
Neujahrsbotschaft: Wenn Gott alles neu macht
Nel messaggio di Capodanno 2026, la Segretaria della Federazione Luterana Mondiale, Anne Burghardt, invita le Chiese luterane ad accogliere il rinnovamento di Dio nella storia.
Un nuovo anno sotto una promessa antica
“Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5): la parola biblica scelta come motto per il 2026 non è uno slogan motivazionale, è una promessa.
Nel suo messaggio di Capodanno, la segretaria generale della Federazione Luterana Mondiale (LWF), Anne Burghardt, parte da qui: da una frase dell’Apocalisse che collega il desiderio umano di cambiamento con la fedeltà di Dio nel tempo.

Questa promessa non resta sospesa in un futuro lontanissimo: si estende – dice Burghardt – dalla prima comunità cristiana, che viveva all’ombra di un impero aggressivo, fino alle chiese di oggi, alle prese con guerre, crisi sociali, precarietà, sfiducia.
La domanda, allora, è semplice e scomoda: come viene accolta questa parola? Con speranza o con paura? Con desiderio o con resistenza?
Quando il “nuovo” consola e quando inquieta
Per chi vive nel dolore – un bambino che ha perso i genitori in guerra, una giovane costantemente attaccata sui social, un adulto schiacciato dalla disoccupazione – l’idea che Dio faccia “nuove tutte le cose” suona come una boccata d’ossigeno. È la notizia che si spera di sentire da tempo: qualcosa può cambiare davvero.
Ma non tutti la vivono allo stesso modo.
Per chi si sente arrivato, protetto dal proprio benessere o dal proprio potere, quella promessa può suonare minacciosa:
“Che bisogno c’è che Dio cambi le cose proprio adesso, quando la mia vita funziona?”
Il messaggio di Capodanno mette a nudo questa ambivalenza: il Vangelo non è un ritocco cosmetico su esistenze già soddisfatte. È un rinnovamento radicale che riguarda tanto le ferite del mondo quanto le sicurezze personali.
Il “nuovo” di Dio non è il “nuovo” del potere
Qui la lettura diventa anche molto lucida sul piano pubblico.
La storia è piena di leader che hanno promesso di “fare nuovo” il Paese, la società, la storia: rivoluzioni a parole, spesso costruite sulle paure della gente, sulle ideologie, sul proprio tornaconto.
Perciò a volte il presunto “nuovo” è solo il ritorno di vecchi fantasmi – nazionalismi, esclusioni, violenza – rimessi in circolo.
Altre volte, invece, introduce davvero qualcosa di radicale, ma schiacciando i bisogno dei molti a beneficio di vantaggi per pochi.
La promessa di Dio si muove su un altro piano.
Non nasce dal calcolo politico, non passa sopra le persone, non rimette in gioco logiche di dominio. È una promessa che attraversa il tempo – “Io sono l’Alfa e l’Omega” (Ap 1,8) – e tiene insieme consolazione delle vittime, giustizia, libertà, dignità.
Per la tradizione luterana è un promemoria duro e necessario:
ogni volta che la parola “rinnovamento” viene usata nello spazio pubblico, va verificata alla luce di questa differenza. Non tutto ciò che si presenta come “nuovo” è in linea con il Dio che fa nuove tutte le cose.
La luce di Cristo che cambia la prospettiva
Una delle immagini più forti del messaggio è quella della luce.
Come la stessa opera d’arte appare diversissima a seconda della luce che la illumina, così la realtà cambia se la si guarda alla luce di Cristo.
Alla luce del Vangelo il prossimo, l’altro e l’altra, non sono concorrenti o problemi: sono persone create a immagine di Dio.
Insieme a questo anche il creato non è appannaggio di poche persone, né i beni una corsa all’accumulo per sé: la prospettiva di Dio guarda alla condivisione ed alla responsabilità.
Perciò non siamo chiamati e chiamate a vivere in modalità difensiva, ma disponibili alla metanoia, cioè al cambiamento.
Ad un radicale cambiamento interiore e perciò anche spirituale.
Il rinnovamento di Dio non è quindi un “reset” magico del mondo, ma un cambiamento di sguardo: Dio rende nuove le persone attirandole in una prospettiva diversa, dove conta la giustizia, la cura dell’altro, la capacità di mettersi in discussione.
Una chiamata per le chiese luterane oggi
In questa chiave, il messaggio di Capodanno non è una meditazione intimista per iniziare bene il nuovo anno: è anche una chiamata molto concreta.
Le Chiese luterane nel mondo, inclusa la Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI), sono invitate a chiedersi cosa significa, oggi, partecipare alla promessa di Dio di fare nuove tutte le cose.
E dove occorre smettere di limitarsi a “gestire l’esistente” e osare percorsi nuovi, anche faticosi.
Una sfida che la CELI ha provato e prova a raccogliere in molti ambiti: giustizia di genere, migrazioni, pace, giovani, periferie sociali, ambiente: la fede è perciò chiamata a farsi azione, non solo analisi.
Il cuore del messaggio è perciò chiaro: il rinnovamento che viene da Dio non elimina la responsabilità umana, semmai la attiva.
Dio entra nella storia anche attraverso scelte, strutture, progetti, parole che le Comunità possono mettere in campo.
E la “nuova creazione” iniziata nell’incarnazione non è un’idea astratta, ma un processo in cui le Chiese sono chiamate a farsi coinvolgere.
Entrare nel 2026 con stupore, non con rassegnazione
Alla fine per Anne Burghardt la domanda iniziale torna: come accogliere questa promessa?
La risposta è duplice: con realismo, senza negare le crisi, la stanchezza, le ingiustizie, le paure; ma anche con stupore ostinato, lasciandosi cioè sorprendere da come Dio continua a lavorare nella storia, spesso in modo discreto, attraverso persone e comunità che scelgono di vivere un’altra logica.
“Fare nuove tutte le cose” non significa perciò cancellare il passato, ma redimerlo.
Per le chiese luterane, il 2026 si apre così: come un tempo in cui guardare il mondo alla luce del Cristo incarnato, crocifisso e risorto, e lasciarsi cambiare il modo di pensare, di credere e di agire.