
A Bari la via italiana all’ecumenismo
A Bari il Simposio delle Chiese cristiane in Italia: dialogo, pace con la presenza luterana al servizio del bene comune.
Una “via italiana del dialogo”
Il 23 e 24 gennaio Bari ospiterà il primo Simposio delle Chiese cristiane in Italia.
Per la prima volta cento delegati e delegate di diverse confessioni – cattolica, anglicana, luterana, ortodosse, protestanti – si ritroveranno non solo per confrontarsi ai vertici, ma per dare vita a una vera e propria assemblea ecumenica nazionale.
L’obiettivo è chiaro: individuare, per il prossimo biennio, percorsi concreti che le Chiese possano intraprendere al loro interno e sui territori, a servizio del bene comune e della coesione sociale.
Ecumenismo come grammatica di pace
Il filo rosso del Simposio è la cosiddetta “via italiana del dialogo”: un ecumenismo che non resta confinato alle dichiarazioni congiunte, ma diventa grammatica di pace, stile per abitare lo spazio pubblico, cura della spiritualità e sapienza delle differenze.
In un tempo attraversato da guerre, polarizzazioni e violenza verbale, l’incontro di Bari chiede alle Chiese di assumersi fino in fondo la propria responsabilità: non rinunciare alla propria identità, ma lasciarla dialogare, perché le differenze diventino risorsa e non muro.
Il contributo della Riforma e la dimensione assembleare
La scelta di un Simposio impostato in forma assembleare è particolarmente significativa: come sottolineato dal Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), Daniele Garrone, “come protestanti non possiamo che sentirci a casa in un ecumenismo che mette al centro la dimensione assembleare“.
Non solo rappresentanze “ufficiali”, ma donne e uomini inviati dalle diverse Chiese, chiamati a lavorare insieme su ciò che unisce e ancora manca: diventare, come qualcuno ha detto, “i cristiani che ancora non siamo”.
In questo senso, la prospettiva luterana porta nel Simposio alcuni accenti specifici:
- la convinzione che la Parola di Dio chiama sempre a conversione comunitaria, non solo individuale;
- l’attenzione alla giustizia nel mondo come parte integrante della testimonianza cristiana;
- la scelta di un ecumenismo che non cancella le memorie conflittuali del passato, ma le attraversa, le nomina e le trasforma in impegno comune.
La presenza luterana a Bari
Per la Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI) saranno presenti, oltre al decano, pastore Carsten Gerdes, la pastora Elisa Schneider (Napoli) ed Helga Gargano del gruppo luterano di Bari.
La nostra presenza si inserisce in una cammino ecumenico consolidato, avviato e rafforzato negli anni: presenza locale radicata nei territori, collaborazione ecumenica concreta, attenzione alle fragilità sociali e alle periferie.
Bari diventa così un luogo simbolico dove mettere in circolo esperienze, domande, pratiche di dialogo frutto dell’impegno maturato in contesti culturali ampi come quelli che si incontrano nelle Comunità CELI.
Ecumenismo e territorio
Il Simposio non resterà chiuso nelle sale di lavoro.
Il programma prevede infatti sessioni aperte per coinvolgere le comunità locali e tutte le persone interessate al tema.
- Giovedì 23 gennaio, ore 18 – Cattedrale di Bari
Apertura con saluti istituzionali e introduzione ai lavori. - Giovedì 23 gennaio, ore 21 – Basilica di San Nicola
Concerto-meditazione a cura della Fondazione Frammenti di luce: musica e parola come spazio condiviso di preghiera e ascolto. - Venerdì 24 gennaio, ore 8.15–8.45
Momenti di preghiera secondo le diverse tradizioni cristiane in luoghi significativi della città
(Centro pastorale ortodosso romeno Santissima Trinità; Chiesa Cristiana Evangelica Battista; parrocchia San Ferdinando). - Venerdì 24 gennaio, ore 17 – Cattedrale di Bari
Conclusione del Simposio. - Venerdì 24 gennaio, ore 18.30 – Basilica di San Nicola
Celebrazione ecumenica nazionale della Parola, segno visibile di una comunione ancora imperfetta ma reale, che si affida al Vangelo per continuare a camminare insieme.
Un passo nel cammino, non il punto di arrivo
Il Simposio di Bari non risolve da solo le questioni aperte tra le Chiese né le sfide di un Paese attraversato da conflitti sociali, precarietà, nuove povertà.
Segna però un passaggio importante: riconoscere che il dialogo non è un capitolo opzionale, bensì una forma concreta, una prassi di responsabilità cristiana verso la società italiana.
Per la CELI, questa tappa ecumenica si lega alla vita quotidiana delle comunità: luoghi in cui, ogni domenica, si celebrano culto, ascolto della Parola, accoglienza, impegno diaconale.
È da lì che passa, in modo molto concreto, quella “via italiana del dialogo” che a Bari viene messa a tema e, passo dopo passo, resa visibile.

Venezuela, otto milioni di volti dietro la crisi
Otto milioni di persone in Venezuela affrontano fame e insicurezza: l’impegno luterano chiede sostegno umanitario e giustizia duratura oggi.
La crisi umanitaria ci interpella
Le immagini dei bombardamenti statunitensi, del sequestro di Nicolás Maduro e delle tensioni diplomatiche hanno riportato il Venezuela al centro dell’attenzione mondiale.
Ma mentre i riflettori si concentrano sulle mosse dei governi, nella vita quotidiana di milioni di persone su continua a fare i conti con povertà, fame e solitudine.
La Federazione Luterana Mondiale (LWF) ricorda che, dietro ogni titolo di giornale, restano volti e storie concrete: circa 8 milioni di persone nel Paese hanno ancora bisogno di assistenza umanitaria.
È su questa realtà che la prospettiva luterana insiste: la dignità delle persone viene prima delle logiche di potere.
Oltre la logica dello scontro: sovranità, diritto internazionale, dignità
La Federazione ha espresso “profonda preoccupazione” dopo l’operazione militare del 3 gennaio, richiamando tre punti che toccano da vicino la tradizione luterana di responsabilità pubblica:
- Il rispetto della sovranità e dell’integrità nazionale: un principio che non è un dettaglio tecnico, ma una tutela minima contro l’arbitrio dei più forti.
- La centralità del diritto internazionale: le regole comuni non sono né devono essere sminuiti come un ostacolo alla pace; sono semmai gli ultimi argini contro la prevaricazione ed il disprezzo del diritto.
- La solidarietà con le Comunità locali, in particolare con la Chiesa Evangelica Luterana in Venezuela (IELV), che vive questa crisi dall’interno, non come spettatrice.
In una prospettiva luterana, la critica non è politica ma teologica.
Ogni volta che il conflitto viene raccontato solo come partita di potere tra Stati, con necessità legate ad interessi economici, le persone concrete – i poveri, i bambini, chi migra, chi resta – spariscono dal quadro.
È esattamente il contrario del Vangelo, che rimette al centro gli ultimi.
8 milioni di persone in bisogno
Le analisi umanitarie parlano di 8 milioni di persone che necessitano di aiuto.
