
La democrazia non è un servizio a domicilio
La democrazia non è un servizio a domicilio: le chiese tedesche di fronte alle elezioni e alla crescente polarizzazione. Una riflessione che interessa anche noi, in Italia.
Parole chiare
«La democrazia è una faccenda a cui si partecipa, non un servizio a domicilio».
Lo ha detto la vescova luterana Kristina Kühnbaum-Schmidt, alla guida della Nordkirche, in vista delle elezioni regionali del 20 settembre in Meclemburgo-Pomerania anteriore, dove i sondaggi danno un testa a testa fra SPD e AfD.
Il risultato della Sassonia-Anhalt, di cui abbiamo scritto su questo sito, ha suscitato una preoccupazione profonda: quando forze di estrema destra diventano il primo partito, dice Kühnbaum-Schmidt, è «un segnale d’allarme spirituale e sociale».
Ma il suo giudizio sul proprio Land è un altro: «La mia esperienza è che la coesione nel nostro Stato regionale regge, anche se a volte arriva in punta di piedi».
Nessuna spaccatura?
Ci sono buone notizie, nonostante gli allarmi di questi mesi.
Una nuova analisi dell’istituto evangelico midi, intitolata Ciò che ci divide. Ciò che ci fa parlare, sostiene che la società tedesca non si divide in due metà — né lungo la linea destra-sinistra, né lungo quella pro o contro la democrazia.
Lo studio ha individuato invece quattro atteggiamenti di fondo, di dimensioni all’incirca uguali. La faglia più profonda non passa dove ci aspetteremmo. Passa sulla libertà di parola.
Tra coloro che lo studio chiama i «delusi inascoltati», il 79,5 per cento ritiene che in Germania non si possa più esprimere la propria opinione senza sanzioni o pressione sociale.
Tra i «critici progressisti della giustizia», la stessa affermazione raccoglie il 15,1 per cento.
Due mondi che, sulla stessa domanda, vivono in paesi diversi.
Dove comincia una conversazione
«Chi teme già prima di un colloquio di non poter dire apertamente la propria posizione, difficilmente percepirà come sincera un’offerta di dialogo», osserva Daniel Hörsch, che ha diretto lo studio.
E precisa che «una conversazione costruttiva non comincia con un consenso, ma con la fiducia di poter finire la frase ed essere presi sul serio».
Da questa constatazione nascono i Verständigungsorte — luoghi di comprensione reciproca — promossi da Diaconia e chiesa: spazi con regole chiare e una moderazione neutrale, dove il conflitto non è un tabù.
Le cose concrete
Il presidente della Diaconia tedesca, Rüdiger Schuch, lega tutto questo a questioni concrete: «Quando le persone in campagna aspettano mesi per una visita medica, i treni non sono affidabili, gli affitti e i costi dell’energia fanno saltare il bilancio familiare, il governo federale deve prenderli sul serio».
La vescova luterana Marianne Gorka, responsabile della regione di Lüneburg, aggiunge un’osservazione sul clima: dalla pandemia in poi, i nervi saltano più in fretta.
Per questo, dice, conta che le persone non si sentano solo in balìa degli eventi. Semmai è fondamentale innanzitutto per le Chiese riportare le persone al centro della nostra attenzione: «posso contribuire. Nel mio piccolo ambito sono importante».
Si comincia presto
Nella stessa settimana, il portale letterario evangelico tedesco ha pubblicato una selezione di libri per bambini sulla democrazia.
Uno racconta di quattro bambini che comandano al parco giochi e di tutti gli altri che, pur essendo di più, si lasciano intimidire — finché non scoprono che basta un «no» pronunciato insieme.
Altrove, in un altro testo, viene spiegato perché in Germania non c’è un re. Rispondendo alla domanda se la democrazia sia garantita per sempre: resta in piedi solo se qualcuno se ne occupa.
Il titolo scelto per la rubrica è una frase attribuita spesso a Goethe senza essere di Goethe: chi dorme in democrazia si sveglia in dittatura.
Un buon promemoria nonostante l’autore, o l’autrice siano incerti.
Perché le domande che animano, e inquietano le nostre società non rimangono fuori dall’uscio delle Chiese.
Spesso quelle domande, accompagnandoci ogni giorno, entrano nella nostra vita e nelle riflessioni che informano il nostro essere credenti in Cristo.
Eluderle o, peggio, ridurle e minimizzarle produce conseguenze: non soltanto esterne alla Chiesa.

Giornata CELI a Merano: la diversità
La Giornata CELI a Merano ha riunito le comunità attorno alla diversità e ai 150 anni della Christuskirche.
Tre giorni in una città

La Giornata CELI a Merano è cominciata venerdì sera 11 settembre con un culto breve, la cena, e poi la riflessione serale ricca di gioia guidata dalla pastora Heidi Lengler.
Da lì fino a domenica sono arrivati membri dalle comunità luterane della penisola: un crogiolo di lingue e di provenienze diverse, che è poi il modo più concreto di mostrare cosa significhi il tema scelto dalla comunità ospitante guardando alla propria storia e a quella dei luterani in Italia — Vielfalt, diversità.

Merano conta circa 44.000 abitanti e un numero sorprendentemente alto di comunità religiose. Ospita un cimitero evangelico già dagli anni Sessanta dell’Ottocento, molto prima che il Tirolo smettesse di opporsi — talvolta con accanimento — all’ingresso dei protestanti.
Nello stesso fine settimana la Comunità evangelica di confessione augustana di Merano ha celebrato i 150 anni dalla propria costituzione giuridica.
Sette membri, poi settecento
Il Decano della CELI, dr. Johannes M. Ruschke, ha ricostruito minuziosamente quella storia nel saluto del sabato mattina.

