
Il cantore teologo: Paul Gerhardt a 350 anni dalla morte
Come fare teologia cantando: Paul Gerhardt, 350 anni dopo, è ancora il più grande cantore della tradizione luterana.
Oggi, 350 anni fa
Paul Gerhardt, 350 anni dopo — il 27 maggio 1676, moriva a Lübben, nel Brandeburgo, uno degli autori di inni più importanti della tradizione cristiana. Pastore luterano, poeta in lingua tedesca, Gerhardt ha lasciato circa 140 testi innologici che ancora oggi campeggiano nell’Evangelisches Gesangbuch, il libro dei canti della chiesa protestante tedesca.
Inni che molti luterani conoscono a memoria, che si cantano in chiesa e in famiglia, che nei momenti di dolore o di gioia tornano in mente come vecchi amici fidati.
«Come fare teologia cantando» — è la domanda cui Paul Gerhardt ha tentato di rispondere con tutta la sua opera.
Perché gli inni di Gerhardt non sono semplicemente canzoni devote: sono teologia sistematica resa accessibile a chiunque sapesse aprire la bocca e cantare.
Lutero aveva capito che la musica è uno strumento teologico di primaria importanza — «la musica è il dono di Dio, non dell’uomo», aveva scritto. Gerhardt ne fu il compimento poetico più alto.
Tre teologie in forma di canto
Nei suoi circa 140 inni si possono distinguere almeno tre movimenti teologici distinti, ciascuno con una propria identità.
Il primo è la teologia della creazione. Uno dei suoi inni estivi più celebri è una meditazione sul creato come dono gratuito e grazia non meritata: i fiori, gli uccelli, l’aria, la luce — tutto parla di un Dio che non smette di elargire favori e benevolenza alle persone.
Non è ottimismo romantico: è sola gratia tradotta in immagine visiva, la grazia che precede ogni merito e che si manifesta nel mondo ordinario, nelle cose che ci circondano ogni giorno.
Il secondo è la teologia della croce. Negli inni della passione — tra i più noti della tradizione luterana — Gerhardt porta il fedele davanti al Cristo sofferente non come spettatore, ma come partecipante.
La croce non è un evento remoto: è il punto in cui Dio si avvicina alla condizione umana fino a toccarla dall’interno. È la teologia crucis resa viva e poetica.
Il terzo è la teologia della fiducia escatologica — non la fuga dal mondo, ma la certezza che il mondo, con tutta la sua opacità, è tenuto in mano da qualcuno.
I suoi inni serali e mattutini ne sono l’espressione più quotidiana: la notte che scende, il corpo che si affida al riposo, il mattino che torna — piccoli atti liturgici del tempo ordinario.
Bach come amplificatore
Johann Sebastian Bach, nato 9 anni dopo la morte di Gerhardt, costruirà proprio alcune delle grandi composizioni sulle Passioni sugli inni gerhardtiani.
La Matthäus-Passion (Passione secondo Matteo, BWV 244) li incorpora come colonne portanti: là dove la narrazione evangelica si ferma, arriva il canto della comunità — e quella voce è spesso Gerhardt.
Non è un dettaglio biografico: è la prova che l’inno funziona come teologia pubblica, come modo in cui una comunità elabora, metabolizza e confessa la propria fede nel tempo della storia.
Un principio fermo
C’è anche un’altra ragione per ricordare Gerhardt oggi, che va oltre gli inni.
Quando l’Elettore del Brandeburgo — di confessione riformata — cercò di imporre ai pastori luterani posizioni di compromesso confessionale, Gerhardt rifiutò.
Perse la parrocchia. La sua comunità insorse, i falegnami e i muratori della Nikolaikirche tra i primi.
Ma lui non cedette. Non per rigidità, ma per chiarezza: sapeva che l’identità non si negozia, e che il dialogo vero richiede interlocutori che sappiano chi sono.