Nel linguaggio freddo delle statistiche, questo significa almeno tre cose:
- Bambini che si ammalano per mancanza di acqua potabile e servizi sanitari adeguati.
- Famiglie che vivono in alloggi precari, esposte a violenza, insicurezza, catastrofi ambientali.
- Persone che faticano a garantire un pasto al giorno, in un contesto di inflazione, salari insufficienti e crollo dei servizi pubblici.
Qui entra in gioco l’impegno concreto dei luterani, che dal 2019 sono presenti in Venezuela attraverso il Servizio Mondiale, in stretta collaborazione con la Chiesa luterana locale e altre realtà religiose e comunitarie.
Solo nel 2024 sono state raggiunte oltre 60.000 persone, con il sostegno a più di 100 scuole, centri sanitari e spazi comunitari.
Non si tratta di “progetti” astratti, ma di acqua potabile, cure mediche di base, supporto psicosociale, protezione dei più vulnerabili, percorsi educativi e formazione alla gestione del rischio in un Paese segnato anche dal cambiamento climatico.
Protezione, resilienza, pace
La risposta luterana in Venezuela ruota attorno a tre parole che ricorrono spesso nell’impegno della Federazione.
- Protezione.
Programmi mirati creano spazi sicuri per donne, ragazze, bambini e adolescenti, spesso esposti a violenza, abusi, sfruttamento. La Federazione partecipa ai principali meccanismi di coordinamento umanitario nel Paese, in particolare nei cluster di salute, acqua e servizi igienico-sanitari, protezione, genere e infanzia. La protezione è un diritto violato che va ricostruito pazientemente. - Resilienza comunitaria.
Non basta distribuire aiuti: occorre rafforzare le comunità perché non crollino alla prima scossa successiva. Per questo, accanto al sostegno immediato, vengono riorganizzati centri sanitari, scuole, spazi comunitari, con percorsi di educazione ambientale e gestione del rischio, soprattutto negli stati di Carabobo, Sucre e Delta Amacuro. Sono in preparazione interventi anche a Bolívar e Zulia, dove le carenze restano drammatiche. - Costruzione di pace.
In un contesto segnato da polarizzazione politica, tensioni interne e ingerenze esterne, la Federazione vede la costruzione di pace non come un sogno da rinviare, ma come base di ogni ricostruzione duratura. Questo significa ridurre i rischi di violenza, favorire la coesione sociale, sostenere processi comunitari che tengano insieme memoria, giustizia e riconciliazione.
Una sfida diretta alla coscienza delle Chiese
Il Venezuela non è perciò solo “un altro dossier” tra tanti, ma un banco di prova della credibilità delle Chiese.
L’impegno luterano – ad ogni livello – prova a dare una risposta non solo a parole, ma con scelte di presenza, di condivisione e di advocacy. In un momento in cui gli aiuti internazionali tendono a calare, l’insicurezza si diffonde la richiesta è esplicita: non tagliare il sostegno proprio ora, quando la crisi resta acuta e il rischio è che, spenti i riflettori sui raid, si spengano anche i canali di solidarietà.
Una chiamata alla responsabilità condivisa
Quanto accaduto in Venezuela mostra una fragilità più globale del mondo così come lo abbiamo finora pensato e percepito.
La crisi innescata il 3 gennaio si estende e interroga le società sugli equilibri geopolitici che ci riguardano.
Mentre il mondo discute della spettacolarità delle operazioni militari, cambi di leadership, dimentica di preoccuparsi sul tipo di futuro che si sta costruendo a partire dal presente.
E ciò vale tanto per i milioni di venezuelani e venezuelane che continuano a fare la fila per l’acqua, a mandare i figli a scuola quando è possibile, a resistere in un quotidiano che non fa notizia, quanto per noi tutti e tutte.

Paul Gerhardt: cantare la fiducia in tempo di crisi
Nel 2026 le chiese ricordano Paul Gerhardt a 350 anni dalla morte: inni nati tra guerra, peste e conflitti che parlano ancora oggi.
Un poeta oltre le crisi
Paul Gerhardt non ha scritto i suoi inni in tempi tranquilli.
La sua vita attraversa la Guerra dei Trent’anni, le epidemie di peste, i conflitti religiosi interni al mondo protestante.
Il Seicento in cui vive non è il secolo dei salotti tranquilli, ma un’Europa sfigurata: campagne devastate, città svuotate, comunità spaccate da guerre “di religione” che spesso hanno molto più a che fare con il potere che con il Vangelo.
È dentro questo scenario che nascono versi come “Nun laßt uns gehn und treten, mit Singen und mit Beten
zum Herrn, der unserm Leben
bis hierher Kraft gegeben” (Andiamo e presentiamoci con canti e preghiere
al Signore, che ha dato forza alla nostra vita fino a questo momento).
Oppure la celebre “O Haupt voll Blut und Wunden” (in italiano: Oh volto insanguinato).
Non slogan di buoni sentimenti, ma atti di resistenza spirituale.
Nel 2026, a 350 anni dalla morte a Lübben, la memoria di Gerhardt torna a farsi riscoprire: la cosiddetta “Paul Gerhardt City” e molte altre città tedesche preparano un anno di eventi.
Non è solo nostalgia: ma l’opportunità di rileggere quei testi, nati in una stagione di crollo, per chiedersi se abbiano qualcosa da dire alle nostre fragilità di oggi.

Parole nate dalle ferite
Circa 140 inni sono arrivati fino a noi: tra questi, “Affida al Signore le tue vie” (Befiehl du deine Wege), “Ora riposano tutti i boschi” (Nun ruhen alle Wälder), e molti altri.
Per secoli queste parole hanno viaggiato nelle Comunità, molto prima di finire nelle mani di Bach.
Il cantore di Lipsia li intreccia alle sue Passioni, all’Oratorio di Natale, riconoscendo in quelle parole un tessuto teologico e poetico in grado di reggere la profondità della sua musica.
Quello che colpisce, in Gerhardt, è il mix tra realismo e fiducia.
Gerhardt nega il dolore, non lo archivia come parentesi da superare in fretta: la guerra, il lutto, la malattia sono parte della sua esperienza personale e pastorale.
Ma dentro questi scenari, gli inni non si chiudono nel lamento, non ripiegano nello sconforto né nella paura!
Si aprono alla promessa di Dio, a una fiducia che non è sicurezza psicologica, ma affidamento radicale.
Per questo, ancora oggi, tanti dei suoi versi “parlano direttamente al cuore”, come sottolinea la riflessione della Chiesa evangelica in Germania.
Non perché usino un linguaggio facile, ma perché tengono insieme due cose che spesso separiamo troppo: la lucidità dinanzi alle rovine del mondo e la testardaggine della speranza.
Natura, creato e gioia: non estetica, ma teologia
“I narcisi e i tulipani, più belli delle vesti del re Salomone”: le immagini floreali di Gerhardt non sono solo decorazioni.
In un’epoca segnata dalla morte diffusa, guardare alla bellezza della natura diventa un modo concreto di annunciare che il mondo non è abbandonato al caos.