Il punto di partenza è la Patente protestante di Francesco Giuseppe I, 8 aprile 1861, che garantiva ai sudditi evangelici il diritto di organizzare e amministrare autonomamente i propri affari ecclesiastici.
Poi ci volle un’altra cosa: l’aria. Nel 1837 il medico Johann Nepomuk Huber pubblicò un libro sul clima di Merano e sui rimedi che la città offriva ai malati. Funzionò come farebbe oggi un dépliant promozionale. Arrivarono gli ospiti delle terme, molti dei quali protestanti.
Nel 1864 a Merano risiedevano stabilmente sette membri della comunità evangelica. Nel 1874 erano 59, ma durante la stagione termale si arrivava a settecento.
Così, il 7 febbraio 1876, alle sette del mattino, 32 su 39 aventi diritto, si riuniscono ed il verbale registra: «Dopo che il presidente ha invitato i presbiteri neoeletti a prendere posto al tavolo presidenziale, ha dichiarato costituita, secondo le disposizioni di legge, la comunità evangelica di Merano».
La chiesa arrivò dopo: prima pietra il 6 ottobre 1883, inaugurazione il 13 dicembre 1885. Il nome scelto, Christuskirche, doveva — secondo l’allora parroco Richter — «annunciare al Tirolo cattolico che anche i protestanti appartengono a Gesù Cristo». È la stessa torre su cui, in questi giorni, si è potuto salire.



«Chi ha un solido fondamento non ricorre al fondamentalismo»
Nella riflessione spirituale, il pastore Timm Harder ha preso di petto la reticenza dei credenti a dire in cosa credono.

«Non conosco nessun automobilista che guidi una Daimler e che tolga la stella dal cofano per non ferire i sentimenti degli altri utenti della strada. Non conosco nessun tifoso del Bayern Monaco che si metta un maglione sopra la maglia da tifoso per non pestare i piedi ai tifosi avversari. Se abbiamo un buon medico, lo consigliamo ad altri. Solo quando si tratta della nostra fede, non riusciamo a dire una parola».
Il confessionalismo distruttivo è alle spalle, ha osservato, ma in pochi decenni è stato sostituito da una marcata indifferenza.
E la diversità dei Giardini di Trauttmansdorff (Orto botanico di Merano) vive proprio nella riconoscibilità di ogni pianta: se fossero tutte uguali, non funzionerebbe.
La frase richiama 1 Corinzi 3,11: «Chi ha un fondamento non ha bisogno di fondamentalismo. Chi sa dove si trova il proprio centro, ha meno difficoltà con i propri limiti e ai propri confini».



Babele o Neemia
Nel pomeriggio il pastore Klaus Fuchs, di Milano, ha tenuto l’intervento centrale: Quando la diversità diventa una questione di fede.

Ha messo a confronto due immagini bibliche. Babele è unità cercata come protezione, attraverso l’uniformazione: non essere dispersi, farsi un nome. Neemia è ricostruzione comune: gruppi diversi lavorano su tratti diversi delle mura, e il risultato esiste solo perché in molti hanno partecipato in modo differente.
«Babele è uniformazione verso l’alto. Neemia è cooperazione da più parti».
Anche le comunità, ha detto, possono costruire una Babele — non con le pietre, ma con le abitudini: un’immagine tacita di come debba apparire un «vero» cristiano, una famiglia «adeguata», una devozione «accettabile».



Il richiamo vale in entrambe le direzioni: esiste una visione ristretta reazionaria, che rifiuta il nuovo perché è nuovo, ed esiste una visione ristretta progressista, che sospetta di ciò che è tramandato perché è tramandato.
Intanto, fuori dalla sala, l’immagine di Neemia prendeva forma: laboratori creativi e musicali, visite guidate, programma per bambini e ragazzi per tutto il pomeriggio, e gli stand delle comunità italiane — che sono il punto in cui ci si ferma, si chiede come va a Palermo, Catania, Firenze, Napoli o a Trieste, e ci si riscopre parte di una amicizia antica.
I saluti
Sono giunti i saluti delle autorità civili e religiose, e della Comunità ebraica.

L’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, in un messaggio letto all’assemblea da don Mario Gretter, ha ricordato «che è cosa buona e giusta rendere grazie a Dio per questa comunione», e che la presenza luterana «contribuisce a consolidare e sviluppare la prassi ecumenica anche nel Tirolo».
Don Gretter, nel suo intervento, ha esordito dicendo che anche i passi più difficili è importante farli. «Come diceva Lutero: qui sto, non posso altrimenti. Insieme dobbiamo avere il coraggio di guardare ciò da cui gli altri vorrebbero distogliere lo sguardo. Con la capacità di accogliere dal Signore anche ciò che subito non comprendiamo».
La sera, nella chiesa parrocchiale cattolica di Maria Assunta, i vespri ecumenici Worship for Peace con il coro di Via Pacis di Arco. Domenica il culto per le famiglie ha chiuso i tre giorni.
Quello che resta
Alla fine, di un fine settimana così, restano soprattutto le cose che nessuno mette in programma.
I fiori in chiesa. Le oltre cento candele accese, una per volta, da qualcuno. Le torte tirolesi, decine, tutte fatte in casa. La birra, che ha accorciato le distanze meglio di qualunque introduzione. I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che hanno dato una mano ovunque servisse, con una semplicità che gli adulti perdono presto.



Tutto questo è il lavoro del pastore Timm Harder, della curatrice Gabriele Ringhandt, del Consiglio della Comunità, dei musicisti che hanno accompagnato ogni momento di questi tre giorni, e di molte persone che ci sono state prima e che rimangono, come ogni luterano e luterana in Italia, ferme nel proprio impegno disinteressato e costruttivo.
La diversità alla fine non è semplicemente conoscersi, e nemmeno riconoscersi. È mettersi in ascolto, esserci quando serve, cercare il bene di tutti. Merano lo ha mostrato senza dirlo. Con amorevole generosità.




