
Se lo sport tradisce la pace
Il commissario sportivo EKD, Thorsten Latzel critica il Premio FIFA a Trump: senza giustizia non c’è pace.
Quando lo sport tradisce la pace?
L’assegnazione del Premio FIFA per la Pace al presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suscitato forti reazioni nel mondo protestante europeo e tedesco in particolare.
Tra le voci più critiche, quella di Thorsten Latzel, presidente della Chiesa evangelica in Renania e commissario allo sport della Chiesa Evangelica in Germania (EKD), che ha definito la scelta della FIFA un atto di “compiacenza” e una “strumentalizzazione dello sport in aperta contraddizione con il principio di neutralità”.

Il premio, istituito dalla FIFA e consegnato dal presidente Gianni Infantino, dovrebbe riconoscere un contributo straordinario alla pace e alla capacità di unire le persone nel mondo.
Proprio per questo, secondo Latzel, l’assegnazione risulta profondamente problematica sul piano etico, politico e teologico.
Pace proclamata, giustizia assente
Nel suo intervento, Latzel ha richiamato con forza la situazione internazionale attuale, a partire dalla guerra in Ucraina.
Gli Stati Uniti, ha osservato, hanno presentato un piano unilaterale in 28 punti che, secondo numerosi osservatori, riflette in larga parte le posizioni russe, mentre i negoziati si svolgono senza un reale coinvolgimento dell’Ucraina e dell’Europa.
In questo contesto va ribadito che la pace non può essere ridotta a un accordo tattico o a un cessate il fuoco privo di garanzie.
Latzel ha citato l’ammonimento profetico di Geremia 6,14: «Pace, pace, ma pace non c’è». Senza giustizia, senza tutela del diritto internazionale e senza protezione dei più deboli, ogni promessa di pace rischia di essere solo retorica.
Interessi di potere e arbitrarietà autocratica
La critica si estende anche ad altri scenari geopolitici.
Latzel ha denunciato le azioni militari statunitensi al largo delle coste del Venezuela, definite illegali sul piano del diritto internazionale, e le dichiarazioni razziste rivolte dal presidente Trump alla popolazione somala.
In parallelo, ha evidenziato come dietro molte scelte politiche emergano interessi economici concreti, ad esempio legati alle riserve petrolifere venezuelane.
Secondo il presidente della Chiesa renana, questi elementi delineano un quadro coerente: un’azione politica guidata da arbitrarietà autocratica e da un arricchimento nazionale e personale, lontana da qualunque autentico impegno per la pace.
In questo scenario, l’assegnazione di un premio per la pace appare non solo inopportuna, ma moralmente distorsiva.
La responsabilità delle Chiese e della società civile
La tradizione protestante tuttavia insiste sul fatto che la pace è inseparabile dalla giustizia, dalla libertà e dalla tutela della dignità umana.
Latzel ha quanto ogni processo di pace credibile debba prevedere garanzie affidabili, non negoziabili e non revocabili a seconda degli interessi del momento.
In un tempo segnato da crescente militarizzazione, guerre culturali e linguaggi sempre più aggressivi, come luterani siamo chiamati a mantenere una parola chiara e non accomodante.
Non una parola di parte, ma una parola radicata nel Vangelo, capace di smascherare le false pacificazioni e di richiamare ad una responsabilità comune.
Avvento: un’altra speranza di pace
Non è casuale che questa presa di posizione emerga nel tempo di Avvento.
Per la fede cristiana, la speranza non nasce dall’equilibrio delle potenze né dal calcolo degli interessi, ma dalla promessa di Dio.
L’Avvento richiama un’altra logica: quella della resilienza, della solidarietà e della cooperazione, contro la spietatezza e la paura.
Sostenere lo Stato di diritto, la democrazia e la libertà non è un’opzione ideologica, ma una conseguenza della responsabilità cristiana nel mondo.
In questo orizzonte, la pace non può essere premiata a parole per poi essere smentita dai fatti.