agli approcci ecologici, femministi e pluralisti, fino alle implicazioni pratiche: come le chiese possono agire, dove, con quali argomenti.
L’economia è una questione di pace
La presentazione dell’edizione 2026 è così molto chiara: costruire un’economia di pace comincia dal comprendere come l’ingiustizia economica, il degrado ecologico e la disuguaglianza contribuiscano ai conflitti.
Non è una connessione ovvia, anche se spesso è ripetuta, ma è documentata.
Le guerre non nascono solo dalle armi: nascono da terre sottratte, da debiti impagabili, da risorse concentrate in poche mani. Chi lavora per la pace senza guardare all’economia lavora soltanto sulla superficie. Così spesso i risultati sono precari, labili, non duraturi.
L’edizione dello scorso anno si era tenuta a Seoul, in Corea del Sud. Quest’anno tocca a Panama — un paese che di flussi finanziari e di canali, in senso letterale e figurato, sa qualcosa.
Le chiese non governano l’economia mondiale, e non pretendono di farlo. Ma possono decidere se restare spettatrici o imparare la lingua in cui si discute del destino di miliardi di persone.