Nel suo sguardo sul creato ritroviamo una tipica intuizione luterana: Dio non si lascia incontrare solo nello straordinario, ma nella quotidianità dei campi, dei giardini, delle stagioni.
L’attenzione alle piante – tulipani, narcisi, rose, gigli, ulivi, viti, grano – non è folklore: è liturgia che entra nella terra, teologia che impara ad alzare gli occhi oltre le macerie.
Perciò l’invito delle Chiese in Germania è quello di far germogliare “aiuole Paul Gerhardt”.
Un progetto (#PaulGerhardtFlower) pensato proprio per rendere visibile e concreta la speranza di rifiorire in questo tempo e in questa società.
È un gesto pedagogico: dinanzi alla crisi climatica, alla violenza delle guerre che distruggono, la fede canta la bellezza della natura perciò è chiamata anche a difenderla, a custodirla.
I fiori di Gerhardt non sono un modo per rintuzzare la nostra spiritualità, ma promemoria di responsabilità verso il mondo ed il prossimo.
Conflitti interni, coscienza luterana
La biografia di Gerhardt non è lineare. Ordinato pastore luterano, entra presto in tensione con le autorità.
A Berlino viene rimosso dalla Nikolaikirche perché non accetta un editto pensato per ammorbidire lo scontro tra luterani e calvinisti.
Dietro c’è un tratto tipico della tradizione luterana: la coscienza non è una variabile da gestire per ragioni di opportunità politica.
Gerhardt non si lascia arruolare in un compromesso che, in quel momento egli percepisce come ambivalente, e paga un prezzo concreto per questa scelta.
Non si tratta di propugnare lo scontro ed il suo non è fondamentalismo, ma consapevolezza che ogni pace, anche quella religiosa, non può essere costruita semplicemente mettendo a tacere le differenze teologiche, o chiedendo di “lasciar correre” in nome dell’ordine pubblico.
In un’epoca in cui anche le Chiese sono chiamate a muoversi tra pressioni politiche, equilibri interni e scena pubblica, la storia di Gerhardt pone al centro una domanda scomoda: fino a che punto si può scendere a patti con tutto senza perdere il contatto con l’Evangelo?
Un’eredità che attraversa le confessioni
Che oggi il “Gotteslob” (innario cattolico) includa alcuni inni di Gerhardt dice qualcosa di semplice ma decisivo: il patrimonio spirituale nato in contesti luterani non appartiene più soltanto alle chiese protestanti.
È parte di un deposito più ampio, che attraversa confini confessionali e culturali.
La stessa scelta di recuperare, nel 2026, la figura di Gerhardt con festival, mostre, concorsi musicali e riflessioni teologiche mostra come il suo linguaggio – poetico e biblicamente denso – resti ancora una risorsa per parlare di dolore, fiducia, consolazione.
Non come oggetto da museo, ma come strumento vivo per la predicazione, la liturgia, la cura pastorale.
Per le chiese luterane in Italia, questa eredità non è astratta: gli inni di Gerhardt, in lingua originale, parafrasi, traduzioni e adattamenti, continuano a nutrire culti, celebrazioni ecumeniche, momenti di visita e accompagnamento.
Nel lavoro quotidiano delle Comunità, la sua capacità di dire Dio dentro le ferite della storia resta un alleato prezioso.
2026: non solo celebrazioni
Il programma dell’anniversario in Germania – concerti, conferenze, premi, iniziative nelle scuole – rischierebbe di rimanere pura “operazione culturale” se non ci lasciasse con una domanda concreta: che cosa facciamo, oggi, con il tesoro spirituale e musicale che abbiamo ricevuto?
In un’Europa attraversata da nuove guerre, polarizzazioni e tensioni sociali, stanchezza spirituale, la tentazione è quella di cercare parole sempre nuove, sempre più d’impatto, e di dimenticare quelle che hanno già retto tempeste enormi.
Gli inni di Paul Gerhardt nascono in un mondo frantumato, lacerato dalle divisioni anche religiose, e rispondono con una cosa molto poco di moda: una fiducia ostinata in Dio, che non cancella il dolore ma lo attraversa, che non esalta il sacrificio ma sostiene la vita, che non scappa dal conflitto ma lo porta nella preghiera.
Gerhardt, nei suoi scritti, nelle poesie e negli inni, sembra anticipare la ricerca “ostinata e contraria” di Fabrizio De André : “Va’, cuore mio, e cerca la gioia” (Geh aus, mein Herz, und suche Freud). Anche – e forse soprattutto – quando tutto intorno sembra andare in un’altra direzione.

Bando microprogetti 2026
Dal 19 gennaio il nuovo bando microprogetti CELI: oltre 800 proposte ricevute, più di 50 finanziate, nuove procedure semplificate.
Più immediato, più fiducia, più Comunità
Si aprirà il 19 gennaio il terzo bando microprogetti della Chiesa Evangelica Luterana in Italia, finanziato con le risorse dell’otto per mille luterano.
Un appuntamento che non nasce dal nulla: ad oggi sono oltre 800 i progetti presentati e più di 50 quelli già finanziati, a conferma di un bisogno diffuso e di una risposta concreta. (Qui i bandi precedenti)
Un percorso che, anno dopo anno, ha intercettato associazioni, cooperative, gruppi informali ed enti del terzo settore spesso piccoli, radicati nei territori, ma capaci di incidere in modo reale sulla vita delle persone.
Procedure più semplici, stessa serietà
La novità più immediata di questa terza edizione riguarda le procedure di presentazione delle Istanze di Contributo (IdC), che vengono ulteriormente semplificate.
La direzione è chiara: allargare l’accesso senza abbassare il livello di rigore.
«Non vogliamo discriminare tra chi ha strutture complesse e chi lavora con poche risorse ma con un forte impatto sociale», spiega Gianluca Fiusco, coordinatore della Commissione di Valutazione.
Per questo il bando introduce una doppia fase:
- una prima candidatura snella, immediata;
- una fase di approfondimento riservata ai progetti ammessi al finanziamento.
Una scelta che nasce dall’ascolto delle organizzazioni e dall’esperienza maturata nei bandi precedenti.
Tempi certi, risorse utilizzabili
La CELI conferma anche uno degli elementi più apprezzati dalle realtà beneficiarie: tempi rapidi di valutazione ed erogazione.
Finora, in media, entro 60 giorni dalla chiusura del bando le risorse dell’otto per mille luterano sono state rese disponibili.
Un dettaglio solo in apparenza tecnico. Per molte organizzazioni, soprattutto nelle aree interne o nei contesti più fragili, il tempo è una questione di sopravvivenza operativa.
I progetti entrano nel cuore della Chiesa: il Sinodo
La novità più rilevante di questa edizione è però un’altra, ed è profondamente luterana: alcuni progetti finanziati saranno presentati direttamente al Sinodo.
«Non siamo un ente finanziatore, né una banca – sottolinea Fiusco – siamo una Chiesa».
Una Chiesa che sceglie di non separare il sostegno economico dalla relazione, dal confronto, dalla responsabilità condivisa.
