
Sinodo 2026 Péter Kondor (Ungheria): la nostra speranza è in Cristo
Il vescovo luterano Péter Kondor riflette sul ruolo della Chiesa ungherese dopo le elezioni che hanno posto fine all’era Orbán.
Dopo sedici anni, un’altra Ungheria
Il 12 aprile 2026 l’Ungheria ha vissuto le elezioni più significative dalla caduta del comunismo nel 1989.
Con un’affluenza record del 79,6%, il partito Tisza guidato da Péter Magyar ha ottenuto una vittoria schiacciante, conquistando una maggioranza di due terzi in parlamento e ponendo fine ai sedici anni di governo di Viktor Orbán.
Magyar ha detto alla folla dei sostenitori che insieme avevano “liberato l’Ungheria“. In questo passaggio storico, la voce delle chiese — a lungo intrecciate con il potere politico in modi diversi e non sempre limpidi — torna a essere una questione aperta.
Il vescovo Péter Kondor, vicepresidente e guida della Diocesi Meridionale della Chiesa Evangelica Luterana in Ungheria, risponde con pacatezza e la precisione teologica di chi sa che il Regno di Dio non dipende dai risultati elettorali.

Uno spazio dove ascoltare insieme
“In una società divisa, è particolarmente importante che la Chiesa non diventi parte della divisione“, afferma Kondor.
“La nostra vocazione è essere uno spazio dove persone con visioni diverse possano ascoltare insieme la Parola di Dio, pregare insieme, e scoprire che ciò che ci unisce in Cristo è più profondo di ciò che ci divide nella vita pubblica. La Chiesa resta credibile quando non etichetta le persone, ma accoglie ciascuno come figlio amato di Dio“.
La missione della Chiesa non può essere selettiva: “Gesù non ha chiesto a nessuno da che parte stesse prima di parlargli — e neppure noi possiamo farlo“.
Mantenere una voce profetica — sulla dignità umana, sulla giustizia, sulla pace — richiede coraggio, “ma lo facciamo non nel giudizio, bensì nello spirito di Cristo: con umiltà, autoriflessione e fiducia che lo Spirito di Dio è all’opera nei cuori“.
La conclusione è perciò chiara: “La speranza della Chiesa non è legata agli sviluppi politici. Possono esserci svolte storiche, ma il Regno di Dio non dipende dai risultati elettorali. Questa speranza ci dà libertà: parlare non per paura o per interesse, ma per amore“.
Dopo lo scandalo, la verità
Il 2024 aveva lasciato ferite aperte. Le dimissioni della presidente Katalin Novák per aver graziato una persona condannata per aver insabbiato un caso di pedofilia, il coinvolgimento di Zoltán Balog — leader della Chiesa Riformata d’Ungheria e già ministro del governo — e le sue successive dimissioni dalla guida ecclesiastica avevano investito l’intera percezione pubblica delle istituzioni cristiane nel paese.
Kondor non si sottrae: “In tempi di scandalo, la Chiesa non può evitare un onesto esame di coscienza. Dobbiamo riconoscere con umiltà che la debolezza e il peccato umano possono essere presenti anche nella Chiesa. È doloroso, eppure tutto ciò ci richiama ancor più a tornare a Cristo, che non nasconde le ferite ma le guarisce“.
La risposta a una crisi di fiducia è “spirituale e pratica insieme: pentimento, preghiera e un impegno chiaro per la verità. Non cerchiamo di relativizzare, ma affermiamo che la protezione dei vulnerabili, la dignità di ogni essere umano e la responsabilità non sono negoziabili“.
Kondor sottolinea tuttavia che nelle istituzioni luterane ungheresi “esistono da decenni solidi sistemi di salvaguardia, con strutture di monitoraggio e segnalazione in continuo sviluppo“.
E conclude: “La nostra credibilità non poggia sulla nostra perfezione, ma su Colui al quale apparteniamo. La Chiesa resta una luce quando non difende sé stessa, ma si allinea a Cristo — che è insieme verità e grazia“.
Europa: non distanza, ma dialogo
L’Ungheria è stata definita dal Parlamento europeo un regime ibrido di autocrazia elettorale dal 2022. In questo contesto, come si posiziona una Chiesa luterana?
