
La Riforma in 7 giorni/2 – Il Dio misericordioso
Un fulmine, un voto a sant’Anna, il convento di Erfurt: come la ricerca di un Dio misericordioso cambiò Lutero.
Una strada tra i campi
Il 2 luglio 1505 uno studente di legge di ventun anni tornava a Erfurt dopo una visita ai genitori.
Vicino al villaggio di Stotternheim il cielo si fece scuro, illuminandosi improvvisamente della potenza di un fulmine.
Quel giovane, sbalzato via dall’impeto del fulmine, cadde per terra.
Fu allora che Martin gridò con le parole che si usavano nelle situazioni di pericolo.
Così, nel nome della patrona che in Sassonia proteggeva i minatori, il giovane chiese aiuto e fece una promessa: «Aiutami, sant’Anna, e mi farò monaco».
Due settimane dopo, contro la volontà del padre, che per lui sognava una toga e forse un buon matrimonio, Martin bussava alla porta degli agostiniani eremitani di Erfurt, deciso a mantenere fede alla promessa e a cercare un Dio misericordioso.
In cerca di un Dio misericordioso
Fu un monaco scrupoloso fino all’eccesso. Digiunava, vegliava, si confessava per ore.
Il suo superiore, Johann von Staupitz, gli avrebbe consigliato di tornare quando avesse qualcosa di serio da confessare.
Ordinato sacerdote nel 1507, mandato a Roma dal suo ordine tra il 1510 e il 1511, ne tornò turbato da una devozione che gli parve frettolosa, quasi distratta.
Più si sforzava, più si sentiva insufficiente. La domanda era sempre la stessa tanto da non lasciarlo dormire: come posso trovare un Dio misericordioso?
Un professore sull’Elba
Staupitz, per quel suo allievo così zelante, ebbe un’intuizione: mettergli in mano la Bibbia, non come un rimedio ma come un mestiere.
Nel 1512 Lutero divenne dottore in teologia e professore a Wittenberg, piccola città sull’Elba dove il principe elettore Federico il Saggio aveva fondato da pochi anni un’università.
Spiegava agli studenti i Salmi, poi la Lettera ai Romani, poi quella ai Galati. E fu lì, chino sui testi, che le parole presero forma e cominciarono a dirgli molto più di quel che si aspettava. altro da ciò che si aspettava.
La grazia che si riceve
Nella Lettera ai Romani lesse che il giusto vivrà per fede (Romani 1,17).
Per anni aveva inteso la giustizia di Dio come quella di un giudice che misura e condanna. Capì, a poco a poco, che si trattava di una giustizia donata: anzi, una grazia ricevuta senza meriti.
Dio rende giusto chi si affida a lui, non chi accumula opere.
Lutero, da vecchio, ne parlò come di una porta del paradiso spalancata; gli storici tuttavia preferiscono parlare di un cammino durato anni, più che di un istante.
Chi oggi vive con l’ansia di non essere mai abbastanza, al lavoro, in famiglia, davanti allo specchio, conosce quella fatica.
Che cosa avrebbe da dire quel monaco a una società che misura le performance di ognuno e ognuna?
E forse, ciascuno di noi, può capire il sollievo di Lutero nello scoprire che la grazia viene prima di ogni nostro sforzo per ottenerla, ed è gratuita.
Domani vedremo che cosa accadde quando questa scoperta incontrò il commercio delle indulgenze.