
Chiese e Stato: la Germania si interroga
Chiese e Stato: la Germania si interroga su tasse ecclesiastiche, diritti speciali e su cosa chiede oggi la società.
Una domanda semplice, una risposta netta
Sul rapporto tra chiese e Stato la Germania si interroga da mesi, e un sondaggio pubblicato nei giorni scorsi ha aggiunto un dato che vale la pena leggere con attenzione. Alla domanda su cosa si aspettino dalle chiese, il 34 per cento dei tedeschi risponde: più impegno per le persone in difficoltà, più servizi di aiuto sociale. È la prima risposta, staccata da tutte le altre. Solo il 19 per cento chiede orientamento nelle questioni di fede e di etica.
L’indagine è dell’istituto Insa Consulere di Erfurt, commissionata dai giornali ecclesiastici della Germania centrale Glaube+Heimat e Der Sonntag, condotta tra il 24 e il 27 luglio 2026 su 2.006 persone maggiorenni.
Vale la pena fermarsi su quello scarto. La società tedesca non chiede alle chiese di tacere.
La richiesta è spiazzante e semplice: le Chiese dovrebbero stare accanto a chi è in difficoltà.
L’altra metà del sondaggio
La stessa indagine registra che il 31 per cento dei tedeschi vorrebbe ridurre i diritti speciali riconosciuti alle chiese (Sonderrechte): tassa ecclesiastica, prestazioni statali, diritto del lavoro ecclesiastico, insegnamento della religione.
Tuttavia il dato più interessante non si ferma alla percentuale ma da chi è composta quella percentuale.
Tra i sostenitori di CDU e CSU — i partiti che nella tradizione tedesca si definiscono cristiano-democratici — la richiesta raggiunge il 39 per cento, la quota più alta dell’intero campione.
Tra i credenti è addirittura il 34 per cento. Mentre tra chi non appartiene ad alcuna confessione, il 35.
Una richiesta che è equamente distribuita tra coloro che frequentano le Chiese e coloro che non lo fanno.
Nella Germania orientale il 40 per cento dichiara di non avere alcuna aspettativa verso le chiese. Nessuna. Non ostilità: indifferenza, che è forse più terribile.
Diritti speciali?
Per il lettore italiano vale la pena chiarire di cosa si parla, perché il sistema tedesco non ha equivalenti da noi.
La tassa ecclesiastica (Kirchensteuer) è un’imposta che lo Stato riscuote per conto delle chiese sui membri registrati, versata insieme all’imposta sul reddito: chi esce dalla chiesa smette di pagarla.
Le prestazioni statali (Staatsleistungen) hanno un’origine più antica. Risalgono al 1803, quando i principi tedeschi espropriarono i beni ecclesiastici e si impegnarono in cambio a versamenti perpetui: contributi agli stipendi del clero, oneri di manutenzione degli edifici. Duecentoventitré anni dopo, quei pagamenti continuano.
Il diritto del lavoro ecclesiastico consente alle chiese, come datori di lavoro, criteri più flessibili rispetto al normale mercato del lavoro, per esempio richiedere l’appartenenza confessionale per determinati incarichi.
Il dibattito politico
A Ettersburg, in Turingia, il tema è finito in un confronto pubblico tra due ex presidenti del Land.
Bodo Ramelow, della Linke (sinistra), ha chiesto un adeguamento ai cambiamenti sociali: quei diritti, ha ricordato, sono nati quando circa l’80 per cento della popolazione era legata a una chiesa. Ed ha così rilanciato la sua proposta di trasformare la tassa ecclesiastica in un contributo culturale.
Christine Lieberknecht, della CDU (centro) e a sua volta pastora luterana, ha detto che il dibattito è legittimo. Ma ha avvertito: attenzione a non scaricare sui cittadini ulteriori oneri.
Uno sguardo dall’Italia
In Italia il quadro è certamente diverso. Non esiste una tassa ecclesiastica, non esistono prestazioni statali risalenti all’Ottocento.
Il rapporto tra Stato e confessioni religiose si regge sulle Intese, e la CELI ne ha una dal 1995. Le nostre Comunità vivono del contributo volontario dei membri e una parte dell’otto per mille che i contribuenti scelgono di destinare alla CELI sostiene iniziative culturali e sociali in tutto il territorio italiano.
Ma la domanda di fondo attraversa i confini, e riguarda anche noi.
Cosa rende credibile, oggi, la presenza pubblica di una chiesa?
Non i numeri, probabilmente: la CELI infatti conta poche migliaia di membri in tutta Italia.
Tuttavia questa condizione è anche un elemento di libertà e impegno concreto.
Una chiesa piccola può contare su quello che fa, su come lo fa, su chi accoglie quando nessun altro accoglie.
Ecco, allora, che la domanda iniziale del sondaggio tedesco acquista un senso anche in Italia: più impegno per chi è in difficoltà.
Un tema che per diverse Comunità della CELI si traduce in borse spesa per i senza tetto o per le famiglie in difficoltà; posti letto per chi è costretto a ricoverare il proprio figlio o la propria figlia in ospedali distanti migliaia di chilometri dalle proprie residenze; sostegno alle reti di assistenza e solidarietà verso chi soffre, oppure vive da solo o da sola.
Un impegno che è possibile grazie al supporto dell’otto per mille luterano, ma non solo.