Portare i progetti al Sinodo significa dare volto e voce a chi opera nella società, soprattutto un nome anche quando non appartiene al mondo luterano, riconoscendo il valore pubblico del lavoro sociale.
Dopo i tagli, una scelta di rilancio
Il terzo bando arriva in un contesto segnato dal taglio dei fondi otto per mille, su cui è in corso un’interlocuzione con le istituzioni.
La CELI ha scelto di non fermarsi, ma di proseguire e rafforzare il percorso dei microprogetti, investendo su ciò che ha già dimostrato di funzionare.
Per la CELI, l’interesse verso l’otto per mille è al tempo stesso una responsabilità ed un esercizio concreto di democrazia: risorse limitate, certo, ma decisive per mantenere vivo quel tessuto di organizzazioni sociali senza il quale a indebolirsi sarebbe il sistema di partecipazione e coinvolgimento delle persone nella vita delle società.
Perché dietro ogni progetto – ieri come oggi – ci sono persone, volti, nomi.
E il futuro, spesso, comincia proprio da quel nome che diventa firma, la vostra.

Venezuela: potere e Vangelo la riflessione di Shelley Bryan Wee
La vescova luterana Shelley Bryan Wee (ELCA) critica l’intervento USA in Venezuela e richiama le chiese a scegliere un’altra via.
Una vescova luterana davanti alla guerra
Quando una vescova luterana statunitense sente il bisogno di parlare non solo “come pastora”, ma esplicitamente “come cittadina USA”, vuol dire che la soglia è stata superata.
Shelley Bryan Wee, vescova del Northwest Washington Synod della Chiesa Evangelica Luterana in America (ELCA), prende posizione dopo il bombardamento del Venezuela e la rimozione forzata del suo presidente.

E lo fa con un video e una domanda secca, diretta:
“Qual è il vero scopo della nostra amministrazione? Libertà o avidità?”
Nel suo messaggio Bryan Wee non prova a ripulire il quadro.
Riconosce che Nicolás Maduro ha ignorato la volontà del suo popolo, ha fatto ricorso alla violenza e ha contribuito alla sofferenza del Paese.
Ma, come cristiana e come vescova luterana, traccia un confine chiaro: bombardamenti, sequestri, esproprio delle risorse di un altro Paese non sono una “soluzione morale”.
In altre parole: non basta avere contro un dittatore per trasformare qualsiasi intervento armato in un’azione giusta.
“Libertà o petrolio?”
Dietro le parole della vescova c’è un sospetto che, onestamente, in molti in queste ore si pongono: quando una superpotenza interviene in un Paese ricchissimo di petrolio, la questione “democrazia e libertà” rischia di apparire retorica.
“È giustizia per una nazione in crisi o un’occasione facile per afferrare risorse naturali, causando ancora più danni?”
La lettura luterana della realtà – sostiene la vescova del Northwest Washington Synod (ELCA) – non si accontenta delle narrazioni ufficiali.
La tradizione della Riforma è abituata a chiedere: chi ci guadagna? chi ci perde realmente? chi paga il prezzo umano delle decisioni politiche?
Shelley Bryan Wee denuncia un meccanismo ricorrente: il potente che dice di voler “liberare” ma intanto bombarda, sequestra, ridisegna confini e flussi di ricchezza, lasciando così il popolo – “già immerso nella povertà” – ancora più vulnerabile.
È esattamente ciò che definisce: non un cambio di logica, ma la replica degli stessi abusi: violenza, coercizione, controllo.
I Magi “tornano per un’altra strada”
Il cuore teologico del messaggio è semplice e radicale.
Non entra in tecnicismi diplomatici ma prende le mosse da una storia che tutti conoscono: i Magi nel Vangelo di Matteo tornano per un’altra strada. Il Vangelo propone una via diversa a quelle che percorriamo noi.
Dinanzi ad un re violento (Erode) che mente sul suo vero obiettivo, ad un bambino vulnerabile, segno della presenza di Dio in una famiglia comune, ci sono uomini che hanno accesso al potere, ma rifiutano di farsi usare dal potere.
Quando capiscono che Erode cerca il bambino per ucciderlo, i Magi non collaborano, non “fanno finta di niente”:
“Viaggiarono verso casa per un’altra via.”
Qui sta il punto: la fede cristiana non benedice “il male minore” imposto dalla forza.
Indica un’altra via, spesso meno spettacolare, meno virile, meno “decisa”, ma più fedele al Vangelo: portare doni anziché impadronirsene e depredare; proteggere la vita invece di sacrificare gli innocenti in nome della stabilità; rifiutare la logica della complicità alla violenza.
Pace giusta, l’unica via
Il messaggio si inserisce in una costante riflessione luterana sulla pace giusta.
Non basta che cessino le armi per poter parlare di pace. Se un intervento nasce da interessi economici, ignora il diritto internazionale, calpesta la sovranità dei popoli e lascia milioni di persone in una crisi ancora più profonda.
In questo caso non si parla di pace, ma semplicemente di una diversa forma di dominio.
La denuncia della vescova luterana è chiara: il rischio di un ordine mondiale in cui i più forti “normalizzano” bombardamenti e colpi di mano, mentre parlano di libertà, democrazia, diritti umani.
Quando a farlo sono gli Stati Uniti – “nazione potente, emulata, storicamente rispettata” – il danno è moltiplicato: si spezza il tessuto morale dell’intero sistema internazionale.
La prospettiva luterana ricorda invece che non si protegge la dignità umana violando la dignità di altri popoli.
La fine della tirannia non può essere costruita ripetendo la stessa logica di violenza e appropriazione.
Un messaggio per noi
Le parole che arrivano, non dal Venezuela ma dagli USA, interrogano anche noi.
È un promemoria scomodo anche per le chiese in Europa e in Italia.
In un contesto come quello italiano, attraversato da narrazioni polarizzate su Venezuela, America Latina, migrazioni e sicurezza, la voce luterana può contribuire a ricordare che la pace non si misura solo dalla “stabilità dei mercati”, ma in vite salvate e dignità rispettata.
Per i cristiani i diritti umani non sono perciò un optional da sospendere quando entrano in gioco gli interessi economici o energetici.
La fede cristiana non può quindi mettersi al servizio di nessun nazionalismo, di nessuna ragion di Stato, così come di nessuna dittatura.
Il problema della scelta
Il messaggio della vescova Shelley Bryan Wee si chiude con una preghiera, ma non è una chiusura di semplice devozione per addolcire tutto.
Nelle sue parole c’è una richiesta molto concreta: che gli Stati Uniti “trovino un’altra via” rifiutando di partecipare a qualsiasi forma di furto nei confronti del popolo venezuelano.
Venticinque milioni di persone in Venezuela vivono, e non da oggi, una crisi profonda. Perciò non possono trovare un nuovo padrone nella nazione che, mentre parla di libertà e giustizia, rischia di essere infedele proprio a questi valori.
Il messaggio è perciò chiaro: non basta “non fare il male”. Chi ha voce, influenza, responsabilità, è chiamato a impedire che il male venga normalizzato.
In linguaggio evangelico:
non è sufficiente non essere Erode; bisogna anche decidere se imitare i Magi che “tornano per un’altra strada” o restare complici del palazzo.
