
Chiese e politica: un dibattito che ritorna
Da Würzburg agli USA fino all’Italia: il dibattito su chiesa e politica divide i cristiani in tutto il mondo.
La domanda che non invecchia
È una domanda che ha attraversato ogni epoca della storia cristiana, perciò, di fatto, non è mai scomparsa: quanto può essere politica la chiesa?
Al 104° Katholikentag di Würzburg, chiusosi il 17 maggio 2026 con oltre 30.000 partecipanti, la questione è tornata a dividere.
Julia Klöckner, presidente del Bundestag (CDU), ha ripetuto la sua obiezione: le chiese si impegnano troppo nella politica quotidiana, dovrebbero concentrarsi sulla trasmissione della fede.
Il vescovo luterano Heinrich Bedford-Strohm, ex presidente della EKD e oggi presidente del Consiglio Ecumenico delle Chiese, ha invece ribadito che «le chiese non si lasceranno tappare la bocca da nessuno, quando si tratta di difendere pubblicamente la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato».
E ancora: «Chi apprezza l’impegno politico della chiesa solo quando rafforza i propri obiettivi, ha frainteso qualcosa di fondamentale nel Cristianesimo».
Un controverso dibattito globale
Ma quella di Würzburg è solo l’ultima puntata di un dibattito che, a seconda del contesto geografico e culturale, cambia volto in modo radicale.
Negli USA, ad esempio, una ricerca del Pew Research Center pubblicata nel maggio 2026 rivela che il 37% degli americani percepisce un aumento dell’influenza della religione in politica — 19 punti percentuali in più rispetto al 2024, all’inizio dell’era Trump.
Il 17% vorrebbe dichiarare il Cristianesimo religione di Stato. Tra i protestanti bianchi evangelicali, l’85% vorrebbe una legislazione basata sulla Bibbia.
È un’altra domanda, speculare e opposta a quella europea: non se la chiesa possa parlare di politica, ma se la politica possa parlare per la chiesa — o diventare addirittura essa stessa la chiesa.
In Svizzera, la Chiesa Evangelica Riformata (EKS) si è trovata al centro di polemiche quando ha preso posizione contro la cosiddetta SRG-Halbierungsinitiative, che avrebbe dimezzato i fondi al servizio pubblico radiotelevisivo.
La critica era già nota: le chiese si occupino di anime, non di iniziative popolari.
La risposta del teologo Stephan Jütte è stata ferma: la chiesa non è un’autorità morale al di sopra della società, ma parte della società civile democratica — una delle molte voci che portano esperienze concrete nel dibattito pubblico.
«La chiesa parla non perché possieda certezze morali, ma perché la democrazia vive di voci che si assumono la responsabilità delle condizioni comuni della vita pubblica».
Una voce responsabile
Per Martin Lutero Dio governa il mondo in due modi — attraverso il Vangelo, che riguarda la salvezza, e attraverso la legge e la ragione, che reggono la vita civile.
I due ambiti sono distinti, ma non separati: la chiesa non governa lo Stato, e lo Stato non governa la chiesa.
Da qui nasce una voce profetica, perciò responsabile, che non può essere ridotta a partitica — non dice come votare, non sostiene partiti — ma ha il dovere di ricordare ai potenti la giustizia che devono ai più deboli.
È una tradizione che va da Lutero alla Barmer Erklärung del 1934, con cui la chiesa confessante tedesca rifiutò l’asservimento al nazismo.
Una voce che in certi momenti storici non è un’opzione, ma un dovere.
“La democrazia non è più scontata”
È in questo solco che si inserisce il testo pubblicato dalla VELKD (Chiesa Evangelica Luterana Unita in Germania) in aprile 2026, in occasione del 77° anniversario della Legge fondamentale tedesca (Costituzione, ndr): “Ben fondata. Una parola delle chiese luterane sulla democrazia”.
Il vescovo luterano e Presidente della VELKD, Ralf Meister lo ha ribadito senza troppi fronzoli: «La democrazia non è più scontata. L’universalità dei diritti umani è messa in discussione da numerosi attori. Il fatto storico che le chiese in passato abbiano fallito di fronte a simili minacce ci obbliga ancor di più ad agire».
Dal Katholikentag, Meister ha richiamato anche la «responsabilità comune delle chiese cristiane per un mondo lacerato» — una responsabilità che non si esercita dal di sopra della società, ma stando dentro di essa.
Non è una domanda nuova
Vale la pena ricordarlo, perché le domande antiche ritornano sempre vestite da urgenze contemporanee.
Nel 1987, l’allora ministro federale Wolfgang Schäuble, all’Accademia evangelica di Loccum, tenne una conferenza dal titolo già eloquente: “Die Macht der Religion in der Politik” — il potere della religione nella politica.
Era la Germania del dopoguerra che si interrogava sui confini tra fede e sfera pubblica, tra pulpito e parlamento.
Undici anni dopo, nel 1998, il giornalista Robert Leicht pubblicò per la EKD quello che rimane forse il punto fermo più nitido di questo dibattito: «Il ruolo decisivo della chiesa nella politica è che essa sia chiesa. E rimanga chiesa. E lo diventi sempre di nuovo».
Non un programma elettorale, non un’alleanza con il potere — ma una presenza che, restando fedele a sé stessa, interroga e illumina il mondo che la circonda.
Del resto, la EKD aveva già affrontato il tema nel 1985 con la sua Demokratie-Denkschrift: la democrazia come la forma di Stato che meglio corrisponde alla dignità umana nel senso cristiano — non perché sia una forma sacra, ma perché è quella che la rispetta di più.
Quarant’anni dopo Schäuble, la domanda è la stessa. Le risposte si affinano, ma non si esauriscono.
La linea sottile — e perché vale la pena tracciarla
La distinzione che emerge da tutti questi contesti è una sola: la chiesa non è né un partito né uno strumento di potere, né deve ambire a diventarlo.
Il rischio statunitense — una religione che vuole dettare la legislazione — è il rovescio simmetrico del rischio europeo — una chiesa che si auto-esclude dal dibattito pubblico per paura di essere accusata di ingerenza.
Entrambe le tendenze tradiscono la vocazione profetica: non il potere sulla politica, ma la libertà di parlare alla società e quindi anche alla politica. Non la teocrazia, ma la testimonianza.
Anche in Italia, la CELI ha in questi anni provato a percorrere questa strada: consapevole dei rischi che questo dibattito può suscitare: guerra, povertà, accoglienza, non sono tuttavia temi neutri.
Del resto il Vangelo non è mai stato una questione privata. Abita il mondo, le strade, le famiglie, le crisi — e una società attraversata dalla polarizzazione ha bisogno di chiarezza ma anche di cura. Non sono cose che si escludono.