
Firenze luterana, un arcobaleno lungo 125 anni
Firenze luterana chiude l’anno del 125° anniversario con un culto per il creato e un arcobaleno sulla croce.
Fratelli e sorelle tutti e tutte
«Fratello cane, sorella gatta». Così si intitolava il culto con cui domenica 4 ottobre la Comunità Evangelica Luterana di Firenze ha chiuso l’anno del suo 125° anniversario.
Non una generica celebrazione per gli animali. No.
Ma un culto per il creato, nel giorno di Francesco d’Assisi, in cui i nomi dei cani e dei gatti che accompagnano la vita di molti sono entrati in chiesa insieme a quelli di coloro che li portano con loro: ogni giorno.
La chiesa sul Lungarno Torrigiani esiste dal 1901. Oggi la comunità si estende su tutta la Toscana, l’Emilia-Romagna e le Marche settentrionali.


L’arca, e chi ci sale
Il testo della predicazione era Genesi 7, l’ingresso nell’arca: «Degli animali puri e degli animali impuri, degli uccelli e di tutto quello che striscia sulla terra, vennero delle coppie, maschio e femmina, a Noè nell’arca».
La pastora Susanne Krage-Dautel ha dato voce alla Parola e alle parole che si sono intrecciate durante la mattinata. Fra queste, molte di bambini e bambine, presenti e partecipi.
Il momento centrale è stata la benedizione individuale su tutti gli esseri viventi.
E vale la pena fermarsi su questa parola: benedizione.
Un termine che le religioni tendono a rendere marginale — un po’ per pudore, un po’ per non urtare sensibilità diverse.
Benedire, per una chiesa cristiana, non è semplicemente dire bene di qualcuno o di qualcosa. È invocare il bene di Dio in favore di altri e di altre. E adoperarsi perché quel bene sia accessibile a tutti e tutte.


La musica
I canti sono stati accompagnati dal maestro Francesco Giannoni, organista della comunità, e dalla Corale Santa Cecilia 1909 diretta dal maestro Andrea Sardi.
Dopo il culto, pranzo condiviso in stile tedesco, e poi lo spettacolo della scuola di circo Passe Passe.
Un macramé, non un filo
Dietro e dentro un programma così denso ci sono voci, mani, menti, idee: in una parola, persone. Lo ha ricordato la Presidente della Comunità, Bettina Schindler.
È questo l’elemento che dice quanto le comunità della CELI non siano enclave linguistiche e culturali, ma spazi abitati. Persone che arrivano da territori — in questo caso Firenze, ma non solo — e ai territori tornano ogni giorno, per lavoro, impegno, vita quotidiana.
Più che un filo conduttore, la comunità ha tessuto un macramé: tessuti diversi, fili diversi che intrecciandosi rendono la trama capace di resistere.
Per una chiesa come la CELI, che tiene insieme esperienze comuni dentro il luteranesimo italiano ma anche molto diverse a seconda dei contesti, anche questa vivacità è una benedizione.


L’arcobaleno sulla croce
Resta soprattutto un’immagine. O almeno, agli occhi di chi scrive, è rimasta questa immagine.
Nel racconto della Genesi è l’arcobaleno ad annunciare la rinascita. A un certo punto, durante il culto, la croce della chiesa è stata illuminata da un arcobaleno: una piccola lampada a più colori ne ha simulato l’arco.
Un segnale di luce, di colore, di bellezza. Ma soprattutto di movimento. L’arcobaleno descrive un arco di collegamento: come un ponte che unisce sponde diverse e permette loro di trovare un passaggio comune. Non un passaggio lineare, ad altezza di suolo, ma un arco — che eleva, e costringe chi lo attraversa a sopraelevarsi per vedere meglio il creato. Ciò che siamo, e ciò che possiamo essere insieme.

Centoventicinque anni
Possono sembrare tanti, per costruire un arco luminoso. Forse troppi, quando si è stanchi.
E poi, l’arcobaleno, compare per poi scomparire: difficilmente sempre in un unico punto.
Eppure quel cammino — da una comunità di stranieri per stranieri a una comunità dove nessuno e nessuna debba sentirsi più straniero né straniera — oggi testimonia proprio questa capacità di esserci nella vita delle persone. Nei loro silenzi, nella solitudine, con la capacità di costruire spazi da abitare e tempo da condividere.
Giovani, bambini, famiglie e anziani in questo spazio di libertà cristiana con la tenacia di chi ha creduto e crede ancora nella forza inesauribile della speranza: ieri come oggi, ne valeva la pena.