Un Vangelo che non benedice la forza, ma la rovescia
Dietro questo testo c’è l’idea profondamente protestante: Dio non sta automaticamente dalla parte dei potenti in nome di ordine e sicurezza.
Il Natale appena trascorso ci ricorda che il Signore guarda alla condizione delle vittime, dei poveri, dei popoli schiacciati dalle ambizioni di altri.
La nascita di Cristo in una periferia dell’impero, in una famiglia povera, dice esattamente questo.
Ed ecco che la preghiera finale di Shelley Bryan Wee non è un dettaglio spirituale, ma una scelta di campo:
che gli Stati e le chiese non siano guidati da avidità e potere,
ma da giustizia e compassione.
Chi è Shelley M. Bryan Wee
La vescova Shelley M. Bryan Wee è pastora della Chiesa Evangelica Luterana in America dal 1993. Attualmente vescova del Sinodo del Nord-Ovest di Washington della Chiesa Evangelica Luterana in America.
Nata a Springfield, Oregon, la sua famiglia si è stabilita a Colville, Washington, dopo aver vissuto in alcuni altri stati. Laureata alla Pacific Lutheran University (Tacoma, WA) con una laurea triennale in Arti della Comunicazione (specializzazione in Relazioni Pubbliche) e una specializzazione in Economia Aziendale (specializzazione in Marketing). Ha conseguito un Master in Teologia presso il Luther Northwestern Theological Seminary (ora Luther Seminary, St. Paul, MN). La vescova Wee è stata ordinata pastora nella Chiesa Evangelica Luterana in America il 28 agosto 1993.
Ha inoltre prestato servizio presso la Jocko Valley Lutheran Church (Arlee, MT); la Zion Lutheran Church (Spokane, WA); la Emmanuel Lutheran Church (Cheney, WA) e il Eastern Washington University Campus Ministry (Cheney, WA). Ha ricoperto il ruolo di Assistente del Vescovo nel Sinodo del Nord-Ovest di Washington prima della sua elezione a Vescovo nel 2019.

Quando dio rende tutte le cose nuove
Nel messaggio di Capodanno 2026, la Segretaria della Federazione Luterana Mondiale, Anne Burghardt, invita le Chiese luterane ad accogliere il rinnovamento di Dio nella storia.
Un nuovo anno sotto una promessa antica
“Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5): la parola biblica scelta come motto per il 2026 non è uno slogan motivazionale, è una promessa.
Nel suo messaggio di Capodanno, la segretaria generale della Federazione Luterana Mondiale (LWF), Anne Burghardt, parte da qui: da una frase dell’Apocalisse che collega il desiderio umano di cambiamento con la fedeltà di Dio nel tempo.

Questa promessa non resta sospesa in un futuro lontanissimo: si estende – dice Burghardt – dalla prima comunità cristiana, che viveva all’ombra di un impero aggressivo, fino alle chiese di oggi, alle prese con guerre, crisi sociali, precarietà, sfiducia.
La domanda, allora, è semplice e scomoda: come viene accolta questa parola? Con speranza o con paura? Con desiderio o con resistenza?
Quando il “nuovo” consola e quando inquieta
Per chi vive nel dolore – un bambino che ha perso i genitori in guerra, una giovane costantemente attaccata sui social, un adulto schiacciato dalla disoccupazione – l’idea che Dio faccia “nuove tutte le cose” suona come una boccata d’ossigeno. È la notizia che si spera di sentire da tempo: qualcosa può cambiare davvero.
Ma non tutti la vivono allo stesso modo.
Per chi si sente arrivato, protetto dal proprio benessere o dal proprio potere, quella promessa può suonare minacciosa:
“Che bisogno c’è che Dio cambi le cose proprio adesso, quando la mia vita funziona?”
Il messaggio di Capodanno mette a nudo questa ambivalenza: il Vangelo non è un ritocco cosmetico su esistenze già soddisfatte. È un rinnovamento radicale che riguarda tanto le ferite del mondo quanto le sicurezze personali.
Il “nuovo” di Dio non è il “nuovo” del potere
Qui la lettura diventa anche molto lucida sul piano pubblico.
La storia è piena di leader che hanno promesso di “fare nuovo” il Paese, la società, la storia: rivoluzioni a parole, spesso costruite sulle paure della gente, sulle ideologie, sul proprio tornaconto.
Perciò a volte il presunto “nuovo” è solo il ritorno di vecchi fantasmi – nazionalismi, esclusioni, violenza – rimessi in circolo.
Altre volte, invece, introduce davvero qualcosa di radicale, ma schiacciando i bisogno dei molti a beneficio di vantaggi per pochi.
La promessa di Dio si muove su un altro piano.
Non nasce dal calcolo politico, non passa sopra le persone, non rimette in gioco logiche di dominio. È una promessa che attraversa il tempo – “Io sono l’Alfa e l’Omega” (Ap 1,8) – e tiene insieme consolazione delle vittime, giustizia, libertà, dignità.
Per la tradizione luterana è un promemoria duro e necessario:
ogni volta che la parola “rinnovamento” viene usata nello spazio pubblico, va verificata alla luce di questa differenza. Non tutto ciò che si presenta come “nuovo” è in linea con il Dio che fa nuove tutte le cose.
La luce di Cristo che cambia la prospettiva
Una delle immagini più forti del messaggio è quella della luce.
Come la stessa opera d’arte appare diversissima a seconda della luce che la illumina, così la realtà cambia se la si guarda alla luce di Cristo.
Alla luce del Vangelo il prossimo, l’altro e l’altra, non sono concorrenti o problemi: sono persone create a immagine di Dio.
Insieme a questo anche il creato non è appannaggio di poche persone, né i beni una corsa all’accumulo per sé: la prospettiva di Dio guarda alla condivisione ed alla responsabilità.
Perciò non siamo chiamati e chiamate a vivere in modalità difensiva, ma disponibili alla metanoia, cioè al cambiamento.
Ad un radicale cambiamento interiore e perciò anche spirituale.
Il rinnovamento di Dio non è quindi un “reset” magico del mondo, ma un cambiamento di sguardo: Dio rende nuove le persone attirandole in una prospettiva diversa, dove conta la giustizia, la cura dell’altro, la capacità di mettersi in discussione.
Una chiamata per le chiese luterane oggi
In questa chiave, il messaggio di Capodanno non è una meditazione intimista per iniziare bene il nuovo anno: è anche una chiamata molto concreta.
Le Chiese luterane nel mondo, inclusa la Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI), sono invitate a chiedersi cosa significa, oggi, partecipare alla promessa di Dio di fare nuove tutte le cose.
E dove occorre smettere di limitarsi a “gestire l’esistente” e osare percorsi nuovi, anche faticosi.
Una sfida che la CELI ha provato e prova a raccogliere in molti ambiti: giustizia di genere, migrazioni, pace, giovani, periferie sociali, ambiente: la fede è perciò chiamata a farsi azione, non solo analisi.
Il cuore del messaggio è perciò chiaro: il rinnovamento che viene da Dio non elimina la responsabilità umana, semmai la attiva.
