
Chiese e politica: cosa accade se tacciono
Chiese e politica: per il teologo luterano Udo Hahn la Bibbia obbliga a intervenire dove le persone vengono svalutate.
Non se, ma cosa succede altrimenti
Il dibattito su chiese e politica torna periodicamente, e quasi sempre nella stessa forma: la chiesa deve intervenire o no?
Ma siamo sicuri sia questa la domanda giusta per noi oggi?

Nei giorni scorsi il teologo e pastore luterano Udo Hahn, direttore dell’Accademia Evangelica di Tutzing, parlando a Starnberg in occasione del 3 ottobre (Lunga notte della Democrazia) ha chiesto: che cosa accade a una società quando anche le chiese si astengono?
Per Hahn non c’è margine di scelta. Le chiese sono obbligate dalla Bibbia a intervenire politicamente. Giustizia, pace, impegno per i poveri, limitazione del potere attraverso il diritto: sono questioni ecclesiali. La pretesa di contribuire a dare forma alla società, dice, è legata al cristianesimo fin dall’inizio.
Il problema non è quanto sia più o meno politico il senso dell’annuncio cristiano, ma se, in una società secolarizzata e sempre più distante dalle Chiese, questo messaggio risulti più o meno efficace.
Perché il messaggio biblico è politico
Il ragionamento parte da un punto solo, e lì rimane.
Dio ha creato l’essere umano a propria immagine. Questa premessa contraddice ogni ideologia secondo cui le persone valgono meno di altre per la provenienza, il genere, la religione.
Il pensiero di estrema destra è quindi incompatibile con la teologia cristiana. E vale, aggiunge Hahn, per ogni atteggiamento ostile all’essere umano: razzismo, sessismo, xenofobia, antisemitismo, islamofobia, omofobia.
Chi è cristiano ha il dovere di opporsi alla svalutazione delle persone e di difenderne la dignità.
Il punto semmai è oggi la continua richiesta di estendere questa critica anche ad altri estremismi.
La domanda può sembrare legittima, ma rischia di apparire pretestuosa.
Le Chiese si trovano oggi a doversi confrontare con un estremismo ben preciso: che si connota ideologicamente e che, non lo neghiamo, spesso parte da premesse che tirano in ballo il cristianesimo: le parole, i simboli, la storia.
«La salvezza dell’Occidente cristiano»
Ecco perché nella situazione attuale la necessità di esprimersi con parole chiare contiene anche un avvertimento che riguarda l’uso dei simboli.
Hahn mette in guardia dal fatto che forze politiche di estrema destra strumentalizzino tradizioni e valori cristiani per i propri fini.
L’esempio che cita è la parola d’ordine della «salvezza dell’Occidente cristiano».
Quando queste forze rivendicano per sé la religione cristiana, osserva, perseguono obiettivi politici: l’unità della nazione, la comunità del popolo, l’evocazione della propria grandezza culturale.
Non si tratta invece di pietà, né di una responsabilità orientata alla Bibbia.
Ma di una torsione del messaggio cristiano dentro l’orizzonte strumentale e funzionale della propaganda.
Perciò spostare il focus del problema sulla necessità di una parola tout-court rischia di strumentalizzare il richiamo delle Chiese.
Un richiamo che non intende orientare il voto, ma ristabilire una chiarezza sul senso delle parole, della teologia e dell’impegno in favore di tutte le persone e non solo di alcune.
Una lezione da ricordare e praticare
Lo stesso giorno, a Brema, il presidente federale Frank-Walter Steinmeier teneva il discorso per la Giornata dell’Unità tedesca. Cinquanta minuti, uno degli ultimi interventi importanti prima della fine del mandato, a marzo.

Il bilancio è stato tuttavia amaro. «Le mie aspettative erano più grandi di quello che è diventato realtà», ha detto, riferendosi soprattutto al progresso della democrazia liberale e alla validità della cooperazione internazionale.
Concludendo con una riflessione rilevante: «Avevo ritenuto la democrazia al sicuro, e devo ora constatare che viene nuovamente messa in discussione. Avevo pensato che tutti avessero imparato la lezione dalla storia, e devo vedere come oggi i sostenitori dell’estremismo di destra vogliano cancellare la memoria delle vittime della Shoah».
Steinmeier ha chiesto un ritorno a una vera cultura del confronto. Con un limite: non ci può essere ponte «tra il diritto e il disprezzo del diritto, tra lo sforzo per la verità e la disponibilità alla menzogna, tra l’argomento e la demagogia».
Un argine, talvolta l’ultimo
È forse giunto il tempo in cui superare il dilemma se la chiesa debba intervenire o meno.
Del resto alle Chiese non interessa dare indicazioni di voto. Anche se la storia in passato, per esempio in Italia, si è mossa in una direzione diversa.
D’altra parte che i cittadini e le cittadine seguano eventuali indicazioni in questo senso, tanto in Italia quanto in Germania, risulta discutibile.
Alle Chiese semmai interessa il contrario: rafforzare la libera scelta delle persone.
In particolare per Lutero era importante che la gente prendesse consapevolezza di se stessa e del proprio ruolo nella società.
Per il protestantesimo la costruzione di una società di persone consapevoli, in grado di comprendere lo spirito dei tempi e di compiere le scelte più giuste, era connaturato con l’esigenza di un libero accesso alla fede.
La questione è che l’esistenza stessa delle chiese funziona da argine — talvolta l’ultimo — perché le società non si consegnino interamente a un simulacro di efficienza che le renda disumane.
I fenomeni di estremismo hanno dimostrato, alla fine, non solo di consolidare i privilegi di pochi, ma di farlo a danno dei diritti dei molti.
E se ai molti la chiesa interessa poco, la chiesa — come testimonianza dell’amore di Cristo — resta interessata alla vita e alla difesa della vita dei molti.