Moda giusta: lo Sfashion Lab forma i giovani
Lo Sfashion Lab forma under30 per una moda giusta, che difenda insieme i diritti dei lavoratori tessili e l’ambiente. Con Campagna Abiti Puliti.
Chi ha cucito la maglietta che indossi?
Dietro l’etichetta di un capo a basso prezzo ci sono mani, spesso lontane, spesso invisibili.
Sfashion Lab parte da questa domanda semplice per formare una nuova generazione di attivisti: under30 che studiano il legame tra giustizia sociale e giustizia climatica nel mondo della moda.
Promosso da FAIR / Campagna Abiti Puliti con il sostegno dell’otto per mille luterano, il percorso ha già riunito ventuno ragazze e ragazzi da tutta Italia, uniti da un’idea: che una moda giusta sia possibile, capace di vestire il mondo senza sfruttarlo.
Che cos’è una moda giusta
Una moda giusta mette al centro due cose che di solito restano ai margini: i diritti di chi lavora nelle fabbriche tessili e la tutela dell’ambiente.
Le due questioni sono parte di un tema solo, perché la crisi climatica peggiora le condizioni di lavoro, e le fabbriche pagano il prezzo umano di un modello insostenibile.
Sfashion Lab lo insegna dentro la cornice della Global Citizenship Education: una cittadinanza globale consapevole, critica, capace di scegliere.
Il 2026: consolidare una comunità
Quest’anno il progetto è cresciuto e si è vieppiù radicato.
Tra incontri e potenziamento della comunità che ne allarga i confini; un appuntamento in presenza, nell’ultimo trimestre, riunisce i giovani per progettare un’azione da lanciare in occasione del Black Friday, simbolo del consumo che divora.
Intorno, una campagna di sensibilizzazione rivolta soprattutto ai lavoratori del tessile con background migratorio, nutrita dal Manifesto per la Transizione Giusta nella Moda, dalla ricerca “Green Factories, Grey Realities” e dal libro “La moda è potere“.

Perché scegliere l’otto per mille luterano
L’otto per mille della Chiesa Evangelica Luterana in Italia sostiene proprio questo: la formazione di una società più giusta ed equa, dei giovani che non si limitano a indignarsi, ma imparano ad agire.
Non si tratta di un intervento che passa, quindi, ma di una comunità che resta.
Che resta e si allarga, anno dopo anno. Per la CELI, ormai lo sapete, anche questa è chiama diaconia condivisa: stare dalla parte di chi lavora e della terra che paga il conto.
Piccoli e grandi progetti sbocciano in Italia, e hanno un nome: il tuo.
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Sassonia-Anhalt: le paure vanno prese sul serio
Dopo il voto in Sassonia-Anhalt il Decano e il Vicedecano della CELI: dignità per tutti, e nessuna ulteriore divisione.
Che cosa è successo?
Secondo il risultato provvisorio, alle elezioni regionali del 6 settembre in Sassonia-Anhalt l’AfD ha raggiunto il 43,8 per cento dei voti.
L’AfD, alternativa per la Germania, è così diventato il partito più forte della regione (Land). Non ha però ottenuto la maggioranza dei seggi. Nel nuovo parlamento regionale siedono anche CDU, SPD, Verdi, Linke e BSW.
Sul voto intervengono il Decano della CELI, dr. Johannes M. Ruschke, e il Vicedecano, pastore Tobias Brendel.
La dichiarazione
Qui sta la risolutezza dei santi che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù.
Apocalisse 14, 12
«Raramente – spiegano Ruschke e Brendel – un avvenimento tedesco arriva sulle prime pagine dei giornali italiani. Per questo in questi giorni si sente spesso la domanda: perché l’AfD ha tanto successo in Germania? Anche se i paragoni sono difficili: anche in Germania si sente la domanda di come si viva in Italia, dove la Lega Nord partecipa al governo.

