
Venezuela: potere e Vangelo la riflessione di Shelley Bryan Wee
La vescova luterana Shelley Bryan Wee (ELCA) critica l’intervento USA in Venezuela e richiama le chiese a scegliere un’altra via.
Una vescova luterana davanti alla guerra
Quando una vescova luterana statunitense sente il bisogno di parlare non solo “come pastora”, ma esplicitamente “come cittadina USA”, vuol dire che la soglia è stata superata.
Shelley Bryan Wee, vescova del Northwest Washington Synod della Chiesa Evangelica Luterana in America (ELCA), prende posizione dopo il bombardamento del Venezuela e la rimozione forzata del suo presidente.

E lo fa con un video e una domanda secca, diretta:
“Qual è il vero scopo della nostra amministrazione? Libertà o avidità?”
Nel suo messaggio Bryan Wee non prova a ripulire il quadro.
Riconosce che Nicolás Maduro ha ignorato la volontà del suo popolo, ha fatto ricorso alla violenza e ha contribuito alla sofferenza del Paese.
Ma, come cristiana e come vescova luterana, traccia un confine chiaro: bombardamenti, sequestri, esproprio delle risorse di un altro Paese non sono una “soluzione morale”.
In altre parole: non basta avere contro un dittatore per trasformare qualsiasi intervento armato in un’azione giusta.
“Libertà o petrolio?”
Dietro le parole della vescova c’è un sospetto che, onestamente, in molti in queste ore si pongono: quando una superpotenza interviene in un Paese ricchissimo di petrolio, la questione “democrazia e libertà” rischia di apparire retorica.
“È giustizia per una nazione in crisi o un’occasione facile per afferrare risorse naturali, causando ancora più danni?”
La lettura luterana della realtà – sostiene la vescova del Northwest Washington Synod (ELCA) – non si accontenta delle narrazioni ufficiali.
La tradizione della Riforma è abituata a chiedere: chi ci guadagna? chi ci perde realmente? chi paga il prezzo umano delle decisioni politiche?
Shelley Bryan Wee denuncia un meccanismo ricorrente: il potente che dice di voler “liberare” ma intanto bombarda, sequestra, ridisegna confini e flussi di ricchezza, lasciando così il popolo – “già immerso nella povertà” – ancora più vulnerabile.
È esattamente ciò che definisce: non un cambio di logica, ma la replica degli stessi abusi: violenza, coercizione, controllo.
I Magi “tornano per un’altra strada”
Il cuore teologico del messaggio è semplice e radicale.
Non entra in tecnicismi diplomatici ma prende le mosse da una storia che tutti conoscono: i Magi nel Vangelo di Matteo tornano per un’altra strada. Il Vangelo propone una via diversa a quelle che percorriamo noi.
Dinanzi ad un re violento (Erode) che mente sul suo vero obiettivo, ad un bambino vulnerabile, segno della presenza di Dio in una famiglia comune, ci sono uomini che hanno accesso al potere, ma rifiutano di farsi usare dal potere.
Quando capiscono che Erode cerca il bambino per ucciderlo, i Magi non collaborano, non “fanno finta di niente”:
“Viaggiarono verso casa per un’altra via.”
Qui sta il punto: la fede cristiana non benedice “il male minore” imposto dalla forza.
Indica un’altra via, spesso meno spettacolare, meno virile, meno “decisa”, ma più fedele al Vangelo: portare doni anziché impadronirsene e depredare; proteggere la vita invece di sacrificare gli innocenti in nome della stabilità; rifiutare la logica della complicità alla violenza.
Pace giusta, l’unica via
Il messaggio si inserisce in una costante riflessione luterana sulla pace giusta.
Non basta che cessino le armi per poter parlare di pace. Se un intervento nasce da interessi economici, ignora il diritto internazionale, calpesta la sovranità dei popoli e lascia milioni di persone in una crisi ancora più profonda.
In questo caso non si parla di pace, ma semplicemente di una diversa forma di dominio.
La denuncia della vescova luterana è chiara: il rischio di un ordine mondiale in cui i più forti “normalizzano” bombardamenti e colpi di mano, mentre parlano di libertà, democrazia, diritti umani.
