
Natalie Abudayyeh: processo rinviato a settembre
Natalie Abudayyeh resterà in carcere fino al 23 settembre: il vescovo Haddad chiede libertà, giustizia e una visita familiare.
Un altro rinvio, un’altra attesa
Natalie Abudayyeh resterà in carcere ancora due mesi.
In queste ore il tribunale militare israeliano ha fissato la prossima udienza: il 23 settembre.
Un altro rinvio, dopo quasi due mesi già trascorsi dietro le sbarre per questa studentessa di ventun anni, membro della Chiesa Evangelica Luterana in Giordania e Terra santa (ELCJHL).
Il vescovo Imad Haddad lo ha scritto con parole che non nascondono lo sconforto: nonostante le voci di chi ha chiesto la sua liberazione in queste settimane, quelle voci non sono state ascoltate.
Nessuna richiesta accolta
Nessuna delle richieste della famiglia ha trovato risposta.
Negata nuovamente la cauzione per la durata del processo.
Negate ancora le visite — a chi vorrebbe soltanto vedere il suo viso, sentire la sua voce, sapere che quel corpo di ventun anni sta ancora respirando dietro le sbarre del carcere di Damon, dove secondo diverse testimonianze le detenute subiscono condizioni durissime e ripetute violazioni dei diritti umani.
Il vescovo Haddad parla di una famiglia esausta, provata, la cui speranza è duramente messa alla prova.
E lega la vicenda di Natalie a un quadro più ampio: quello che definisce un pattern sistematico di pressioni israeliane sulle università palestinesi, un ulteriore tassello di un’occupazione che soffoca la vita palestinese e spinge i giovani a considerare di lasciare la propria terra.
Un versetto come mandato
Il vescovo chiude il suo messaggio con una citazione del Vangelo di Luca: «Mi hai mandato a proclamare la libertà ai prigionieri, e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi».
Una citazione che non vuole essere un conforto astratto, ma come mandato — quello che Cristo si è dato a Nazaret, quello che ora la sua chiesa reclama per una ragazza che studiava giornalismo e giocava a calcio nella nazionale palestinese, prima che qualcuno decidesse che la sua vita dovesse fermarsi qui.
Continuare a nominarla
Il vescovo chiede, come minimo, che a un familiare o a un rappresentante della chiesa sia permesso far visita a Natalie, e che la richiesta di rilascio su cauzione venga riconsiderata.
Chiede di continuare a pregare, e di continuare a far sentire la propria voce.
Continuiamo a nominarla. Non perché il nome basti a liberarla, ma perché il silenzio, in casi come questo, è già una forma di resa — e i luterani non sono disposti a rassegnarsi.