a sx il Vicedecano della CELI, Pastore Tobias Brendel.
I partiti di estrema destra sono in crescita in molti paesi, anche in Europa. L’idea, spesso sostenuta in passato, che si potessero far scomparire governando le posizioni politiche estreme, non ha funzionato. Il successo elettorale dell’AfD, classificata come sicuramente di estrema destra dall’ufficio per la tutela della Costituzione in Sassonia-Anhalt e in altri Länder della Germania orientale, desta grande preoccupazione: preoccupazione per la democrazia, preoccupazione tra le persone con un passato migratorio, preoccupazione tra gli appartenenti a minoranze religiose e sessuali, preoccupazione tra i molti che non l’hanno votata.
L’AfD è però stata eletta democraticamente. Le analisi del voto mostrano: è stata il partito più forte in quasi tutti i gruppi di elettori, indipendentemente da età, genere, livello di istruzione o appartenenza religiosa. Questo è spaventoso. Perché la concezione cristiana dell’essere umano non è compatibile con quella dell’AfD. Nella Bibbia è chiaro: ogni essere umano ha una dignità data da Dio e inalienabile, indipendentemente dalla provenienza e dalla storia personale. Le rivendicazioni nazionaliste di esclusione dell’AfD e il suo atteggiamento di ostilità verso gli stranieri non sono compatibili con tutto questo.
La Germania è uno Stato di diritto consolidato, con una Legge fondamentale forte. Anche un’AfD al governo di un Land non può né aggirarla né abolirla. Ma può fare molti danni. Come luterani, sotto molti aspetti abbiamo un dovere. Da un lato, dichiarare pubblicamente con chiarezza, insieme agli altri cristiani e su fondamento biblico, che crediamo in un Dio d’amore, che riconosce a ogni essere umano una dignità. Dall’altro, dobbiamo prendere sul serio le paure e le preoccupazioni delle persone in Sassonia-Anhalt e in tutta la Germania, e contribuire a che la società non venga ulteriormente divisa. Infine, occorre guardare con attenzione: come governano i partiti estremisti? Rispettano la dignità, le libertà fondamentali e i diritti umani? Che questi vengano preservati, per amor di Dio, è ciò per cui dobbiamo impegnarci come chiesa luterana in Germania, ma esattamente allo stesso modo in Italia».
Dove si è votato
Prendere sul serio le paure, come chiede la dichiarazione, significa anche guardare a che cosa è la Sassonia-Anhalt.
È un Land di poco più di due milioni di abitanti, un quarantesimo della popolazione tedesca. L’età media sfiora i 47 anni e 2 mesi, vicina a quella italiana: centinaia di migliaia di giovani se ne sono andati a cercare lavoro in altri Länder.
Il reddito pro capite si ferma attorno ai 42.500 euro, contro una media tedesca che oscilla tra i 51 e i 59 mila. I salari restano più bassi dell’11,4 per cento.
Tutto questo non deve portarci a sottovalutare la situazione ma, appunto, a tenerla nella giusta prospettiva.
Le chiese tedesche
Una dichiarazione congiunta è arrivata anche dalla presidente del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania (EKD), la vescova luterana Kirsten Fehrs, dal presidente della Conferenza episcopale tedesca, il vescovo Heiner Wilmer, e dal presidente del Consiglio delle chiese cristiane in Germania (ACK), il reverendo Christopher Easthill.
«Non distoglieremo lo sguardo e non taceremo, quando la dignità dell’essere umano viene violata, la nostra democrazia messa in gioco o lo Stato di diritto svuotato. Perché si tratta sempre di persone che finiscono sotto pressione, minacciate o escluse».
Le voci della comunità ebraica
Il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, si è detto «personalmente sgomento».
Charlotte Knobloch, 93 anni, sopravvissuta alla Shoah ha dichiarato: «che gli estremisti di destra in Germania vincano di nuovo elezioni in questo modo, non avrei potuto immaginarlo nemmeno nei miei incubi peggiori».
Eva Umlauf, 83 anni, presidente del Comitato internazionale di Auschwitz e sopravvissuta al campo, ha parlato di paura, richiamando l’ascesa del partito nazionalsocialista nella Germania dei primi anni Trenta.
Chiesa e società
La situazione tedesca può apparire lontana ad un pubblico distratto. E può apparire persino fastidioso che le Chiese prendano posizione.
Tuttavia in Italia non siamo immuni da tentazioni di un ritorno al passato, considerando gli slogan spesso più facili da imparare dello sforzo che la comprensione richiede.
Il ruolo delle Chiese, proprio in una prospettiva storica, prova ad essere anche voce “profetica”. Una voce scomoda nel nostro tempo: sui migranti, le ingiustizie economiche, lo stato sociale.
A partire dal Vangelo, naturalmente, da quella Parola che è fondante e sulla quale proviamo a rimanere saldi, nonostante i limiti di cui pure ciascuno è portatore e nonostante tutto.
È in questi nodi della storia che alla speranza che annunciamo è richiesto di non lasciarsi travolgere, anzi di essere ribadita con maggiore convinzione.

Se la fede non trova posto sui giornali
La fede sui giornali perde spazio: chiude un inserto storico tedesco, mentre la Riforma era nata proprio dalla stampa.
Sedici anni, poi la fine
Se la fede non trova posto sui giornali, qualcosa cambia anche per chi la vive: il 22 ottobre uscirà l’ultimo numero di Christ und Welt, le pagine dedicate ai temi cristiani nel settimanale amburghese Die Zeit.
Lo ha confermato al servizio stampa evangelico epd una portavoce dell’editore, senza fornire spiegazioni sui motivi. Le tre redattrici passeranno ad altre sezioni del giornale.
Nato nel 2010, quando il Rheinischer Merkur, l’inserto confluì nell’editore di Amburgo, e per anni era arrivato agli abbonati come supplemento di sei pagine.
Già nel luglio 2024 veniva ridotto a tre pagine collocate dietro il Dossier.
L’editore assicura che i temi religiosi continueranno a essere trattati, «non più però nella forma di un’offerta da sottoscrivere separatamente, ma sulle pagine Glauben und Zweifeln — credere e dubitare — e nel digitale», che compariranno più spesso e con maggiore spazio.
Cinquecento anni fa
La notizia non è tanto quella della “crisi della carta stampata”, ma quanto rilevanti siano oggi questi temi per la società.
Perché la Riforma è, tra le altre cose, anche la storia della stampa.
Lo storico della chiesa Thomas Kaufmann ha ricostruito questo legame nel suo Die Druckmacher: Lutero fu tra i pochi della sua generazione ad aver capito davvero il nuovo mezzo.
Il suo Sermone su indulgenza e grazia, pubblicato poche settimane dopo le 95 tesi, si diffuse a una velocità che nessuno aveva mai visto.
Lutero stesso lo comprese dalla corrispondenza che ricevette.
La fuga nell’opinione pubblica
Lutero era consapevole della forza della Chiesa nel suo tempo. Così scelse una strada che prima della stampa nessuno avrebbe potuto immaginare: la fuga nell’opinione pubblica.
Venivano ristampati i testi degli avversari con i commenti del riformatore, così la disputa non rimase un fatto accademico, ma raggiunse un pubblico molto più ampio.
E fu questo “pubblico” a determinare la forza della Riforma, le idee, e insieme ad esse le domande, su cui riflettere e da cui farsi interrogare.
Così i teologi cattolici avevano doppio problema. Le questioni tecniche, teologiche per l’appunto, per tradizione non venivano discusse in lingua volgare ma in latino.
Ed i laici non potevano (né dovevano) leggere la Bibbia.
Ma gli stampatori seguivano la “domanda”, e la domanda voleva Lutero.
A Strasburgo, su circa diciotto tipografie, ne restò una sola a stampare testi cattolici.
Il duca Giorgio di Sassonia arrivò a vietare la stampa del Nuovo Testamento.
Una rivoluzione che ne contiene due
Kaufmann parla di due rivoluzioni mediatiche — la stampa e internet — e dice che entrambe hanno allargato le possibilità di partecipazione.
Questo ampliamento, oggi come allora, almeno nelle premesse, ha esteso il pubblico potenziale cui è possibile arrivare.
Certo, la rivoluzione digitale non è immune da criticità e problemi. Tanto più oggi con il sempre maggiore intervento dell’intelligenza artificiale (AI) nei modelli e processi informatici.
Servono regole, che in parte si vanno scrivendo, ma anche standard e strategie nuove perché questa nuova rivoluzione mediatica non produca il contrario di ciò per cui è nata.
La domanda che resta
La Riforma non nacque perché la chiesa aveva una rubrica riservata, quindi.
Nacque perché qualcuno osò usare uno strumento nuovo, nella lingua che tutti parlavano, accettando il rischio della comprensione e del giudizio.
La presenza di argomenti di “fede” dentro i giornali e nella stampa di massa è sicuramente un tema.
Ma forse, oggi e in Italia, il tema non è soltanto quanto spazio si riserva a questo aspetto della vita.
Da un lato c’è la contabilità che pone la domanda: a quante persone può davvero interessare la fede in una società sempre più distante dalla fede?
Tuttavia il punto non è fare dei temi religiosi una lettura specialistica per gli addetti ai lavori. O, almeno, non lo può essere se ci si riferisce ad un giornale, ad un mezzo divulgativo e non ad un testo scientifico.
Forse oggi c’è una maggiore domanda di pluralità e di accessibilità a questi temi di quanto non appaia.
Ed il tema è rilevante, tanto più dinanzi all’importanza di investire nella pluralità della comunicazione evangelica.
Con linguaggi nuovi e su mezzi nuovi, che allarghino la riflessione, proprio come al tempo della Riforma.
Curiosità
Fondato ad Amburgo nel 1946, Die Zeit, ha una tiratura di circa 450 mila copie.