Dio entra nella storia anche attraverso scelte, strutture, progetti, parole che le Comunità possono mettere in campo.
E la “nuova creazione” iniziata nell’incarnazione non è un’idea astratta, ma un processo in cui le Chiese sono chiamate a farsi coinvolgere.
Entrare nel 2026 con stupore, non con rassegnazione
Alla fine per Anne Burghardt la domanda iniziale torna: come accogliere questa promessa?
La risposta è duplice: con realismo, senza negare le crisi, la stanchezza, le ingiustizie, le paure; ma anche con stupore ostinato, lasciandosi cioè sorprendere da come Dio continua a lavorare nella storia, spesso in modo discreto, attraverso persone e comunità che scelgono di vivere un’altra logica.
“Fare nuove tutte le cose” non significa perciò cancellare il passato, ma redimerlo.
Per le chiese luterane, il 2026 si apre così: come un tempo in cui guardare il mondo alla luce del Cristo incarnato, crocifisso e risorto, e lasciarsi cambiare il modo di pensare, di credere e di agire.

Carsten Gerdes: che sia un Natale “capovolto”
Il messaggio di Natale del Decano CELI invita a guardare il cambiamento senza paura e a scoprire un Natale diverso.
Gli auguri della CELI per voi
Un albero di Natale capovolto apre il messaggio di Natale del Decano della Chiesa Evangelica Luterana in Italia, il pastore Carsten Gerdes. Non è un errore grafico, non è una stravaganza creativa: è un segnale. Un invito a fermarsi un attimo prima di scorrere oltre.
Il breve testo che segue parte da una constatazione semplice e disarmante: il Natale non è sempre come ce lo aspettiamo. Le tradizioni rassicurano, certo, ma la vita reale – con i suoi cambiamenti improvvisi – spesso le mette alla prova. E allora anche il Natale può apparire diverso, scomodo, fuori asse.
Il messaggio del Decano non offre risposte prefabbricate né nostalgia confezionata. Piuttosto apre uno spazio di riflessione: cosa succede quando accettiamo che qualcosa cambi? E se proprio lì, dove tutto sembra “capovolto”, si nascondesse una possibilità nuova?
Un messaggio essenziale, da leggere con attenzione, che non chiede di tornare indietro ma di guardare avanti. Anche – e soprattutto – a Natale.
Messaggio del Decano
Cari Lettori e care Lettrici,
né il il webmaster né la redazione hanno commesso errore alcuno.
E anche voi, il vostro device funziona correttamente ed è nella posizione giusta.
L’albero capovolto serve semplicemente a sottolineare questo messaggio.
Questa frase mi è rimasta impressa nella mente mentre preparavo il Culto per le famiglie della Vigilia di Natale.
Quest’anno sarà infatti diverso dagli anni precedenti: senza il presepe vivente dei bambini, in parte all’aperto in diverse postazioni intorno alla chiesa.
Sì, la maggior parte di noi desidera esattamente il contrario: il Natale dovrebbe essere come sempre!
Le abitudini e i contenuti familiari ci danno sicurezza.
Si sono dimostrati efficaci nel corso degli anni.
L’albero addobbato, i canti conosciuti, lo stare insieme in famiglia, il mangiare insieme, “in quei giorni…”.
Che meraviglia!
Dovrebbe essere così anche quest’anno.
Può capitare, e capita però, che si verifichino dei cambiamenti.
Il più delle volte involontari. Improvvisamente qualcosa, a volte tutto, cambia.
Il Natale, la vita di prima, viene stravolta. E facciamo fatica ad accettarlo o non vogliamo farlo, perché prima ci sembrava giusto così. Così, quando è diverso, il Natale può diventare difficile.
Tuttavia, anche se per alcuni è difficile, vorrei incoraggiarvi a non rifiutare subito quel che è nuovo, ciò che è diverso.
Piuttosto, lasciate che agisca su di voi, osservate attentamente, ascoltate ciò che vi dice, ciò che suscita in voi.
Perché già con il primo Natale Dio ci ha detto: d’ora in poi tutto sarà diverso.
Rinnovare tutto. Verrò da voi, esseri umani. In mezzo a voi, costruirò il mio nuovo regno.
D’ora in poi regnerà l’amore dove prima regnava l’odio. Vivremo insieme invece che uno accanto all’altro, perdoneremo invece di serbare rancore, la pace entrerà nelle capanne e nelle case…
Ah, se solo a Natale tutto diventasse davvero diverso!
Con queste parole vi auguro buon Natale.
Il vostro pastore e decano Carsten Gerdes

Scegliere la pace, respingere l’odio
Dopo l’attacco di Bondi Beach, la Federazione Luterana Mondiale riflette su antisemitismo, libertà religiosa e scelta della pace contro odio ed estremismo.
Un attacco nel cuore della festa
Domenica 14 dicembre, sulla spiaggia di Bondi Beach a Sydney, la festa ebraica di Hanukkah è stata spezzata da una sparatoria brutale: quindici persone uccise, decine di feriti, una comunità colpita mentre era riunita per pregare e accendere luci nel buio.
Gli autori dell’attacco, Sajid e Naveed Akram, padre e figlio di origine pachistana, sono arrivati armati nella zona di Archer Park, dove era in corso l’evento pubblico “Chanukah by the Sea”.
Da un ponte sopraelevato hanno iniziato a sparare sulla folla. Sajid è rimasto ucciso durante l’attacco; Naveed è stato fermato e ricoverato in ospedale.
In pochi minuti, una celebrazione aperta a famiglie, bambini, anziani, è diventata il simbolo di quanto fragile sia, oggi, il diritto di pregare in sicurezza.
La risposta della Federazione Luterana Mondiale
La Federazione Luterana Mondiale (LWF) ha reagito con una dichiarazione chiara e senza giri di parole.
Il presidente, vescovo Henrik Stubkjær, e la segretaria generale, Anne Burghardt, hanno espresso vicinanza alle comunità ebraiche in Australia e nel mondo, ricordando le vittime, i feriti e chi ha visto crollare, in un attimo, il proprio senso di sicurezza.
La dichiarazione ribadisce il rifiuto netto di ogni forma di antisemitismo e di ogni violenza rivolta contro persone riunite per il culto o per celebrazioni religiose.
Un attacco del genere, si afferma, “lacera il tessuto della nostra comune umanità”.
La frase chiave è anche il titolo di questa riflessione: “Non dovremmo mai lasciarci scoraggiare da coloro che scelgono la violenza, ma piuttosto scegliere l’unità anziché l’estremismo e la pace anziché l’odio”.
Non è un commento di rito: è una presa di posizione teologica e pubblica.
Antisemitismo: una ferita che riguarda anche le Chiese
Per le Chiese luterane, parlare di antisemitismo non è mai neutro.
La storia della Riforma porta con sé anche pagine di responsabilità su questo tema.
Così come l’uso delle parole di Lutero sugli ebrei, nei secoli, per giustificare ostilità e violenza.
Perciò oggi la condanna dell’attacco di Bondi Beach assume un peso in più.
