
Anche le Chiese si preparano alla guerra?
Chiesa danese e guerra: duemila pastori impareranno a celebrare funerali militari, tra cura dei soldati e Vangelo della pace.
Duemila pastori e pastore luterani
Da gennaio prossimo i cappellani militari della Chiesa nazionale danese (Folkekirken) passeranno di decanato in decanato.
Incontreranno i circa duemila pastori delle parrocchie del Paese per insegnare loro come si celebra il funerale di un soldato.
Da come si porta la notizia della morte a una madre a come si accolgono più bare nello stesso giorno. Dovranno imparare anche quali riti militari possono scegliere le famiglie, quali simboli usare, dalla bandiera sulla bara al cuscino con le medaglie.
Il progetto si chiama «Folkekirke og Forsvar», Chiesa e Difesa.
Ad occuparsene sarà il capo dei cappellani dell’esercito, Thomas H. Beck, mentre a finanziarlo sarà il Ministero della Difesa con 1,8 milioni di corone danesi (poco più di 240 mila euro).
Beck ha descritto uno scenario con dieci o venti caduti al giorno, nei giorni peggiori di una grande guerra nel Baltico. Non è una stima ufficiale. Secondo l’ultima valutazione dei servizi di intelligence militari danesi, del 24 settembre, il rischio che la Russia attacchi un Paese della NATO è basso ma in crescita; un’invasione è considerata improbabile, ma non più da escludere.
Da dove nasce la chiesa in uniforme
La Folkekirken ha oggi 95 cappellani tra esercito, marina e aeronautica.
Sul proprio sito la chiesa ne descrive il compito: accompagnare ogni reparto in missione, celebrare culti, ascoltare. Sono non combattenti, come medici e infermieri. Vestono l’uniforme ma non hanno grado. Prima della partenza possono impartire ai soldati la benedizione di Aronne, la stessa che chiude il culto: il Signore ti benedica e ti custodisca.
Il progetto, nato nel 2022 per i veterani, prevedeva dieci pastori, uno per diocesi, con il compito di gettare un ponte verso i soldati rientrati, spesso feriti nell’anima e restii a chiedere aiuto.
«Siamo stati nella polvere insieme», diceva allora Ole Bach Piekut, pastore luterano e cappellano in Afghanistan.
Due pastori, una domanda
Peter Friis, pastore luterano a Flintholm, a Copenaghen, ha lavorato per l’aiuto umanitario della chiesa danese e oggi fa parte della rete Kirkefolk for fred.
Sostiene il lavoro con i veterani, ma diffida del resto: «Il cristianesimo non deve essere al servizio di una macchina da guerra».
Ed esprime la preoccupazione che la chiesa scivoli poco a poco nella retorica bellica, fino al punto in cui, altrove, si benedicono i carri armati.
Peter Sporleder, pastore ad Aarhus e cappellano da venticinque anni, risponde che la chiesa non può chiudere gli occhi e pregare perché la crisi passi da sola. In tempi come questi, dice, deve stare vicina a chi indossa l’uniforme.
Nessuno dei due mette in discussione il funerale. La domanda è semmai un’altra: come cristiani e cristiane siamo anche noi entrati davvero in un clima bellico senza averne discusso seriamente?
La pace con il nemico
Nel 1526 Lutero scrisse un trattato per chiarire se anche i soldati potessero vivere in grazia di Dio.
Rispose di sì, ma pose un limite netto: chi sa che una guerra è ingiusta non deve combatterla, perché si deve obbedire a Dio più che agli uomini. È su quel confine sottile che si muove oggi la chiesa danese.
Nell’ottobre 2023 i vescovi danesi avevano celebrato a Viborg un culto per la pace. In quell’occasione la vescova Marianne Christiansen aveva ammonito che «l’unico con cui si può fare la pace è il proprio nemico».
Pregare, aveva aggiunto, non è una fuga dal mondo: è il modo per ricordare che la pace ridona senso alle cose.
Seppellire i morti è un’opera di misericordia antica.
Ma quel che accade nella società anima il dibattito e ripropone domande cui non siamo più abituati, ricordandoci che l’altra opera, più difficile, è quella di dire ai vivi che la guerra non può mai diventare l’orizzonte dell’annuncio cristiano.