È diretto, dal 2004, dal giornalista italo-tedesco Giovanni di Lorenzo che, a Roma, a frequentato la Deutsche Schule.
Nei suoi esordi di Lorenzo, scrisse il suo primo articolo sul cantautore italiano Angelo Branduardi e pubblicò l’articolo con la firma di Hans Lorenz, pseudonimo e traduzione in tedesco del suo vero nome.

Vivere in equilibrio, come le nuvole
Vivere in equilibrio: il campo famiglie della Comunità luterana di Firenze alle fonti del Tevere, tra Bibbia e slackline.
Venticinque persone alle fonti del Tevere

Vivere in equilibrio era il tema del campo famiglie della Comunità Evangelica Luterana di Firenze, che dal 4 al 6 settembre ha riunito a Balze di Verghereto, nell’Appennino Tosco-Romagnolo, venticinque persone tra adulti e ragazzi.
A pochi chilometri dalle sorgenti del Tevere, un fine settimana di riposo e di ripartenza. Il gruppo, guidato dalla pastora Susanne Krage-Dautel, ha lavorato con Ugo Albano, giornalista e assistente sociale, Bettina von Friedolsheim, predicatrice locale della CELI, e Gianluca Fiusco.
La Bibbia e l’equilibrio tra lavoro e vita
La domanda di partenza era di quelle che sembrano contemporanee: esiste una risposta biblica al problema dell’equilibrio tra lavoro e vita?
L’espressione è certamente nostra. Ma già il racconto della creazione dice che la vita non deve consistere soltanto nel lavoro. Il settimo giorno è riposo perfino per Dio.

E c’è un testo dell’Esodo che sposta la questione dal piano individuale a quello sociale: «Per sei giorni potrai svolgere il tuo lavoro, ma il settimo giorno dovrai riposare, affinché il tuo bue e il tuo asino possano riposarsi e il figlio della tua schiava e lo straniero possano riprendere fiato» (Es 23,12).
Il riposo non è quindi un accordo negoziabile tra un lavoratore e un datore di lavoro. È un diritto che non conosce distinzioni di classe, e che riguarda anche gli animali e chi non ha voce. Il sabato di Dio permette all’intera creazione, ormai sfinita, di riprendere fiato.
Un filo teso fra due alberi
La meditazione centrale è partita da un oggetto: una slackline tesa bassa fra due alberi, dove chiunque scopre in due secondi che stare fermi è un lavoro muscolare continuo.

Poi il testo, che è tra i più strani della Bibbia. Giobbe ha perso tutto, e a un certo punto Eliu smette di spiegargli perché e comincia a fargli domande impossibili: «Conosci tu l’equilibrio delle nuvole, le meraviglie di colui la cui scienza è perfetta?» (Gb 37,16).
L’espressione ebraica compare una sola volta in tutta la Scrittura, e viene dalla stessa radice della stadera del mercante. Eliu sta chiedendo, alla lettera: sai tu come si pesano le nuvole?
Una nuvola sta in cielo proprio perché sembra non pesare niente, e invece pesa. Un cumulo medio porta sopra le nostre teste l’acqua di una piscina. Non cade perché ogni goccia è tenuta su da un movimento che non si ferma un istante. Se quel movimento si ferma, piove.
L’equilibrio della nuvola non è uno stato. È un lavoro continuo. E la Bibbia lo chiama meraviglia, non ordine.

