
Palestina: sei anni tra guerra e speranza
Le chiese in Terra santa resistono: il Prevosto luterano Lenz lascia Gerusalemme dopo sei anni di guerra, pandemia e speranza tenace.
Una stella che aspetta
Nella Erlöserkirche — la chiesa del Redentore nella Città Vecchia di Gerusalemme — c’è ancora appesa una stella di Avvento (Herrnhuter Stern).
L’hanno appesa dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. «Doveva restare lì fino alla pace», dice il Prevosto luterano Joachim Lenz, rappresentante della Chiesa Evangelica in Germania (EKD) in Terra santa. «Non ho ancora avuto il coraggio di toglierla».
Le chiese in Terra santa resistono — non senza fatica.
Lenz lascerà Gerusalemme alla fine di luglio, dopo sei anni. Quando si è congedato dagli altri rappresentanti religiosi delle chiese di Gerusalemme, ha riassunto il suo mandato in una frase: una pandemia e quattro guerre.

Una emorragia silenziosa
Ottanta per cento di disoccupazione a Betlemme.
Dalla chiesa luterana evangelica in Giordania e Terra santa — la chiesa sorella della CELI nell’ambito della Federazione Luterana Mondiale (LWF) — sono emigrate oltre quaranta famiglie negli ultimi due anni.
«È un salasso», dice Lenz. I cristiani sono meno del due per cento della popolazione. L’amministrazione israeliana ha cominciato a riscuotere tasse sulle proprietà ecclesiastiche che non venivano richieste da secoli.
Quando una suora cattolica è stata aggredita brutalmente per strada, la solidarietà della società civile israeliana è arrivata — ma nessun politico si è schierato.
Tenere le porte aperte
Eppure le chiese sono ancora lì. «Continuiamo a celebrare culti, organizzare concerti, tenere preghiere. Siamo semplicemente ancora qui», dice Lenz.
La comunità sostiene i Rabbini per i Diritti Umani, Women Wage Peace, il Parents Circle — organizzazioni che lavorano su entrambi i fronti senza smettere di credere nella possibilità di un dialogo.
Con poche risorse, senza il turismo religioso che garantiva entrate, il consiglio di chiesa ha dovuto inventarsi altri modi per sostenere anche quest’anno la marcia annuale per i diritti umani e la pace.
Ciò che resta e quel che manca
L’ultima preghiera alla scuola Talitha Kumi di Beit Jala non è stato un passaggio semplice.
«Guidare una preghiera con studentesse e studenti musulmani e cristiani che non esclude nessuno eppure porta qualcosa — questo è stato speciale».
I giovani della Talitha Kumi sono la rappresentazione della speranza ma anche dell’assenza.
Eppure, in tutto questo che resta, emerge una assenza.
Quella di Natalie Abu Dayyeh. Di lei avevamo scritto su questo sito, la studentessa della Talitha Kumi arrestata il 2 giugno: un mese è passato, poi un altro giorno, e un altro ancora, con quella pazienza ostinata che hanno solo le famiglie di chi aspetta.
Ieri Natalie è comparsa davanti al tribunale militare israeliano, e il giudice ha detto di no alla cauzione, no al ritorno a casa.
Nessuno dei suoi ha potuto vederla in volto da quando l’hanno presa — solo l’avvocato, a tratti, per video — mentre lei resta dentro le mura del carcere di Damon, dove le donne palestinesi, secondo chi le rappresenta, vivono condizioni che nessuna legge internazionale chiamerebbe umane.
Il vescovo Imad Haddad non chiede molto: che qualcuno, madre o padre o un pastore della sua chiesa, possa almeno entrare in quella stanza. La prossima udienza è il 22 luglio. Fino ad allora il suo nome va ripetuto, non come slogan ma come si ripete una preghiera quando le parole sole non bastano più.
Ripartire dai ragazzi, nonostante tutto
Eppure — e questo Lenz lo dice con una meraviglia che non è retorica — i giovani della Talitha Kumi non portano rancore, mentre i loro genitori cercano visti per andarsene.
«Noi, come tedeschi e come chiese – dice in una intervista all’epd – abbiamo una responsabilità speciale nell’opporci con fermezza all’antisemitismo. Su questo non ho alcun dubbio.
L’esistenza dello Stato di Israele è, come affermano le chiese protestanti, un segno della fedeltà di Dio.
Ma il fatto che la nostra chiesa sorella di lingua araba e le piccole chiese cristiane siano ancora lì, nonostante tutto, è per me anch’esso un segno della fedeltà di Dio.
Le chiese e le persone di questo luogo meritano il nostro sostegno. Molti vivono in una situazione di estrema violenza e ingiustizia. È nostro dovere denunciare questa situazione».