Quando a farlo sono gli Stati Uniti – “nazione potente, emulata, storicamente rispettata” – il danno è moltiplicato: si spezza il tessuto morale dell’intero sistema internazionale.
La prospettiva luterana ricorda invece che non si protegge la dignità umana violando la dignità di altri popoli.
La fine della tirannia non può essere costruita ripetendo la stessa logica di violenza e appropriazione.
Un messaggio per noi
Le parole che arrivano, non dal Venezuela ma dagli USA, interrogano anche noi.
È un promemoria scomodo anche per le chiese in Europa e in Italia.
In un contesto come quello italiano, attraversato da narrazioni polarizzate su Venezuela, America Latina, migrazioni e sicurezza, la voce luterana può contribuire a ricordare che la pace non si misura solo dalla “stabilità dei mercati”, ma in vite salvate e dignità rispettata.
Per i cristiani i diritti umani non sono perciò un optional da sospendere quando entrano in gioco gli interessi economici o energetici.
La fede cristiana non può quindi mettersi al servizio di nessun nazionalismo, di nessuna ragion di Stato, così come di nessuna dittatura.
Il problema della scelta
Il messaggio della vescova Shelley Bryan Wee si chiude con una preghiera, ma non è una chiusura di semplice devozione per addolcire tutto.
Nelle sue parole c’è una richiesta molto concreta: che gli Stati Uniti “trovino un’altra via” rifiutando di partecipare a qualsiasi forma di furto nei confronti del popolo venezuelano.
Venticinque milioni di persone in Venezuela vivono, e non da oggi, una crisi profonda. Perciò non possono trovare un nuovo padrone nella nazione che, mentre parla di libertà e giustizia, rischia di essere infedele proprio a questi valori.
Il messaggio è perciò chiaro: non basta “non fare il male”. Chi ha voce, influenza, responsabilità, è chiamato a impedire che il male venga normalizzato.
In linguaggio evangelico:
non è sufficiente non essere Erode; bisogna anche decidere se imitare i Magi che “tornano per un’altra strada” o restare complici del palazzo.
Un Vangelo che non benedice la forza, ma la rovescia
Dietro questo testo c’è l’idea profondamente protestante: Dio non sta automaticamente dalla parte dei potenti in nome di ordine e sicurezza.
Il Natale appena trascorso ci ricorda che il Signore guarda alla condizione delle vittime, dei poveri, dei popoli schiacciati dalle ambizioni di altri.
La nascita di Cristo in una periferia dell’impero, in una famiglia povera, dice esattamente questo.
Ed ecco che la preghiera finale di Shelley Bryan Wee non è un dettaglio spirituale, ma una scelta di campo:
che gli Stati e le chiese non siano guidati da avidità e potere,
ma da giustizia e compassione.
Chi è Shelley M. Bryan Wee
La vescova Shelley M. Bryan Wee è pastora della Chiesa Evangelica Luterana in America dal 1993. Attualmente vescova del Sinodo del Nord-Ovest di Washington della Chiesa Evangelica Luterana in America.
Nata a Springfield, Oregon, la sua famiglia si è stabilita a Colville, Washington, dopo aver vissuto in alcuni altri stati. Laureata alla Pacific Lutheran University (Tacoma, WA) con una laurea triennale in Arti della Comunicazione (specializzazione in Relazioni Pubbliche) e una specializzazione in Economia Aziendale (specializzazione in Marketing). Ha conseguito un Master in Teologia presso il Luther Northwestern Theological Seminary (ora Luther Seminary, St. Paul, MN). La vescova Wee è stata ordinata pastora nella Chiesa Evangelica Luterana in America il 28 agosto 1993.
Ha inoltre prestato servizio presso la Jocko Valley Lutheran Church (Arlee, MT); la Zion Lutheran Church (Spokane, WA); la Emmanuel Lutheran Church (Cheney, WA) e il Eastern Washington University Campus Ministry (Cheney, WA). Ha ricoperto il ruolo di Assistente del Vescovo nel Sinodo del Nord-Ovest di Washington prima della sua elezione a Vescovo nel 2019.