Ma cosa l’equilibrio non è?
Da lì, tre malintesi confutati uno dopo l’altro.
Non è immobilità: tutti in piedi, occhi chiusi, trenta secondi di silenzio, e nessuno sta davvero fermo.
Non è neutralità: il pane sciocco toscano non è pane senza sapore, è pane che fa un passo indietro perché altri cibi, i salumi ad esempio, possano essere gustati fino in fondo. In una famiglia i pesi non sono mai uguali — cambiano di anno in anno, e vanno detti.
Non è pareggio contabile: il servo che sotterra il talento è l’unico perfettamente in pari, ed è l’unico condannato. Il motivo lo dice lui stesso: «ho avuto paura».
Dai debiti personali a quelli dei popoli

Il comandamento del sabato, nell’Antico Testamento, si estende fino all’anno sabbatico: nel settimo anno la terra non si coltiva e i debiti vengono condonati.
È da qui che nasce l’iniziativa tedesca erlassjahr.de, alleanza di oltre 600 organizzazioni che chiede un processo di cancellazione del debito equo e vincolante per i paesi del Sud del mondo. L’equilibrio, nella Bibbia, non è mai soltanto una faccenda privata.
La preghiera della sera
«Signore, al termine di questo giorno cerchiamo in te un nuovo equilibrio. Che questa ricerca ci porti verso comprensioni nuove, scuota via la polvere della tristezza ed il peso delle preoccupazioni. Nel riposo dacci di riordinare i pensieri, di sciogliere i nodi che ci preoccupano, e riannodare i fili dell’amicizia che ci legano. Nelle tue mani affidiamo il nostro riposo, e al riparo del tuo amore siamo al sicuro. I frutti di questo tempo comune, Signore, voglia tu custodirli e farli crescere. Amen».
Chi scrive ha partecipato al campo come parte dell’équipe organizzativa.

Nepal: l’alluvione arrivata dal Tibet
Dopo l’alluvione in Nepal la Federazione Luterana Mondiale raggiunge le famiglie isolate, comprese quelle escluse dai centri ufficiali.
Un’onda di acqua, ghiaccio e roccia
L’alluvione in Nepal del 26 agosto non è nata in Nepal.
È cominciata più a monte, in Tibet, con una valanga e una frana che hanno scaricato nei sistemi fluviali del Bhote Koshi e del Trishuli un’ondata di acqua, ghiaccio, roccia e detriti spaventosa.
Quando questa forza è arrivata a valle ha travolto interi villaggi nel nord del paese. Case, strade, ponti, mezzi di sostentamento: distrutti. Morti, dispersi, sfollati.
I distretti di Rasuwa e Nuwakot sono in larga parte isolati. Le strade sono bloccate, i ponti non ci sono più.
«Ci ha colpiti emotivamente quanto fisicamente»

Bhagwati Pyakurel vive a Betrawati, nel distretto di Nuwakot. Alla Federazione Luterana Mondiale (LWF) ha detto: «La distruzione ci ha colpiti emotivamente quanto fisicamente. Siamo costantemente preoccupati per il futuro e abbiamo bisogno di sostegno per affrontare quello che è successo».
È una frase che sottolinea quanto spesso i bilanci dei disastri si limitino a contare le case distrutte, ma non il resto.
Chi rischia di restare fuori
Nei giorni immediatamente successivi, la Federazione Luterana Mondiale in Nepal ha avviato una valutazione sul campo nel comune di Bidur, a Nuwakot, insieme ai leader delle comunità, ai comitati dei centri di evacuazione, alle autorità locali e alla Croce Rossa nepalese.
L’obiettivo di quella ricognizione dice molto del metodo: individuare le famiglie più a rischio, comprese quelle che si sono rifugiate in ripari informali fuori dai centri ufficiali — e che proprio per questo rischiano di essere escluse dagli aiuti.
Chi non compare in un elenco non riceve nulla. Cercare chi non è in elenco è una scelta, e costa tempo.
Le donne rimaste sole
Molte delle comunità colpite appartengono ai gruppi indigeni Janajati e alle comunità Dalit.
C’è poi un elemento che la ricognizione ha messo in evidenza: con molti uomini emigrati all’estero per lavoro, sono le donne a doversi occupare da sole delle famiglie sfollate, spesso con poco sostegno e maggiori rischi per la propria sicurezza.
Nei centri di evacuazione sovraffollati mancano privacy, servizi igienici adeguati, condizioni minime di sicurezza. E cresce il disagio psicologico tra chi è sopravvissuto.
Droni, dove le strade non ci sono più
La distribuzione di ripari d’emergenza e beni di prima necessità è cominciata. Nelle settimane successive è previsto l’ampliamento a sicurezza alimentare, sostegno economico diretto, acqua potabile e servizi igienici, protezione e accompagnamento psicosociale.
Dove le strade restano impraticabili, la Federazione sta valutando alternative — inclusi droni da carico — per raggiungere comunità che altrimenti resterebbero isolate e senza nulla.
Undici mesi
Il piano prevede di sostenere circa 4.000 famiglie, all’incirca 20.000 persone, nell’arco di undici mesi: dall’emergenza alla ripresa, aiutando le comunità a ricostruire i mezzi di sostentamento e a rafforzarsi di fronte ai prossimi disastri legati al clima.
Undici mesi, non tre settimane. È la differenza tra un intervento che fa notizia e uno che serve.
Una catena che non si interrompe
Il Venezuela in giugno, la Colombia in agosto, ora il Nepal. In pochi mesi abbiamo raccontato su questo sito tre emergenze in tre Paesi diversi, in due continenti diversi, e ogni volta la stessa comunione di chiese era già sul posto — non perché fosse arrivata dopo il disastro, ma perché c’era prima.
I luterani, in Italia spesso ritenuti invisibili, sono tuttavia dove sono sempre stati. E si adoperano senza troppe domande preliminari: dove serve e soprattutto a chi serve davvero.
È questo che rende possibile raggiungere chi vive fuori dagli elenchi ufficiali. Non l’efficienza logistica: ma il fatto di conoscere già i nomi e i luoghi perché parte della propria presenza costante nel tempo.
Per sostenere la Federazione Luterana Mondiale nelle crisi umanitarie e in Nepal, puoi farlo qui.

