
Musulmani e protestanti: tredici secoli tra fascino, conflitto e dialogo
Da Valentigney a Wittenberg: musulmani, protestanti e storia comune. Una mostra e un libro in Francia riaprono un dialogo antico e necessario.
Una mostra, una domanda
Nelle scorse settimane a Valentigney, in Francia, si è aperta una mostra itinerante intitolata “I musulmani nella storia della Francia”: quindici pannelli, tredici secoli, nomi e volti che la storia ufficiale ha spesso lasciato in margine. In questo percorso rientra il capitolo che riguarda, appunto, il rapporto tra Musulmani e Protestanti.
Dal periodo medievale alla guerra d’Algeria, dal coinvolgimento dei soldati musulmani nelle due guerre mondiali al movimento orientalista — un percorso che non consola, ma interpella.
Il pastore luterano Marc-Frédéric Muller, della Chiesa Protestante Unita di Francia, intervenuto all’inaugurazione, ha detto una cosa precisa: “Mentre interagiamo, non ci conosciamo veramente bene. Questa mancanza di comprensione tra Musulmani e Protestanti è talvolta legata all’indifferenza“.
Non all’ostilità, si noti. All’indifferenza. Una parola più difficile da smontare.
Lutero e il Corano: una relazione scomoda
Che Lutero avesse un’opinione sull’Islam non sorprende.
Sorprende, semmai, quanto quella relazione fosse complessa e intricata.
Nel 1543, quando il teologo Theodore Bibliander propose di pubblicare una traduzione latina del Corano, incontrò l’opposizione delle autorità religiose di Basilea.
Fu Lutero a intervenire in sua difesa — e a scriverne la prefazione.
Non lo fece per simpatia teologica. Lo fece perché leggere il Corano, per lui, era necessario: per capire i turchi, per prepararsi al confronto, per smettere di usare l’ignoranza come arma.
Accusò esplicitamente gli autori cattolici di presentare solo gli aspetti peggiori dell’Islam, ignorando “le cose buone che contiene” — non per apertura, ma perché chi non conosce non può confutare.
Lutero rimase colpito dalla sua disciplina morale. “Sono più virtuosi“, scrisse. Lo usò come specchio polemico contro il culto delle opere — ma quella frase resta, e dice qualcosa sul modo protestante di leggere il mondo: senza pregiudizio aprioristico, con la disponibilità a riconoscere il bene dove si trova.
Una passione segnata da conflitto e fascino
Il libro di Pierre-Olivier Léchot, Lutero e Maometto, citato dal pastore Muller, traccia una linea che va da Lutero a Herder, da Michele Serveto a Pierre Bayle: una “passione protestante per l’Islam“, fatta insieme di attrazione e diffidenza.
I protestanti del XVI secolo scoprirono che studiare l’arabo coranico aiutava a comprendere l’ebraico biblico.
Una filologia che era anche, in qualche modo, una teologia dell’ascolto.
Sarebbe disonesto idealizzare Lutero su questo terreno.
I suoi scritti sull’Islam restano in larga parte polemici, e chi lo cita oggi come modello di dialogo interreligioso dovrebbe fare i conti con la complessità dell’insieme — inclusi i suoi scritti sugli ebrei, che non possono essere separati dalla stessa logica.
Resta, tuttavia, la necessità per lo studioso Lutero, il professore di Teologia, di comprendere, approfondire, confutare.
L’importanza di conoscersi e riconoscersi
Marc Dahan, della comunità ebraica presente all’inaugurazione della mostra, ha ricordato “l’importanza di conoscere le storie reciproche“.
Il dialogo interreligioso non è la manifestazione di una cortesia o di una gentilezza umana.
È impegno evangelico. Ed è, forse, il punto in cui la storia lunga di questa relazione smette di essere solo accademia e torna a riguardarci.