
Chiesa e social media: una questione di autenticità
Chiesa e social media: una pastora luterana raggiunge 84.000 persone su Instagram parlando di calzini bucati e fede.
Quattrocento messaggi al giorno
Ina Jäckel ha quarantun anni, quattro figlie, metà incarico come pastora luterana nella Friedenskirche di Loga, un quartiere di Leer, nella Frisia orientale. L’altra metà per i social media della chiesa regionale di Hannover.
Su Instagram è seguita da quasi 84.000 persone. I suoi contenuti quotidiani raggiungono circa 15.000 visualizzazioni. E, in alcuni giorni, riceve fino a quattrocento messaggi diretti.
Non le piace la parola influencer. «Se dovessi descrivermi da sola, preferirei dire che do impulsi», racconta al servizio stampa evangelico in Germania.
Un ascolto senza appuntamento

Il suo canale, dice, è prima di tutto uno spazio di cura d’anime. I temi vanno dalle nascite ai matrimoni, dai lutti alla solitudine.
«L’intero orientamento di questo profilo è in realtà pastorale. Prima mostro quello che faccio. Ma la direzione è raggiungere davvero le persone, e andarle a prendere dove si trovano».
Creare cioè una prossimità, elementi di vicinanza.
Il vantaggio che indica è concreto: l’offerta digitale abbassa le barriere: «non devo prenotare un appuntamento da qualche parte e dire: adesso ho un colloquio di cura d’anime».
E, quando la conversazione si fa seria, la sposta in spazi digitali protetti, dove la riservatezza è garantita.
Con alcuni limiti ben chiari: «ci sono cose che semplicemente non si risolvono per via pastorale».
In quei casi indirizza a consultori psicologici professionali: «Non sono né terapeuta né psicologa».
Anche la disponibilità ha un limite: a un certo punto deve dormire anche lei.
Parlare prima della vita, poi della fede
Il suo metodo lo spiega in un’intervista all’Evangelische Zeitung con questa frase che in italiano suona più o meno così: «Cerco di non parlare prima di temi ecclesiali e poi della vita, ma al contrario».
Con chi la segue parla «come a casa, dietro al tavolo di cucina»: di cose quotidiane, litigi, stanchezza, buchi nei calzini. Perché i pastori e le pastore sono esattamente come le altre persone, e questo elemento deve essere ricordato.
Evita il linguaggio sopraelevato e i termini tecnici della teologia. Comunica in modo semplice, comprensibile, accessibile.
Ma non per semplificare la fede al punto che non ne resti niente: «la Bibbia ha un messaggio incredibilmente liberante. Dice: sei grandioso così come sei».
Del proprio essere imperfetta parla apertamente in un libro appena pubblicato, Il senso abita accanto al caos: diciannove storie fra stivali di gomma, compiti e funerali.
«Storie che non vanno sempre a finire bene, e in cui la vita è imperfetta come è davvero».
Quello che riceve in cambio
Sui social arrivano anche i commenti che altrove non le arriverebbero. «Su Instagram tutto ti viene scagliato addosso immediatamente», dice. Spesso si tratta del suo aspetto e del suo essere donna.
E poi c’è l’aspettativa impossibile: «come pastora dovrei essere sempre reperibile per la mia comunità, e come madre altrettanto per le mie figlie. Dovrei essere moderna, ma per favore non troppo. In pratica si può solo sbagliare».
Perché questa storia ci riguarda
Qui sta il punto che può interessare tutte le chiese, piccole comprese.
Le comunità oggi usano i social, ma molto spesso vi trasferiscono una postura che su quei mezzi non funziona. Valori veri — sobrietà, equilibrio, semplicità — lì rischiano di apparire come sciatteria, come paura di prendere posizione, come poca cura.
Non si tratta di diventare altro da ciò che si è. Si tratta di reinterpretare quegli stessi valori dentro un contesto che vive di linguaggi, semantiche e simboli nuovi e mutevoli.
C’è poi una tendenza diffusa quasi ovunque: chi frequenta le comunità trasferisce sulla comunicazione le proprie aspettative, i propri schemi, ciò che a lui o a lei piace. Questo trasferimento non produce né maggiore interesse né ricambio generazionale. Con il corollario che poi ci si lamenta di essere poco visibili. È un circolo vizioso: se l’approccio alla comunicazione moderna è diffidente, alla fine trasmetterà quella diffidenza, e risulterà poco autentico.
Jäckel lo dice da dentro: «Il ragionamento “abbiamo sempre fatto così” mi fa arrabbiare. Le persone oggi sono diverse da duecento anni fa. La chiesa dovrebbe accompagnarle».
E insieme sa che molto va conservato: i riti, le preghiere del culto, i canti, il fatto che non si debba meritare nulla per esserci. «È un grande tesoro. Ma non dipende dal fatto che tutto resti com’è».
Le due piazze
C’è infine un compito che le chiese non possono delegare.
Essere presidi di ascolto e di pace non solo nella società, ma anche — e forse soprattutto — nelle piazze virtuali dove parole d’odio, notizie false e informazioni distorte alimentano rabbia, violenza e paura.
Le due piazze non sono separate. La seconda si riversa sulla prima, e produce conseguenze che ricadono su tutti.
La sfida è impegnativa. Senza dubbio. Un tempo le Chiese facevano indubbiamente meno fatica a parlare a chi frequentava le comunità. In primo luogo perché questi venivano più o meno assiduamente e regolarmente.
Oggi, per essere ascoltati, bisogna trovare spazi e parole nuove.
La persona “digitale”, che è anche reale, non si chiede cosa aspettarsi dalle Chiese. Presume di sapere già cosa dirà una Chiesa o cosa non dirà, ed allora semplicemente non si cura d’ascoltare né di mettersi all’ascolto.
Il pregiudizio arriva prima dell’ascolto. E arriva prima anche di parole che, pur prevedibili, ricorderebbero a ciascuno qualcosa di più profondo.
Se si preferisce, il compito della predicazione delle Chiese oggi somiglia molto più che nel passato alla “voce di uno che grida nel deserto”. Parlare nel deserto è una immagine che ci fa rabbrividire, eppure i Vangeli, riprendendo Isaia, mettono proprio lì quella voce. Riconoscendo che anche in luoghi desolati è possibile farsi ascoltare.