Harald V: un re e la sua chiesa
È morto Harald V, re di Norvegia: un legame profondo con la chiesa luterana e la successione di Haakon VIII.
Le 6.35 del 28 agosto
Harald V, re di Norvegia, si è spento la mattina del 28 agosto al Rikshospitalet di Oslo, dove era ricoverato dal 17 per un’anemia emolitica.
Aveva ottantanove anni di cui trentacinque sul trono. Era il monarca più anziano d’Europa.
Il figlio Haakon Magnus è diventato re nello stesso istante, come prevede la costituzione.
In un consiglio di Stato straordinario, quella stessa mattina, ha comunicato al governo il nome scelto — Haakon VIII — e il motto, lo stesso del padre, del nonno e del bisnonno: Alt for Norge, tutto per la Norvegia. Mette-Marit è regina, la figlia Ingrid Alexandra principessa ereditaria.
Una fede costituzionale
C’è un dettaglio della Costituzione norvegese che riguarda direttamente la nostra confessione, quella luterana: il re è tenuto a professarla.
Nel percorso che tra il 2008 e il 2012 ha portato ad una sempre maggiore separazione tra Stato e chiesa in Norvegia, una commissione propose di abolire quell’obbligo.
Harald intervenne. Secondo il racconto pubblicato in questi giorni dal quotidiano Vårt Land, fu una conversazione con l’allora ministro per gli affari ecclesiastici Trond Giske a risolvere la questione: l’obbligo restò.
L’ex vescovo di Oslo Gunnar Stålsett, amico di famiglia, lo ha definito «una specie di precedenza reale».
Non tutti, in Norvegia, considerano quella norma un bene: c’è chi la ritiene un residuo confessionale in uno Stato ormai plurale. Tuttavia Harald V volle mantenerla.

Sámediggi Sametinget per Wikipedia)
Appartenenza nella pluralità
Il legame non era soltanto costituzionale.
Dalla diocesi anglicana di Newcastle, legata da un’amicizia a quella di Møre, le numerose condoglianze arrivate alla Casa reale raccontano una ricaduta ben diversa da quella che ci si aspetterebbe.
Re Harald era profondamente legato alla sua Chiesa, partecipando sempre sempre alla consacrazione dei vescovi norvegesi, «anche quando negli ultimi anni questo significava camminare lentamente con due sostegni».
Ma Harald V sapeva tessere dialogo e confronto con esponenti religiosi diversi. Perché l’appartenenza luterana, sentita e praticata, significava apertura all’ascolto ed al dialogo.
Benedizione, non incoronazione
In Norvegia i re non si incoronano più: l’obbligo fu abolito nel 1908, e gli ultimi a ricevere la corona furono Haakon VII e la regina Maud nel 1906.
Resta però la signing, la benedizione. Si celebra nella cattedrale di Nidaros, a Trondheim, sulla tomba di Sant’Olav, e la casa reale ne fa risalire la tradizione al 1163.
Fu Olav V a riprenderla nel 1958. Harald e Sonja la ricevettero il 23 giugno 1991 dal vescovo Finn Wagle.
Non è un atto di potere: è una preghiera. La chiesa chiede a Dio di benedire il servizio di chi governa.
Il vescovo emerito di Nidaros Tor Singsaas, che a quella celebrazione era presente come decano, ha detto in questi giorni che il viaggio compiuto allora da Harald attraverso il paese fu «un colpo di genio», e si augura che Haakon VIII faccia lo stesso.
Le condoglianze del mondo
Pochi giorni prima della morte del re, i quattordici vescovi luterani norvegesi erano stati ricevuti in Vaticano da Leone XIV — un incontro di cui abbiamo scritto su questo sito.
Il Papa ha inviato le proprie condoglianze al nuovo re, assicurando le sue preghiere e invocando «la benedizione, la consolazione e la pace di Dio onnipotente» sul popolo norvegese.
Sono arrivati messaggi da molte chiese. Munib Younan, già vescovo a Gerusalemme e già presidente della Federazione Luterana Mondiale (LWF), ha scritto una riga sola: «Cristo è risorto».
Hanno scritto l’arcivescovo di Svezia Martin Modéus, il presidente della Chiesa Evangelica Luterana in America Yehiel Curry, colleghi tedeschi, danesi, e comunità di Nepal, India, Pakistan.
Einar Tjelle, segretario generale del Consiglio interecclesiale della Chiesa di Norvegia, ha commentato: questi messaggi «mostrano che la comunione e la cura arrivano ben oltre i confini nazionali. È una delle cose più belle dell’appartenere a una chiesa che abbraccia il mondo — nella gioia e nel dolore».

Prevenzione sociale a Parma: il festival PREVENTO
A Parma, il festival PREVENTO fa della prevenzione sociale una cultura e affida ai ragazzi di 16-23 anni il ruolo di protagonisti, non di spettatori.
A Parma, il festival lo conducono i ragazzi
A Parma, il 25 e 26 settembre 2026, saranno ragazzi fra i sedici e i ventitré anni a moderare le sessioni, condurre il podcast, salire sul palco.
È questo il tratto distintivo di PREVENTO, il festival di prevenzione sociale basata sull’evidenza scientifica.
Alla seconda edizione, organizzato da S.O.L.E. Italia (Self Organized Learning Environment) e dall’Associazione Controllo di Vicinato di Parma.

La prevenzione sociale come cultura, non emergenza
Il Festival di PREVENTO non mette l’allarme al centro dell’attenzione, ma il sapere: costruire competenze prima che il disagio si manifesti.

