
Aree interne: una opportunità evangelica
Aree interne italiane: tra spopolamento e rigenerazione, l’appello delle Chiese chiede strategie condivise per rilanciare territori fragili.
L’appello dei vescovi cattolici
Al termine del convegno annuale dei Vescovi delle Aree interne, 139 tra Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Abati hanno firmato una lettera aperta consegnata all’Intergruppo Parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree Fragili”.
Il documento denuncia l’allargarsi delle disuguaglianze, lo spopolamento dei piccoli centri e la crisi della partecipazione civica, chiedendo un’inversione di rotta che valorizzi le risorse locali.
Un appello anche ecumenico
L’appello dei vescovi cattolici può essere letto anche in chiave ecumenica: la sfida delle aree interne riguarda tutte le Chiese oltre la società civile. Contrastare le disuguaglianze non significa solo prevenirle, ma anche opporsi alla logica dell’irreversibilità. È il modello sociale moderno a dover essere rimesso in discussione.
Deruralizzazione e trasformazioni storiche
Lo spopolamento non è un fenomeno nuovo. Nel corso del XX secolo milioni di persone si sono trasferite dalle campagne alle città, ridisegnando i paesaggi, modificando gli stili di vita e alimentando la crescita urbana. All’inizio del Novecento solo una persona su dieci viveva in città, mentre oggi più della metà della popolazione mondiale risiede in aree urbane.
La deruralizzazione ha trasformato tanto le città quanto le campagne, alterando equilibri sociali, economici ed ecologici. Ciò che rende oggi lo spopolamento diverso sono le sue dimensioni e i suoi effetti: il rischio non è più solo lo svuotamento dei borghi, ma la perdita di interi sistemi territoriali.
Il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne
Il nuovo PSNAI, pubblicato ad aprile 2025, ha introdotto un concetto controverso: quello di “spopolamento irreversibile” per una parte significativa dei comuni italiani. Secondo l’ISTAT, oltre l’82% dei comuni delle aree interne perderà popolazione entro il 2043, con punte del 93% nel Mezzogiorno.
Molti ricercatori, amministratori e attivisti contestano questa impostazione, definendola una “eutanasia dei territori”. L’UNCEM e oltre 150 firmatari di un appello pubblico hanno chiesto di rimuovere l’etichetta dell’irreversibilità e di costruire strategie concrete di rilancio.
Opportunità e rischi
Il Piano prevede risorse aggiuntive per 310 milioni di euro, integrabili con fondi PNRR e regionali, ma il problema resta la capacità di spesa. Come ha osservato Ermete Realacci, «ci sono più di due miliardi di euro già stanziati per comunità energetiche nei piccoli comuni, ma spesso il rischio è che non vengano utilizzati a causa di burocrazia e inefficienza».
Senza presidio umano, inoltre, le aree interne diventano più vulnerabili: frane, incendi e dissesti idrogeologici sono rischi concreti. Anche il patrimonio forestale, in crescita ma non gestito, rappresenta una sfida cruciale.
Esperienze di rigenerazione
Accanto ai dati preoccupanti, non mancano segnali positivi. Ostana, borgo alpino delle Valli Occitane, è passato da 5 a oltre 80 abitanti grazie a strategie di rigenerazione sostenibile. Castel del Giudice, in Alto Molise, ha riconvertito spazi abbandonati in servizi di comunità e nuove economie locali. In Toscana e altrove, i progetti delle case a un euro hanno attirato famiglie e investitori, anche se restano esperimenti parziali.
Molti esperti sottolineano l’importanza di strategie dal basso, costruite sulle esigenze specifiche di ogni territorio, e della collaborazione tra comuni per mantenere servizi e infrastrutture.
Il ruolo delle Chiese
In questo quadro, le comunità di fede restano presidi fondamentali.
La Chiesa Evangelica Luterana in Italia, con i microprogetti finanziati dall’otto per mille, lavora anch’essa per contrastare l’abbandono, valorizzando iniziative di prossimità e nuove economie locali.
Una sfida che e solamente in parte economica. Principalmente umana e comunitaria.
L’insieme delle Chiese evangeliche potrebbe fare molto, a partire dalla valorizzazione delle esperienze maturate e sviluppare una riflessione nuovo approccio condiviso per un patto di rigenerazione e sviluppo umani per questi territori.
Una sfida collettiva
Le aree interne non sono solo luoghi geografici, ma comunità, storie e identità.
La loro perdita non è ineluttabile: rappresentano invece una sfida politica, sociale ed ecumenica.
Guardare a questi territori significa considerare la loro riscoperta. Una riscoperta che, per citare Proust, non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
Riscoprire risorse nascoste, costruire partecipazione e immaginare un futuro condiviso, in cui spopolamento e marginalità non siano più sinonimi di declino.