«La violenza non è un fatto privato»: Chiesa, genere e responsabilità
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Per il 25 novembre, la Rete delle Donne spiega come la violenza di genere sia un problema sistemico: quali le responsabilità di Chiese, comunità e singoli?
Non solo un simbolo
Il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, non è una data “simbolica” in più sul calendario. È un giorno scomodo, che rimette davanti alla realtà: femminicidi, violenze fisiche, psicologiche, economiche, sessuali, vite spezzate o lentamente logorate dentro relazioni di potere.
Ne parliamo con Maria Antonietta Caggiano, referente nazionale della Rete delle Donne Luterane, impegnata da anni sul fronte della giustizia di genere nella Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI) e in dialogo con la Federazione Luterana Mondiale (LWF).
Partiamo dal 25 novembre. Che cosa rappresenta per te, personalmente, questa giornata?
Il 25 novembre è, prima di tutto, memoria concreta:
delle donne e ragazze uccise (femminicidi),
di chi vive ogni giorno in situazioni di violenza fisica, psicologica, economica, sessuale.
Un dovere morale che ci spinge a non dimenticare le loro storie. Sono infatti convinta che la violenza di genere non sia un fatto privato, ma una grave violazione dei diritti umani. Questo significa che la libertà, la dignità e la sicurezza di ogni donna non sono negoziabili.
Ricordare significa quindi impegnarsi ad educare alla non-violenza e al rispetto nelle relazioni, in famiglia, nelle cerchie sociali.
Nella consapevolezza che, se non hai mai subito violenza di genere è come un privilegio che porta con sé la responsabilità verso chi non è altrettanto fortunata.
Per avere attenzione verso tutte le forme di violenza che spesso normalizziamo: controllo, ricatto economico, svalutazione continua, umiliazione.
Ed il 25 novembre, per me, significa soprattutto: ascoltare e riconoscere i segnali, non girarsi dall’altra parte.
Maria Antonietta Caggiano
Guardando all’Italia di oggi: quali sono i nodi più urgenti – e spesso ignorati – sulla violenza di genere?
Ce ne sono diversi, e sono profondi. Ne elenco alcuni:
Violenza psicologica ed economica minimizzata Si continua a pensare che la violenza “vera” sia solo quella fisica grave o lo stupro. Intanto si sottovalutano gelosia ossessiva, controllo del telefono, umiliazioni, isolamento, dipendenza economica. Molte donne non riconoscono queste forme come violenza.
Pochissime denunce, tanta solitudine Nonostante i numeri altissimi, solo una piccola percentuale – circa il 5% – denuncia o si rivolge ai centri antiviolenza. Paura, dipendenza economica, sfiducia nelle istituzioni e vergogna tengono le donne intrappolate.
Vittimizzazione secondaria Chi trova il coraggio di denunciare si scontra spesso con percorsi lunghi, logoranti, pieni di sospetto. Deve ripetere il trauma, difendersi, giustificarsi. A volte rischia di essere messa implicitamente sotto processo.
Scarsa formazione di chi dovrebbe proteggere Forze dell’ordine, magistrati, avvocati, medici, operatori sanitari: non esiste ancora una formazione obbligatoria e diffusa con approccio di genere. Questo produce minimizzazione, letture distorte, colpevolizzazione della vittima.
Centri antiviolenza sottofinanziati I CAV e le Case Rifugio sono essenziali per la messa in sicurezza e l’autonomia delle donne, ma vivono di fondi precari e discontinui.
Prevenzione ancora marginale Servirebbe una prevenzione primaria strutturale, che affronti il patriarcato e gli stereotipi di genere. In concreto: educazione sessuale e affettiva obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado; educazione al consenso, al rispetto delle differenze.
Media che assolvono l’aggressore Troppo spesso i media parlano di “raptus”, “troppo innamorato”, “gelosia”, oppure concentrano l’attenzione su come era vestita lei, dove si trovava, cosa aveva fatto. È un linguaggio che deresponsabilizza chi agisce violenza e normalizza il comportamento.
