
Una mimosa per Teheran: fiorire dove l’inverno è più buio
La Rete delle Donne Luterane esprime solidarietà con le donne iraniane, da Narges Mohammadi a Mahsa Amini, contro ogni silenzio forzato.
Non un fiore, un atto
C’è un modo di celebrare l’8 marzo che non chiede nulla a nessuno: si compra un mazzo, si sorride, si passa oltre.
La Referente Nazionale della Rete delle Donne Luterane (RDL), Maria Antonietta Caggiano, sceglie altro.
Con una dichiarazione pubblica, la Rete sceglie di fermarsi davanti a una sedia vuota — quella di Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace, ancora detenuta nelle prigioni iraniane — e di nominare, uno per uno, i nomi che la storia rischia di lasciare cadere: Mahsa Jina Amini, Armita Geravand, Nasrin Sotoudeh, Sepideh Qoliyan, Vida Movahed.
Nomi che non sono cronaca. Sono petali.
La solidarietà come teologia pratica
Per le donne Luterane in Italia la solidarietà non è un concetto da convegno.
È il filo che lega ogni libertà conquistata al sacrificio di chi quella libertà ancora non l’ha. Una rete globale, invisibile e tenace, che tiene viva la luce là dove i regimi vorrebbero il buio.
Questa vicinanza alle donne iraniane non è perciò gesto simbolico: è testimonianza. Ed è, nella tradizione luterana, una delle forme più alte di diaconia — il servizio che non si ferma ai confini della propria comunità.
L’inverno più lungo e la primavera che viene
La riflessione della RDL si chiude con un’immagine che ha la forza di una promessa: anche dopo l’inverno più lungo, la primavera trova sempre la forza di sbocciare.
È la stessa fiducia che attraversa i Salmi, che sostiene chi resiste, che rende possibile continuare a tenere gli occhi aperti quando sarebbe più comodo distoglierli.
Quella mimosa deposta idealmente sulle strade di Teheran è un impegno: non lasciare che nessuna sedia resti vuota nell’indifferenza.