
Giovani e fede, tra TikTok e comunità
Giovani e fede: predicatori su TikTok, dati italiani e una generazione che cerca volti, non regole. Lo sguardo luterano.
Le domande arrivano da TikTok
«La donna non deve sottomettersi all’uomo?». A Maria Magdalena, comunità della Chiesa di Svezia (luterana) a Stoccolma, giovani e fede si incontrano ormai anche così: con domande che i confermandi raccolgono scorrendo lo smartphone.
La pastora luterana Hillevi Uddenfeldt e il suo vice, Olle Liljefors, hanno denunciato predicatori online che mescolano fondamentalismo e misoginia, raggiungendo bambini di undici anni.
Alcuni, ha raccontato Liljefors, avevano attacchi di panico per paura dell’inferno.
Una fede che divide
In Finlandia un sondaggio del Consiglio ecumenico, diffuso il 22 ottobre, dice che il 43% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni ritiene che le chiese abbiano aumentato la polarizzazione.
Il politologo Olivier Roy chiama il fenomeno «santa ignoranza»: una fede separata da ogni cultura e da ogni comunità, uguale ovunque, che attecchisce soprattutto dove manca un’educazione religiosa solida.
Ma lo schermo non è solo questo. Il teologo Edward David, del King’s College di Londra, ha guidato una ricerca nata a Oxford.
Con il suo gruppo ha chiesto a 131 giovani della Generazione Z, di 34 nazionalità, di completare la storia di un coetaneo, Jesse, che incontra online una figura spirituale.
La delusione ha riguardato l’8% dei racconti, mentre il più frequente, il 36%, è un ritorno: qualcuno, anche in un video, spinge Jesse a posare il telefono e a riallacciare i legami con gli altri e talvolta con Dio.
L’Italia: credere a modo proprio
Secondo le indagini Iard e Toniolo, i giovani italiani che si dicevano cattolici sono scesi dall’81% del 2000 al 49% del 2015.
La messa settimanale riguarda un terzo dei ragazzi tra i 10 e i 13 anni e il 10% a 18-19 anni.
Per l’indagine Footprints, presentata nel maggio scorso, la fede è un punto di riferimento per il 53% dei giovani italiani, tra i valori più bassi dei nove Paesi studiati.
Eppure, quando la Fondazione Toniolo ha chiesto a 150 giovani se sia bello credere in Dio, solo cinque hanno espresso dubbi.
Sono gli incontri con persone autentiche a riavvicinarli alla fede.
E a trasmetterla, spesso, sono stati i nonni al posto dei genitori.
La Chiesa, invece, appare loro «vecchia, lenta, noiosa, lontana».
Una ricerca torinese svolta su quasi mille studenti suggerisce che a far stare meglio i ragazzi non sia la frequenza alle funzioni, quanto ciò che le funzioni rappresentano: condividere valori con coetanei e adulti.
La sociologa Teresa Doni la riassume così: «se rifiutano una fede per convenzione è perché cercano una fede per convinzione».
La terra di mezzo
Siamo spesso abituati a generalizzare sul rapporto tra giovani e fede. Il sociologo Alessandro Castegnaro ha spiegato che la terra di mezzo del credere è una foresta, nascosta però da due grandi alberi che impediscono di vederla: il fondamentalismo e l’incredulità.
Eppure in quella terra di mezzo, abitata da giovani a cui «è dato possibile credere solo nell’incertezza», può farsi strada una via diversa, che la tradizione luterana conosce bene.
Nel 1523 Lutero invitava a cercare nella Scrittura «le fasce e la mangiatoia in cui giace Cristo». La Bibbia è Parola di Dio perché porta Cristo, e in Cristo va letta: non un regolamento da brandire contro le donne, né un reperto da tenere a distanza.
Non una base per il fondamentalismo, quindi, né un alibi per l’incredulità.
Attorno a un tavolo
Nelle comunità luterane in Italia, piccole e sparse, la confermazione si fa ancora così: pochi ragazzi attorno a un tavolo, una Bibbia aperta, un pastore o una pastora che conosce i loro nomi.
E le domande, l’ascolto, il confronto restano alla base di un cammino fatto insieme.