Dipendenza economica Senza autonomia economica è molto più difficile lasciare un partner violento. Questo è un nodo gigantesco che spesso viene nominato, ma poco affrontato con misure concrete.
Nel dibattito pubblico si parla di “emergenza”. Ma per molte donne la violenza è un sistema. Dove vedi le resistenze culturali più forti?
La resistenza più grande è proprio qui: smettere di parlare solo di “mostri” isolati e riconoscere che la violenza è alimentata da una cultura di fondo.
A partire dalla presunzione di proprietà ovvero dall’idea – a volte esplicita, a volte implicita – che l’uomo abbia un “diritto” sul corpo, sul tempo, sulle scelte della partner.
La gelosia non viene letta come campanello d’allarme, ma come “amore passionale”.
Quindi la colpevolizzazione della vittima che passa, ad esempio, da domande come: “Perché non l’ha lasciato?”, “Cosa gli ha fatto?”, “Come era vestita?”. Tutto questo sposta il focus dall’aggressore alla donna, che deve difendersi invece di essere protetta.
Passando per il cd. sessismo benevolo con frasi del tipo “le donne sono più fragili”, “io la proteggo”, “io porto i pantaloni in casa”. Attenzioni che possono persino sembrare carine, ma in realtà rinforzano ruoli rigidi e giustificano il controllo.
La burocrazia e incredulità che porta, spesso, a minimizzare, sottovalutare e archiviare le denunce per stalking, violenza psicologica o economica. Con il risultato che se non c’è sangue, il pericolo non viene non neppure percepito.
Ed ancora, la mancanza di intervento preventivo. Si interviene solo quando l’“emergenza” è esplosa. Manca una linea educativa chiara e costante su rispetto, affettività, pari opportunità, fin dall’infanzia.
Fino all‘omertà sociale: “Sono cose loro”, “Non mi intrometto”, “Non voglio problemi”.
Questo silenzio è uno dei grandi alleati del maltrattante insieme alla paura del giudizio: molte donne non parlano per vergogna, per timore di non essere credute, per paura di perdere il sostegno economico o la reputazione sociale. È un sistema che le fa sentire colpevoli anche quando subiscono.
La Rete delle Donne Luterane si muove in un contesto ecclesiale, ma con uno sguardo aperto sul mondo. Qual è la forza specifica che le donne luterane possono portare in questa lotta?
La nostra forza nasce da una convinzione teologica, non solo etica o sociologica.
In Galati 3,26–28 leggiamo:
«Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù».
Galati 3, 26-28
Questo esclude ogni gerarchia di valore tra esseri umani. La giustizia di genere, per noi, non è un’agenda “politica”, ma un frutto del Vangelo.
La Chiesa Evangelica Luterana in Italia ha approvato una dichiarazione sulla giustizia di genere, elaborata anche grazie al lavoro della Rete delle Donne.
La Federazione Luterana Mondiale ha documenti e piani d’azione chiari contro la violenza e le discriminazioni verso donne e ragazze; interviene anche in sedi come l’ONU (CSW).
La Segretaria Generale della Federazione, Anne Burghardt, ha denunciato il ritorno di tendenze che vogliono restringere diritti e opportunità per donne e ragazze.
Come Rete Donne, lavoriamo anche attraverso strumenti di sensibilizzazione, come il “Quaderno 16 Giorni” , che traduciamo anche in tedesco (in fondo all’articolo tutte le traduzioni da scaricare gratuitamente), per raggiungere contesti plurilingui e pluriculturali.
Riassumendo: la nostra forza è una combinazione di teologia, azione istituzionale, advocacy internazionale e lavoro di base nelle comunità.
In che modo le Comunità luterane in Italia possono diventare spazi più sicuri, formativi e attivi su questi temi?
Anche una Chiesa “piccola” può essere un laboratorio avanzato.
Lo testimoniano alcuni passi concreti portati avanti in questi anni, ad esempio:
Tolleranza zero, dichiarata e visibile Una presa di posizione pubblica e ufficiale: nessuna forma di violenza o discriminazione è accettabile nelle Comunità.
Protocolli chiari Procedure semplici su cosa fare, chi contattare, come proteggere la persona che chiede aiuto.
