
Tentati dall’intelligenza artificiale
Le chiese protestanti discutono l’uso dell’IA nei sermoni: utile come supporto, rischiosa se sostituisce riflessione teologica personale.
La sfida dell’IA nella predicazione
In un interessante articolo, il Notiziario Evangelico della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, ritorna sul tema dell’uso dell’intelligenza artificiale nelle attività ecclesiastiche.
La tentazione di affidarsi all’intelligenza artificiale per scrivere un sermone completo è sempre più diffusa. Con pochi comandi, un algoritmo è in grado di produrre testi apparentemente pronti per la predicazione. Ma è davvero questa la strada che le chiese dovrebbero percorrere?
Naturalmente la questione è complessa e non è possibile liquidarla in maniera netta e definitiva.
Se non altro perché quel che generalmente si identifica con l’intelligenza artificiale descrive in realtà molte e diverse possibilità.
Supporto o sostituzione?
L’approccio che si ha nei confronti di questi strumenti, nelle Chiese, è spesso viziato dalla paura.
Tra generativa e generale, l’IA può essere un valido supporto nella gestione di processi complessi e attività che richiedono una sempre maggiore capacità di analisi e intervento.
Secondo Evelina Volkmann, consigliera della Chiesa protestante del Württemberg, la risposta è chiara: i sermoni generati dall’IA risultano spesso superficiali, impersonali e teologicamente discutibili. In un’intervista rilasciata all’Evangelical Press Service (epd) di Stoccarda, ha sottolineato che nessun algoritmo può sostituire il contatto personale con la comunità locale, né il processo spirituale di preparazione di un sermone.
Queste preoccupazioni, tuttavia, emergono quando si attribuisce all’IA una funzione sostitutiva dell’essere umano.
I limiti dell’intelligenza artificiale nella predicazione
Volkmann evidenzia che i testi prodotti dall’IA tendono a combinare molte informazioni senza coerenza interna, risultando privi di profondità e ricchi di errori. In alcuni casi, l’IA ha persino confuso concetti centrali della Riforma protestante, introducendo affermazioni antigiudaiche accanto a lodi per l’ebraismo.
Questo dimostrerebbe, secondo l’esperta, che la tecnologia non possiede la capacità di stabilire collegamenti logici e teologicamente affidabili.
Tuttavia il compito dell’IA può essere definito e deve essere definito all’interno di un processo di apprendimento delle informazioni, metodi e azioni che, come per altri strumenti e applicazioni, devono essere guidati dall’intelligenza umana.
Possibili applicazioni positive
Le Chiese sono oggi chiamate a confrontarsi con le possibilità che la moderna rivoluzione tecnologica propone.
Confrontarsi non per banalizzarle o per averne paura, ma per comprendere in che modo queste possibilità possono integrarsi nel complesso lavoro delle Comunità di fede.
Si tratta, in realtà, di comprendere quanto l’uso dell’IA può supportare i processi ecclesiastici per affinarli, renderli sempre più chiari, trasparenti e accessibili.
Ridurre l’uso dell’intelligenza artificiale, come accade, alla rielaborazione dei testi per renderli più adatti al “pubblico”, è forse l’aspetto più controverso del problema.
Infatti viene spesso sottovalutata la capacità di apprendimento dell’IA che consente di personalizzare il linguaggio, di “comprendere” il nostro approccio ai problemi e di seguirlo.
Così si riduce una potenzialità a poco più di un correttore di bozze: dei sermoni, delle relazioni, etc…
Responsabilità e coraggio
Riflettere su come integrare in modo responsabile l’innovazione tecnologica è tra le sfide cui non è possibile sottrarsi.
L’IA può essere una risorsa nella misura che ne comprendiamo le potenzialità oltre a sottolinearne i limiti evidenziandoli a partire dalle nostre paure.