I contenuti nascono da un comitato scientifico internazionale, esperti dell’UNODC, dell’EUSPR, della Vrije Universiteit di Amsterdam e di università italiane, e vengono tradotti in un linguaggio comprensibile a operatori, famiglie e cittadini.
Con un obiettivo semplice: fare dei giovani la parte attiva e non spettatrice delle iniziative.
Non certo una ricerca di stile, ma la conseguenza di una ricerca che conferma quanto l’affidamento di responsabilità vere sia già di per sé prevenzione.
Un Paese spesso in ritardo
I numeri raccontano un’urgenza. Secondo il Rapporto EURES 2024, quasi il 70% dei comportamenti antisociali tra i giovani nasce dal disagio vissuto in famiglia.
Eppure in Italia la prevenzione sociale resta frammentata, senza un appuntamento nazionale dedicato: gli operatori faticano ad aggiornarsi, le famiglie vulnerabili non trovano orientamento, e i ragazzi restano spesso oggetto di intervento che soggetti del proprio benessere.
Perché scegliere l’otto per mille luterano
Il contributo dell’otto per mille luterano a PREVENTO 2026 è una parte di un bilancio costruito con molte mani.
Ma in un progetto che vive di risorse plurali, ogni sostegno ha un peso duplice: rafforza la credibilità dell’iniziativa e aiuta a rendere sostenibile ciò che, altrimenti, lo sarebbe meno.
Dando forza ad un’idea: che prevenire il disagio giovanile non sia compito del solo Stato, ma responsabilità di una comunità che sceglie di non aspettare.
Per la CELI anche questa è diaconia condivisa. Piccoli e grandi progetti sbocciano in Italia, e hanno un nome: il tuo.
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Nell’Uno siamo uno: luterani dal Papa
I vescovi luterani norvegesi dal Papa: udienza in Vaticano, un doppio anniversario nel 2030 e una richiesta pastorale concreta.
Quattordici vescovi in Vaticano
Nelle scorse ore quattordici vescovi della Chiesa di Norvegia — luterana, e di gran lunga la maggiore confessione del paese — sono stati ricevuti in udienza da Leone XIV in Vaticano.
Il vescovo presidente Olav Fykse Tveit ha salutato il pontefice proprio citando il motto scelto da quest’ultimo per il proprio ministero: In Illo Uno unum, nell’Uno siamo uno.
«Ci avete profondamente ispirato», ha detto, ricordando che quel motto richiama la preghiera di Cristo stesso: che siano tutti una cosa sola.
La bontà disarmante
Nel suo discorso, pronunciato in inglese, Leone XIV ha preso le mosse da una constatazione: sembra crescere l’animosità tra i popoli, e non soltanto nei conflitti internazionali.
È visibile anche dentro i singoli paesi, «come dimostra l’acredine che spesso caratterizza il dibattito politico e sociale».
La risposta, ha detto, non può essere l’ostilità verso chi non ci comprende. Occorre invece cercare cammini concreti di riconciliazione. Gesù insegna «un’altra via, rivelando che la bontà e la carità hanno il potere di disarmare».
Anche una visita come questa, ha aggiunto, è un piccolo passo: «piccoli gesti che possono ispirarci e guidarci sul cammino della riconciliazione».
Ciò che ci tiene insieme
Il Vescovo luterano Tveit ha ricordato il punto di riferimento del dialogo cattolico-luterano: la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata nel 1999.
«Siamo uno per l’unica grazia di Dio nell’unica fede apostolica», ha detto. E ha aggiunto che l’unità non è una conquista: «è un dono della grazia, che condividiamo come sorelle e fratelli in Cristo».
Il 2030
E un appuntamento che ha reso questo incontro più significativo di una cortesia diplomatica.
Nel 2030 infatti la Norvegia celebrerà il millennio del martirio di Sant’Olav, patrono nazionale.
Nello stesso anno si ricorderanno i 500 anni della Confessione di Augusta, il testo confessionale fondativo del luteranesimo — quello che la CELI porta nel proprio nome ogni volta che parla di sé.
Tveit ha ricordato che per metà di quel millennio le due chiese in Norvegia sono state visibilmente unite, e che la cattedrale di Nidaros fu sede arcivescovile nominata dai papi dal 1153 al 1537.
Poi ha rivolto al Papa un invito diretto: la preghiera congiunta a Nidaros, sulla tomba di Sant’Olav.
«Siete benvenuto come capo della Chiesa cattolica romana oggi, come fratello in Cristo e pellegrino».
Sulla Confessione di Augusta Tveit ha sottolineato quanto gli anni di dialogo con i teologi cattolici hanno reso i luterani più consapevoli del potenziale ecumenico di quel documento, «che è pensato come conferma della nostra unità nella Chiesa».
Ed una richiesta
Tra le molte parole sull’unità, la delegazione luterana ha posto una domanda pratica.
«I nostri accordi ecumenici devono portare frutto nella vita quotidiana delle persone», ha detto Tveit, «per esempio affrontando la questione della comunione per tutti coloro che vivono in matrimoni luterano-cattolici».
È un nodo che tocca da vicino molte famiglie in Norvegia ma anche in Italia, e che il dialogo tra le due chiese non ha ancora sciolto.

Le guerre, l’intelligenza artificiale
Il vescovo presidente ha poi nominato le situazioni che più preoccupano: Ucraina, Palestina, Sudan, Congo.
Condividendo le parole del papa quando critica i signori della guerra del nostro tempo: parla anche a nome dei luterani.
Tveit ha poi citato l’abuso della religione per legittimare violenza e guerra: «C’è una lotta per l’anima e per l’integrità del cristianesimo in molte parti del mondo». E ha definito «iniziativa profetica» la riflessione del Papa sulle sfide dell’intelligenza artificiale.
Il Padre Nostro
Al termine dell’incontro la delegazione luterana e quella cattolica hanno pregato insieme il Padre Nostro.
I vescovi luterani hanno poi incontrato il cardinale Kurt Koch al dicastero per l’unità dei cristiani. Il loro viaggio di studio, dedicato ai giovani, prosegue a Roma su invito della Comunità di Sant’Egidio e poi a Taizé.