Persone di riferimento formate La designazione di referenti laici (di generi diversi), formati ad ascoltare, riconoscere i segnali e indirizzare verso servizi specializzati (Centri AntiViolenza, forze dell’ordine, sportelli legali). Non per fare terapia, ma per aprire una porta.
Formazione per pastori, educatori, monitori Riconoscere il linguaggio violento (anche non fisico), imparare ad ascoltare in modo non giudicante, sapere cosa NON dire e cosa fare.
Linguaggio ecclesiale non sessista Rivedere prediche, catechesi, materiali formativi, per evitare di riprodurre stereotipi di genere o ruoli di sottomissione.
Spazi e risorse condivise Mettere a disposizione locali per sportelli di ascolto gestiti da associazioni competenti, sostenere percorsi di autonomia (formazione, studio) per donne che escono da situazioni di violenza.
“L’educazione è la risposta”. Ma da dove si comincia davvero?
Secondo il metodo Montessoriano l’educazione si basa su l’indipendenza, la libertà di scelta del bambino e il rispetto per il suo naturale sviluppo fisico psicologico favorendo l’autoapprendimento e lo sviluppo di un senso di responsabilità.
Non basta “fare un progetto”, quindi: serve un processo lungo, strutturale e a più livelli.
E fondato su tre pilastri:
Decostruzione del modello stereotipizzato fin dall’infanzia: smettere di assegnare giochi, colori, ruoli in base al sesso; insegnare che emozioni, ambizioni, capacità non hanno genere; lavorare sulla mascolinità tossica mostrando che forza non è controllo, ma capacità di esprimere emozioni, chiedere aiuto, prendersi cura.
Empatia e competenze relazionali educando al consenso come base di ogni relazione; insegnando a leggere i confini personali, a dire e rispettare i “no”.
Intervento sistemico a partire dal formare docenti, allenatori, medici, leader religiosi ad essere bystander attivi, non spettatori passivi; lavorare con i media per un linguaggio che non spettacolarizzi la violenza, non assolva l’aggressore, non colpevolizzi la vittima.
Se dovessi indicare un gesto semplice, alla portata di chiunque, quale sarebbe?
Direi: #NonLasciarePassareNulla.
Vuol dire non lasciare correre:
barzellette sessiste,
commenti sul corpo,
frasi che ridicolizzano le donne,
stereotipi ripetuti come se fossero verità.
Come?
Ad esempio fermando il flusso comunicativo sbagliato con domande del tipo: «Cosa intendi dire esattamente?» oppure «Spiegami la battuta, non l’ho capita».
Ed ancora riaffermare il proprio punto di vista: «Non sono d’accordo, è uno stereotipo ingiusto».
Non serve urlare. Serve non normalizzare. Vorrei che passasse questo: ogni volta che ridiamo o restiamo zitti, di fatto autorizziamo quel tipo di linguaggio. Contrastarlo è il primo mattone per smontare il sistema.
Come può una Chiesa, con risorse limitate, incidere davvero su un tema così complesso?
Una chiesa non è forte solo per i soldi che ha, ma per il suo capitale umano e morale.
In questo la CELI ha saputo fare sistema: essere una chiesa piccola non significa essere privi di argomenti, pensiero, capacità critica.
Alcune leve concrete:
Riscrivere la teologia del potere Prediche, studi biblici, incontri possono smontare interpretazioni usate per giustificare la sottomissione così da proporre una visione di uguaglianza e reciprocità tra uomini e donne.
Educare ai sentimenti e al consenso inserendo questi temi nei percorsi giovanili e di confermazione: rispetto, non-violenza, segnali di abuso.
Formare testimoni attivi per aiutare soprattutto gli uomini a non essere spettatori passivi di sessismo e violenza, ma persone che intervengono, prendono posizione.
Diventare punto di primo contatto. Come credenti non siamo terapeuti, ma possiamo essere porta d’accesso in un luogo, la Comunità, dove ogni donna può dire “mi sta succedendo questo” e non essere giudicata, ma accolta e orientata verso i servizi competenti.