Non si tratta solo di stigmatizzare un crimine, ma di dire con chiarezza che nessuna teologia cristiana può ospitare l’odio verso il popolo ebraico, né sul piano dottrinale, né sul piano del linguaggio, né sul piano dei gesti.
Colpire chi prega: una violenza contro tutti
L’attacco non ha colpito solo una comunità specifica; ha colpito un gesto umano simbolico e profondo: la preghiera.
Una celebrazione all’aperto, una menorah, canti, famiglie riunite per Hanukkah: è questo che è stato trasformato in bersaglio.
Per una prospettiva cristiana – e luterana in particolare – i luoghi in cui le persone cercano Dio, qualunque sia la loro fede, non sono semplicemente “spazi di un altro”.
Sono segni di una umanità che non si rassegna al cinismo e ancora cerca senso, consolazione, orientamento.
Quando una sinagoga, una chiesa, una moschea, un tempio o un raduno religioso diventano obiettivo di attacchi, la ferita è globale.
Viene messa in discussione l’idea che le differenze di fede possano convivere in modo pacifico nello stesso spazio pubblico.
Per questo la Federazione Luterana insiste sulla comune umanità: riconosce che la protezione delle comunità ebraiche, oggi, è anche una responsabilità cristiana.
Il rischio della spirale dell’odio
L’identità musulmana degli attentatori è il dettaglio perfetto per alimentare un’altra onda di odio: islamofobia, sospetto generalizzato, discorsi che trasformano una tragedia in pretesto per colpire intere comunità.
È la dinamica classica dell’estremismo: un atto di violenza diventa giustificazione per altra violenza.
Perciò, come evangelici luterani rifiutiamo questa logica.
Se ogni essere umano è creato a immagine di Dio, nessun nemico – reale o percepito – autorizza la disumanizzazione.
Difendere la comunità ebraica non può trasformarsi in nuova ostilità verso altri: bisogna spezzare la catena dell’odio.
Hanukkah e Avvento: due luci che non possono essere spente
Il contesto temporale è potente: le comunità ebraiche celebrano Hanukkah, i cristiani vivono l’Avvento.
In modi differenti, entrambe le tradizioni parlano di luce che resiste al buio, di promesse di pace, di fedeltà di Dio nella storia.
Hanukkah e Avvento si sfiorano nel calendario e possono diventare un promemoria concreto: la luce che si accende nelle liturgie, nei canti, nelle case ha senso se si traduce in scelte di pace, di protezione, di vicinanza verso chi vive nella paura.

Come “scegliere la pace”?
La dichiarazione della Federazione invita a essere “strumenti di pace, sostenendo la dignità di ogni persona”.
Non si tratta di un concetto astratto, ma di un compito molto pratico.
Per le chiese di tradizione luterana questo compito si gioca almeno su tre fronti intrecciati:
- Nello sguardo: rifiutare le semplificazioni, non normalizzare l’antisemitismo, non accettare l’idea che la violenza religiosa sia “inevitabile”.
- Nel linguaggio: nelle predicazioni, nei comunicati, nei social, evitare ogni forma di delegittimazione e stereotipo; educare comunità e gruppi giovanili a riconoscere il linguaggio dell’odio e a non farlo passare.
- Nelle relazioni: cercare contatti reali con le comunità ebraiche locali, ma anche con altre minoranze religiose, perché la protezione della libertà di culto non si difende solo con principi astratti, ma con rapporti di fiducia e di vicinanza.
Scegliere la pace anziché l’odio, in questo senso, significa anche accettare una scomodità: esporsi pubblicamente contro l’antisemitismo, contro la violenza religiosa, contro la logica del nemico assoluto, anche quando il clima sociale va in direzione opposta.
Una responsabilità pubblica
L’attacco di Bondi Beach non è un episodio isolato. Si inserisce in un mondo segnato da guerre, terrorismo, polarizzazioni.
In questo contesto, la testimonianza pubblica delle Chiese viene misurata anche su come si reagisce a eventi come questo.
Da un lato c’è la preghiera: chiedere al Dio della vita e della pace consolazione per chi è nel lutto, guarigione per i feriti, protezione per chi vive nella paura.
Dall’altro c’è la pratica: un impegno pubblico a difendere la libertà religiosa, a contrastare l’antisemitismo, a promuovere una cultura di convivenza che non si arrenda ai linguaggi dell’odio.
La teologia della croce ricorda che Dio si schiera dalla parte delle vittime, non dei forti che usano il suo nome per legittimare violenza e dominio.
In mezzo al rumore delle armi e delle parole d’odio, “scegliere la pace anziché l’odio” non è ingenuità: è un atto di fede che prende sul serio il Vangelo e si rifiuta di lasciare l’ultima parola alla violenza.

Se lo sport tradisce la pace
Il commissario sportivo EKD, Thorsten Latzel critica il Premio FIFA a Trump: senza giustizia non c’è pace.
Quando lo sport tradisce la pace?
L’assegnazione del Premio FIFA per la Pace al presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suscitato forti reazioni nel mondo protestante europeo e tedesco in particolare.
Tra le voci più critiche, quella di Thorsten Latzel, presidente della Chiesa evangelica in Renania e commissario allo sport della Chiesa Evangelica in Germania (EKD), che ha definito la scelta della FIFA un atto di “compiacenza” e una “strumentalizzazione dello sport in aperta contraddizione con il principio di neutralità”.

Il premio, istituito dalla FIFA e consegnato dal presidente Gianni Infantino, dovrebbe riconoscere un contributo straordinario alla pace e alla capacità di unire le persone nel mondo.
Proprio per questo, secondo Latzel, l’assegnazione risulta profondamente problematica sul piano etico, politico e teologico.
Pace proclamata, giustizia assente
Nel suo intervento, Latzel ha richiamato con forza la situazione internazionale attuale, a partire dalla guerra in Ucraina.
Gli Stati Uniti, ha osservato, hanno presentato un piano unilaterale in 28 punti che, secondo numerosi osservatori, riflette in larga parte le posizioni russe, mentre i negoziati si svolgono senza un reale coinvolgimento dell’Ucraina e dell’Europa.
In questo contesto va ribadito che la pace non può essere ridotta a un accordo tattico o a un cessate il fuoco privo di garanzie.
Latzel ha citato l’ammonimento profetico di Geremia 6,14: «Pace, pace, ma pace non c’è». Senza giustizia, senza tutela del diritto internazionale e senza protezione dei più deboli, ogni promessa di pace rischia di essere solo retorica.
Interessi di potere e arbitrarietà autocratica
La critica si estende anche ad altri scenari geopolitici.
Latzel ha denunciato le azioni militari statunitensi al largo delle coste del Venezuela, definite illegali sul piano del diritto internazionale, e le dichiarazioni razziste rivolte dal presidente Trump alla popolazione somala.
In parallelo, ha evidenziato come dietro molte scelte politiche emergano interessi economici concreti, ad esempio legati alle riserve petrolifere venezuelane.
Secondo il presidente della Chiesa renana, questi elementi delineano un quadro coerente: un’azione politica guidata da arbitrarietà autocratica e da un arricchimento nazionale e personale, lontana da qualunque autentico impegno per la pace.