Kondor ha partecipato personalmente, nel giugno 2024, a una delegazione ecumenica che ha incontrato il vice primo ministro Zsolt Semjén durante la presidenza ungherese del Consiglio dell’UE. “La vera questione per noi non è distanza o vicinanza, ma se esista un dialogo vivo“, spiega. “L’Europa non è soltanto una struttura istituzionale, ma anche un patrimonio spirituale e culturale condiviso, di cui la Riforma è parte integrante“.
Una Chiesa luterana “può essere fedele alla propria comunità nazionale e aperta alla solidarietà europea. Non sono opposti. La fede ci insegna che l’identità non ci chiude, ma ci rende responsabili — verso la nostra comunità e verso gli altri“.
In un contesto in cui cresce l’euroscetticismo, “è particolarmente importante che la Chiesa preservi uno spirito di apertura e di ascolto. Non ripetiamo giudizi politici, ma affermiamo che la dignità umana, la pace e la cooperazione vanno oltre i confini“.
Le mani del Vangelo
La Chiesa luterana ungherese gestisce quaranta strutture diaconali che assistono oltre ottomila persone: anziani, persone con disabilità, senzatetto, persone con dipendenze. “La diaconia non è semplicemente lavoro sociale, ma l’espressione tangibile del Vangelo“, afferma Kondor.
“Quando la Chiesa serve più di ottomila persone, l’amore di Cristo diventa visibile — al di là delle categorie politiche“.
Un’eredità importante è la testimonianza di Gábor Sztehlo, il cui Vangelo delle mani (“A kezek evangéliuma”) ricorda che la fede deve rendersi visibile nell’azione.
“Durante l’Olocausto, salvò centinaia di bambini ebrei; dopo la guerra, protesse i figli di ufficiali militari perseguitati — senza mai chiedere chi fossero, vedendo soltanto il loro bisogno“.
In una società in affanno, questo conferisce alla diaconia un peso particolare: “Non chiediamo alle persone cosa pensano, ma come possiamo stare accanto a loro. Questa è la nostra testimonianza: che la dignità umana viene prima di ogni etichetta“.
Una parola per i luterani italiani
Kondor rivolge un messaggio diretto alla CELI, in vista del prossimo Sinodo: “La vita di una Chiesa in diaspora è insieme una sfida e un dono. Ci chiama a non fare affidamento sui numeri o sull’influenza, ma su Cristo soltanto“.
Anche in Ungheria, all’interno di una società a maggioranza cattolica e tra i protestanti stessi — dove la Chiesa Riformata è molto più grande — i luterani vivono come minoranza. “Ma questa non è debolezza: è l’opportunità di indicare Cristo con maggiore chiarezza. Non abbiate paura della diversità. Le differenze culturali e linguistiche possono arricchire la comunità quando sono raccolte attorno a Cristo“.
Perciò: “Restate fedeli nelle piccole cose: nella preghiera, nella comunità, nella fede vissuta. Dio agisce spesso nel modo più profondo attraverso ciò che sembra piccolo e fragile“.
Dove Cristo è presente, lì c’è un futuro
“La speranza, per me, non nasce dalle circostanze, ma da Cristo”, riflette Kondor.
“Non ci ha promesso una strada facile — Lui stesso fu rifiutato e abbandonato — e ha detto ai suoi discepoli che non sarebbero sempre stati compresi. Eppure c’è una libertà singolare in questo: vivere, se necessario, come folli a causa di Cristo” (“μωροὶ διὰ Χριστόν”, 1 Cor 4,10).
La forza viene dagli incontri: “Le comunità, i colleghi, le persone nel bisogno, in cui la presenza silenziosa di Cristo si rende visibile. La preghiera e la Scrittura mi sostengono, mantengono il mio sguardo orientato non dalla paura, ma dal Vangelo“.
Incontri, come quelli con i partner palestinesi, che creano relazioni e consapevolezza: momenti “delicati, poiché spesso sono caratterizzati da tensioni storiche e politiche, ma ci ricordano che la pace e la dignità umana vanno oltre i confini confessionali“.
La speranza, conclude, “non è ingenuo ottimismo, ma fiducia profonda: che Dio è fedele, e che in Cristo il futuro è già iniziato. Dove la pace di Cristo è presente, lì c’è davvero un futuro“.