
Povertà alimentare: non basta fasciare le ferite
Povertà alimentare in Italia: 5,4 milioni di persone. Con Bonhoeffer e il samaritano, la chiesa non può solo consolare.
La fame che non si vede
Nel 2025 quasi una persona su dieci, in Italia, ha vissuto una forma di povertà alimentare: circa 5,4 milioni di persone che non possono permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni.
Lo dice l’Atlante della fame in Italia 2026, presentato il 21 ottobre al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) da Azione contro la Fame.
Dietro questi numeri c’è la fatica di vivere: più di due famiglie intervistate su cinque hanno saltato pasti o finito il cibo in casa.
Sette su dieci provano vergogna rispetto alla condizione di povertà che vivono, quasi quattro su dieci lo nascondono a scuola, ai parenti, ai vicini.
Per tre famiglie su quattro la situazione dura da più di due anni.
A Bari, tra le famiglie intervistate, nessun bambino pratica uno sport. «Molte volte rinuncio anche al mangiare per darlo ai miei figli», racconta un genitore di Milano.
Le piazze
Pochi giorni prima, sabato 17 ottobre, a Milano, Torino e Bologna, le manifestazioni contro il carovita e i salari bassi si sono trasformate in scontri.
Vetrine rotte, barricate, decine di feriti. Chi si è scontrato con la polizia era quasi sempre giovanissimo, spesso minorenne, senza un gruppo politico alle spalle. Ogni forma di violenza non può trovare giustificazione.
Ciononostante il Paese in cui viviamo vede sgretolarsi le fondamenta stesse del proprio contratto sociale. Se ad essere compromesso è il livello di sussistenza per crescenti e larghe parte dei cittadini il problema entra, in una qualche maniera, anche nelle Chiese.
La ruota e i raggi
Nell’aprile del 1933, davanti alle prime leggi del regime nazista contro gli ebrei, Dietrich Bonhoeffer scrisse che la chiesa ha davanti a sé tre strade. Può chiedere allo Stato conto della legittimità del suo agire. Può servire le vittime, chiunque esse siano. E può, quando lo Stato smette di garantire diritto e ordine, non limitarsi a fasciare le vittime sotto la ruota, ma gettarsi tra i raggi della ruota stessa.
Più tardi gli è stata attribuita, in forma più popolare, una frase simile: se un folle lancia la sua auto sul marciapiede, il pastore non può limitarsi a seppellire i morti e consolare i feriti, deve afferrare il volante. Bonhoeffer parlava di un regime totalitario, e noi oggi viviamo in una democrazia. Ma il suo pensiero può aiutarci a vedere un rischio anche per il nostro presente.
Davanti alle periferie che si svuotano, alle aree interne dimenticate, alle piazze che esplodono, è facile ridurre la fede a una funzione: seppellire i morti, curare i feriti, consolare chi soffre. Tutti servizi necessari.
Ma una società che si impoverisce significa, in concreto, che sempre più persone faticano a vivere, e alcune a mangiare ogni giorno.
Il samaritano non si fermò alle prime cure
Nel Vangelo di Luca il samaritano non si limita a fasciare le ferite. Carica l’uomo sulla sua cavalcatura, lo porta in una locanda, paga l’oste e promette di tornare: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». Si preoccupa e si occupa di lui finché non si rimette in piedi.
Nel Piccolo Catechismo, spiegando il comandamento «non uccidere», Lutero scrive che non basta non fare del male al prossimo: bisogna aiutarlo e sostenerlo in ogni necessità del corpo.
Una piccola chiesa davanti alla fame
La Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI) è una chiesa piccola, impegnata anche a fare i conti con la propria sopravvivenza.
Ma questa domanda riguarda tanto noi quanto ogni Chiesa: possiamo accontentarci di consolare?
Consolare significa ascoltare, avere braccia capaci di accogliere. Ma significa anche chiedersi perché tante persone finiscono a terra sulla stessa strada, e provare a fare quel che possibile per aiutare il prossimo.
È questa la direzione che l’impegno delle Comunità della CELI descrive concretamente. Nei territori dove siamo presenti e, attraverso i microprogetti dell’otto per mille luterano, anche in quelli dove non ci siamo direttamente: sostenere chi lavora perché le persone tornino a stare in piedi, non soltanto perché sopravvivano un giorno in più.
Anche questo, alla fine, è un modo per rendere concreto l’annuncio della grazia di Dio in questo tempo.