Fare rete collaborando con altre chiese, associazioni laiche, realtà cittadine, usando anche fondi come l’otto per mille per sostenere progetti specifici contro la violenza.
In breve: una Chiesa può fare molto e agire da catalizzatore, far circolare consapevolezza, risorse, protezione.
Nel tuo percorso, quando hai capito che la voce delle donne nelle Chiese non è solo importante, ma necessaria?
Non c’è stato “un momento”. È una convinzione che si è consolidata nel tempo.
Se uomini e donne sono creati a immagine di Dio, escludere la voce delle donne significa offrire al mondo un’immagine distorta, parziale, mutilata del Divino.
Le donne leggono la Bibbia, pregano, vivono la fede a partire dalla loro esperienza concreta: corpo, lavoro, maternità o non maternità, cura, discriminazione, leadership. Questa prospettiva arricchisce l’interpretazione biblica e smonta letture nate quasi solo da sguardi maschili.
La Scrittura è piena di figure femminili fondamentali: profetesse, giudici, leader di comunità, apostole (basti pensare a Maria Maddalena, prima testimone della Risurrezione). Escludere le loro “eredi spirituali” oggi è incoerente e anti-evangelico.
Di più: le donne sono spesso la maggioranza tra i membri e le volontarie e reggono molte attività nelle Comunità; la loro presenza nelle decisioni rende la Chiesa più equilibrata, più attenta agli abusi di potere, più credibile quando parla di diritti umani fuori dalle mura ecclesiali.
Che messaggio vorresti arrivasse alle donne che oggi vivono paura, controllo o isolamento?
Vorrei dire una cosa chiara: Il primo passo verso la libertà è sapere che la meriti.
Non è tuo compito “aggiustare” una relazione violenta. Il tuo compito è proteggere te stessa.
Una relazione tossica non si aggiusta da dentro, da sola. Esistono centri antiviolenza in tutta Italia, servizi gratuiti e riservati: non devi affrontare tutto da sola.
Vorrei che ogni donna potesse dire a sé stessa: «Ho il diritto di vivere senza paura».
Riconosci il tuo valore. Chiedere aiuto non è fallire: è ricominciare a vivere.
E agli uomini che leggono questa intervista, cosa vorresti dire?
Che il rispetto non è un optional.
Quando sminuite, controllate, ridicolizzate una donna, non state dimostrando forza, ma insicurezza. Chiedetevi onestamente perché avete bisogno di dominare, interrompere, zittire per sentirvi validi.
Il bisogno di controllo nasce dalla paura, non dalla potenza. E fa male anche a voi: vi imprigiona in una mascolinità tossica che rende impossibili relazioni davvero libere e paritarie.
La trasformazione inizia oggi provando ad ascoltare davvero; accettate un “no” senza sentirvi minacciati; cercate di guardare il mondo dal punto di vista di una donna.
Il vero uomo non ha paura di misurare la propria forza con la gentilezza, la curiosità, il rispetto incondizionato, non con la prevaricazione.
E ricordate: «La tua responsabilità non si ferma al non agire, ma inizia con l’intervenire».
Guardando avanti: qual è il prossimo passo per la Rete delle Donne Luterane nella lotta contro la violenza di genere?
Vogliamo che l’impegno per la giustizia di genere non sia un “tema a parte”, ma una dimensione trasversale di tutta la vita delle Comunità.
Questo significa continuare a parlarne, organizzare iniziative di confronto, ribadire l’impegno della Chiesa in questo ambito, produrre materiali in occasioni come 8 marzo e 25 novembre.
Spingere perché la giustizia di genere sia integrata in Sinodi, Consigli, liturgie, formazione, non solo in iniziative “al femminile”.
Rafforzare la collaborazione con la Federazione Luterana Mondiale e con le altre reti ecumeniche e civili che operano in questo campo, promuovendo il ruolo attivo delle donne a tutti i livelli della Chiesa.
E, come Chiesa, sostenere una teologia che prenda sul serio il testo di Galati 3,26–28.
È un lavoro lungo, ma necessario. Perché una Chiesa che tace o minimizza sulla violenza di genere non è credibile quando annuncia un Vangelo di libertà e giustizia.