
Conflitti in Medio Oriente: l’appello dei luterani in Terra Santa
Il vescovo luterano Imad Haddad richiama Isaia 2:4 e chiede preghiera, responsabilità e pace giusta in Terra Santa.
L’appello del vescovo luterano Imad Haddad
«Spezzeranno le loro spade in vomeri… e non impareranno più la guerra» (Isaia 2:4).
Con questa parola profetica, pronunciata come una soglia morale e spirituale, il vescovo Dr. Imad Haddad ha parlato ai partner internazionali della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa (ELCJHL), in un momento segnato da una nuova escalation di violenza e da un clima di paura diffusa.
Il messaggio nasce dentro la Quaresima, stagione cristiana che richiama alla conversione, alla verità e alla prossimità.
E proprio per questo suona più tagliente: quando la guerra torna a imporsi sui ritmi quotidiani, non “aggiunge” solo un conflitto a un conflitto.
Aggiunge pressione, restrizioni, trauma, assedio interiore. Le famiglie diventano ansiose, le comunità si irrigidiscono, la vita ordinaria si spezza ancora una volta. Secondo Haddad, nessun popolo è creato per vivere sotto il suono della guerra, perché la guerra non è la vita che Dio vuole per l’umanità.
Mai abituarsi alla violenza
Nel testo, il vescovo non cerca formule diplomatiche. Chiama le cose per nome: la scelta ripetuta della guerra è un fallimento della responsabilità umana davanti a Dio.
Ogni escalation restringe lo spazio in cui può respirare la dignità umana, mentre “calcoli politici” e “narrazioni di sicurezza” rischiano di oscurare ciò che per la fede cristiana è non negoziabile: il valore sacro della vita.
La prospettiva è dichiaratamente quella di un contesto cristiano palestinese che parla dal proprio dolore senza consegnarsi alla disperazione.
La Chiesa, dice Haddad, è chiamata a predicare il Vangelo della riconciliazione, non come parola astratta, ma come opera “dura e santa” tra persone e comunità ferite.
La preghiera non sia alibi
Uno dei passaggi più forti è l’avvertimento rivolto ai partner: pregare con fervore è necessario, ma la preghiera non può diventare un sostituto della responsabilità.
In altre parole, la spiritualità non è una scorciatoia per evitare la storia. La fede cristiana, quando è fede, chiede anche scelte pubbliche: stare con chi è afflitto, sostenere con tenacia una pace giusta, contestare i discorsi politici che rendono “inevitabile” una guerra senza fine.
È una linea che parla con chiarezza anche alle Chiese europee. La pace non si riduce a una tregua cosmetica. La Chiesa non può accontentarsi di richieste di calma superficiale, soprattutto quando la “calma” significa soltanto conflitto amministrato e sofferenza normalizzata.
Diakonia un’urgenza che cresce
Haddad collega l’appello alla situazione concreta delle comunità che la ELCJHL serve ogni giorno: difficoltà economiche, instabilità, paura.
La nuova escalation in Iran aggrava tutto e rende più urgente il lavoro di diakonia, cura pastorale e risposta umanitaria, in un contesto dove le risorse sono limitate e la domanda cresce.
Per questo Haddad chiede di camminare accanto alla Chiesa in Terra Santa con un impegno rinnovato, attraverso preghiera, advocacy e partnership generosa.
Questo appello ha un peso particolare perché proviene da un pastore che la comunione luterana conosce bene.
Il Rev. Dr. Imad Mousa Dawood Haddad è stato eletto vescovo della ELCJHL dal Sinodo e ha assunto il ministero nel gennaio 2026, succedendo a Sani Ibrahim Azar.
Pace non “gestione della guerra”
Il testo di Haddad insiste su una parola che spesso si evita perché costa: pace giusta.
Non la quiete della gestione della guerra, della normalizzazione della guerra, ma una pace che trasforma cuori e strutture, e che restituisce respiro alla dignità umana.
In Quaresima questa è una disciplina spirituale: scegliere la vita, dire la verità, camminare nella via di Cristo, Principe della Pace.
Per le Chiese luterane, questa presa di posizione non è un gesto “politico” in senso riduttivo. È un atto evangelico. È la confessione che la vita viene prima della forza, che la dignità non è negoziabile, che la speranza cristiana non è rassegnazione, ma responsabilità.