In questo scenario, l’assegnazione di un premio per la pace appare non solo inopportuna, ma moralmente distorsiva.
La responsabilità delle Chiese e della società civile
La tradizione protestante tuttavia insiste sul fatto che la pace è inseparabile dalla giustizia, dalla libertà e dalla tutela della dignità umana.
Latzel ha quanto ogni processo di pace credibile debba prevedere garanzie affidabili, non negoziabili e non revocabili a seconda degli interessi del momento.
In un tempo segnato da crescente militarizzazione, guerre culturali e linguaggi sempre più aggressivi, come luterani siamo chiamati a mantenere una parola chiara e non accomodante.
Non una parola di parte, ma una parola radicata nel Vangelo, capace di smascherare le false pacificazioni e di richiamare ad una responsabilità comune.
Avvento: un’altra speranza di pace
Non è casuale che questa presa di posizione emerga nel tempo di Avvento.
Per la fede cristiana, la speranza non nasce dall’equilibrio delle potenze né dal calcolo degli interessi, ma dalla promessa di Dio.
L’Avvento richiama un’altra logica: quella della resilienza, della solidarietà e della cooperazione, contro la spietatezza e la paura.
Sostenere lo Stato di diritto, la democrazia e la libertà non è un’opzione ideologica, ma una conseguenza della responsabilità cristiana nel mondo.
In questo orizzonte, la pace non può essere premiata a parole per poi essere smentita dai fatti.

Luterani e Anglicani insieme per i rifugiati
LWF e Comunione Anglicana riaffermano il loro impegno globale per i rifugiati in vista del Global Refugee Forum di Ginevra.
Un impegno comune
Nel mondo contemporaneo, segnato da conflitti, crisi climatiche e instabilità economiche, la condizione dei rifugiati continua a rappresentare una delle ferite più profonde del nostro tempo.
A pochi giorni dall’avvio della Progress Review del Global Refugee Forum (GRF), in programma a Ginevra dal 15 al 17 dicembre 2025, la Federazione Luterana Mondiale (LWF), attraverso la sua segretaria generale, Anne Burghardt, e la Comunione Anglicana attraverso il segretario generale, Anthony Poggo, hanno pubblicato una dichiarazione congiunta che rinnova e rafforza l’impegno comune a favore delle persone costrette alla fuga.
L’incontro di Ginevra valuterà i progressi compiuti a livello nazionale, regionale e globale sulle promesse avanzate al GRF 2023 nell’ambito del Global Compact on Refugees (GCR), un quadro internazionale che mira a rafforzare la protezione e la dignità dei rifugiati.
La Federazione Luterana e la Comunione Anglicana, entrambe protagoniste di progetti globali legati all’accoglienza e all’accompagnamento delle persone rifugiate, hanno scelto di parlare con una sola voce, offrendo una testimonianza comune radicata nella fede.
Un impegno che nasce dal Vangelo e dalla realtà
Il testo congiunto parte da un riferimento diretto alla vita di Gesù come rifugiato.
Un richiamo teologico che non è un semplice simbolo, ma una prospettiva che illumina la prassi ecclesiale.
Nella dichiarazione, Federazione Luterana e Comunione Anglicana ricordano che l’accoglienza dei rifugiati non può essere ridotta a strategia politica o a risposta emergenziale.
È semmai una conseguenza naturale dell’essere Chiesa.
La dignità dell’altro diventa il criterio ultimo di ogni azione.
Il documento denuncia anche la fragilità dell’attuale sistema multilaterale, sottoposto a una pressione crescente.
La rete internazionale pensata per proteggere i diritti umani e garantire l’assistenza ai rifugiati necessita di profonde riforme, ma queste – affermano le due comunioni – devono essere guidate da valori universali, non da interessi contingenti o da logiche nazionalistiche.
Il lavoro nelle comunità
Federazione Luterana e Comunione Anglicana operano da anni in contesti di crisi, spesso accanto a persone in fuga da guerre, persecuzioni e violenza.
La dichiarazione perciò insiste su un punto centrale: le comunità locali, comprese quelle animate da realtà di fede, sono spesso le prime ad accogliere, sostenere e accompagnare i rifugiati.
In Tanzania, ad esempio, il lavoro della Chiesa Anglicana e del Tanganyika Christian Refugee Service testimonia un approccio in cui assistenza umanitaria, accompagnamento spirituale e advocacy si intrecciano.
È in queste realtà che il documento riconosce un principio fondamentale: i rifugiati non sono destinatari passivi di aiuti, ma persone con voce, competenze e capacità di partecipare alla ricostruzione delle loro stesse vite.
Questo coinvolgimento dal basso permette di vedere da vicino le difficoltà quotidiane che segnano i percorsi di chi fugge.
Ed è proprio questa esperienza diretta che spinge le due realtà cristiane a sostenere con forza la necessità di coordinamento tra il livello locale e quello globale, convinte che solo una cooperazione strutturata possa rendere efficaci gli impegni presi negli ambiti internazionali.
Una responsabilità condivisa
La dichiarazione sottolinea con chiarezza che il fenomeno delle migrazioni forzate non può essere affrontato da un numero ristretto di Paesi.
Le cause degli spostamenti – conflitti armati, effetti della crisi climatica, persecuzioni e instabilità politiche – travalicano i confini nazionali, e lo stesso dovrebbe fare la risposta globale.
Luterani e Anglicani richiamano gli Stati alla responsabilità di sostenere, in maniera equa e coordinata, le strutture internazionali incaricate di proteggere i rifugiati.
È un appello che rispecchia il linguaggio della fede: la solidarietà non può essere delegata a pochi, ma deve essere condivisa. La cura dell’altro è un compito comune, non un peso da scaricare.
Il ruolo insostituibile degli attori religiosi
La dichiarazione mostra un’intuizione decisiva: la dimensione religiosa è una componente essenziale nel lavoro con i rifugiati.
Non solo perché molte comunità di fede sono presenti in zone remote e fragili, ma perché la fiducia che generano permette di costruire relazioni di lungo periodo.
Luterani e Anglicani insistono quindi sull’importanza del dialogo costante tra governi, organizzazioni internazionali e attori religiosi, soprattutto per favorire processi di “localizzazione”, cioè un trasferimento reale di competenze e risorse verso i territori dove la presenza ecclesiale è radicata.
Mai senza la loro dignità
In conclusione, Federazione Luterana e Comunione Anglicana indicano una via precisa: un sistema di protezione più reticolare, meno verticale, capace di sostenere percorsi che partano dalla persona e non dalle logiche amministrative.
Ogni rifugiato, ricordano, perde molte cose quando è costretto a lasciare la propria casa; ma non perde la sua dignità, i suoi diritti, la sua capacità di costruire un futuro.
Questa dichiarazione congiunta non è un semplice atto formale. È un invito a ripensare la missione delle Chiese luterane e anglicane nel mondo contemporaneo: una missione che intreccia fede, giustizia e responsabilità globale.
Foto di copertina
©LWF/A. Danielsson, ACNS/Neil Turner