
Nessuna persona dovrebbe morire da sola
La Chiesa Evengelica Luterana Unita in Germania pubblica una guida sull’assistenza spirituale nei casi di richiesta di suicidio assistito.
Un documento che non giudica, ma apre spazi
Nei giorni scorsi la Chiesa Evangelica Luterana Unita in Germania (VELKD) ha pubblicato una guida pastorale sul suicidio assistito.
Destinata a pastori e operatori di cura che si trovano — spesso senza preavviso, in una telefonata o lungo il corridoio di un ospedale — davanti a qualcuno che ha scelto, o sta ancora scegliendo, di morire con assistenza medica.
Un documento che non ha come scopo risolvere gli interrogativi che la fede pone su una scelta così grave.
Che segue l’impegno luterano a non seguire le facili polarizzazioni, evitando comodi sì e scomodi no, per focalizzarsi su un approccio più esigente: siediti, ascolta, resta.
Partire dalla realtà
Il testo si apre a partire da un fatto concreto: un’anziana signora in una casa di cura in un colloquio pastorale.
E le parole: «mi farei volentieri fare l’iniezione, ma qui non si può. Devo andare in Svizzera.»
La cura d’anime, nel suo significato più autentico, non è una lezione di etica. È uno spazio di relazione, un incontro che accade sotto lo sguardo di Dio — e come tale non può prescindere dalla libertà della persona che vi partecipa.
La dignità precede ogni scelta
Il documento insiste su un principio teologico irrinunciabile: la dignità umana non dipende dall’autonomia, dalla salute, né dalla produttività.
L’essere umano è immagine di Dio — imago Dei — e questa dignità precede ogni scelta, anche quella ultima.
Eppure, questa stessa dignità si esprime nella libertà. La guida lo dice con chiarezza: i pastori luterani non sono chiamati a rifiutare la propria presenza spirituale a chi ha deciso di morire.
Un rifiuto fondato su riserve teologiche o etiche personali non è, nel senso evangelico della parola, pastorale.
Tre domande per chi accompagna
Prima di intraprendere questo cammino, la guida offre alle persone chiamate, o potrebbero esserlo, ad assistere chi ha scelto il suicidio assistito, a porsi, con onestà, tre domande.
La prima è teologica: posso farlo in coscienza? La seconda è professionale: è coerente con il mio mandato? La terza è personale: voglio davvero espormi a questo?
Non c’è risposta obbligata. Esiste però un obbligo: se si dice no, bisogna assicurarsi che qualcun altro sia presente.
Perché nessuno muore davvero da solo, se la chiesa svolge con dedizione il compito che le è affidato.
Una compagnia, non una sentenza
Anche in Italia, dove la discussione sul fine vita procede tra sentenze della Corte Costituzionale e silenzi del Parlamento, la Chiesa luterana ha qualcosa da offrire.
Non un verdetto, ma una presenza. Non una risposta definitiva, ma la disponibilità a stare — paziente, dignitosa — accanto a chiunque soffre.
E si può soffrire molto anche nella riflessione di porre fine alla propria vita.
La cura d’anime è, in fondo, una presenza radicata in ciò che la guida stessa chiama «il sì incondizionato di Dio». Un sì che non può escludere nessuno.