
Verso i 2000 anni della Pasqua: ’30 o ’33?
Il teologo luterano Florian Wilk spiega perché l’anno 30 è la data più probabile della crocifissione, in vista dei prossimi 2000 anni.
Una data incerta, un evento fondamentale
Papa Leone XIV ha annunciato un Anno Santo per il 2033, in memoria del 2000° anniversario della crocifissione di Gesù.
La scelta è comprensibile sul piano simbolico. Sul piano storico, però, è contestabile: la maggior parte degli storici che studiano la vita di Gesù indica come anno più probabile il 30 d.C., non il 33.
A richiamare l’attenzione su questo scarto è Florian Wilk, teologo luterano e professore di Nuovo Testamento all’Università di Göttingen.
In un intervento all’Evangelical Press Service richiama l’attenzione non su una disputa polemica ma sulla prospettiva ecumenica dell’evento.
“Un evento così fondamentale dovrebbe assolutamente essere celebrato ecumenicamente“, ha dichiarato. Ma la questione della datazione merita di essere affrontata con onestà, anche quando non offre certezze definitive.
Pilato e il calendario ebraico
Alcuni elementi sono storicamente solidi. Gesù fu giustiziato sotto Ponzio Pilato, prefetto della provincia romana di Giudea dal 26 al 36 d.C.
Questo evento fissa il perimetro temporale. All’interno di quel decennio, i Vangeli offrono ulteriori indicazioni: la crocifissione avvenne intorno alla Pasqua ebraica, di venerdì.
Su entrambi questi punti i quattro Vangeli concordano.
La difficoltà nasce da una divergenza interna: secondo Giovanni, Gesù morì il 14 di Nisan, il giorno prima della festa; secondo i Sinottici, il 15, il giorno stesso.
Wilk propende per la cronologia giovannea: “Un’esecuzione nel giorno stesso della festa avrebbe potuto facilmente provocare una rivolta e non sarebbe stata quindi nell’interesse dei Romani”
Un’esecuzione il giorno della vigilia, invece, si inserisce con maggiore coerenza nella logica del potere romano.
Calcolando gli anni in cui il 14 di Nisan cadde di venerdì, le ricerche astronomiche indicano tre date possibili: 2027, 2030 e 2033 d.C.
Per escludere il 27 e orientarsi verso il 30, Wilk considera altri dati evangelici: la nascita di Gesù durante il regno di Erode il Grande, morto nel 4 a.C.; l’età di circa trent’anni all’inizio del ministero pubblico; una durata del ministero superiore ai due anni. Il risultato converge sull’anno 30.
La Pasqua non si data
C’è però un confine che il teologo luterano traccia con nettezza: quello tra datazione storica ed esperienza di fede.
Stabilire l’anno della crocifissione è un esercizio legittimo e necessario per la ricerca. Tentare di definire la Pasqua in termini storici, tuttavia, è un’operazione che fraintende la natura dell’evento.
La celebrazione della Pasqua — che le chiese rinnovano ogni anno — mostra che essa non appartiene al passato come appartengono gli altri eventi: si ripete, si attualizza, continua a interpellare.
La distinzione non è evasiva. È teologicamente precisa: la storia può avvicinarsi all’evento, circoscriverlo, datarlo con approssimazione. Non può in effetti contenerlo né esaurirlo.
Un’occasione ecumenica
Che la data esatta rimanga incerta non è, per Wilk, un ostacolo alla celebrazione.
È, semmai, un invito a non ridurla a un anniversario.
I duemila anni dalla morte e risurrezione di Gesù — che cada nel 2030 o nel 2033 — rimane un’occasione per le chiese cristiane di attraversarla insieme.
Le questioni di datazione, ha detto il teologo di Göttingen, non dovrebbero dividere. Dovrebbero semmai, stimolare una riflessione comune su ciò che si celebra e perché.