
Giornata CELI a Merano: la diversità
La Giornata CELI a Merano ha riunito le comunità attorno alla diversità e ai 150 anni della Christuskirche.
Tre giorni in una città

La Giornata CELI a Merano è cominciata venerdì sera 11 settembre con un culto breve, la cena, e poi la riflessione serale ricca di gioia guidata dalla pastora Heidi Lengler.
Da lì fino a domenica sono arrivati membri dalle comunità luterane della penisola: un crogiolo di lingue e di provenienze diverse, che è poi il modo più concreto di mostrare cosa significhi il tema scelto dalla comunità ospitante guardando alla propria storia e a quella dei luterani in Italia — Vielfalt, diversità.

Merano conta circa 44.000 abitanti e un numero sorprendentemente alto di comunità religiose. Ospita un cimitero evangelico già dagli anni Sessanta dell’Ottocento, molto prima che il Tirolo smettesse di opporsi — talvolta con accanimento — all’ingresso dei protestanti.
Nello stesso fine settimana la Comunità evangelica di confessione augustana di Merano ha celebrato i 150 anni dalla propria costituzione giuridica.
Sette membri, poi settecento
Il Decano della CELI, dr. Johannes M. Ruschke, ha ricostruito minuziosamente quella storia nel saluto del sabato mattina.

Il punto di partenza è la Patente protestante di Francesco Giuseppe I, 8 aprile 1861, che garantiva ai sudditi evangelici il diritto di organizzare e amministrare autonomamente i propri affari ecclesiastici.
Poi ci volle un’altra cosa: l’aria. Nel 1837 il medico Johann Nepomuk Huber pubblicò un libro sul clima di Merano e sui rimedi che la città offriva ai malati. Funzionò come farebbe oggi un dépliant promozionale. Arrivarono gli ospiti delle terme, molti dei quali protestanti.
Nel 1864 a Merano risiedevano stabilmente sette membri della comunità evangelica. Nel 1874 erano 59, ma durante la stagione termale si arrivava a settecento.
Così, il 7 febbraio 1876, alle sette del mattino, 32 su 39 aventi diritto, si riuniscono ed il verbale registra: «Dopo che il presidente ha invitato i presbiteri neoeletti a prendere posto al tavolo presidenziale, ha dichiarato costituita, secondo le disposizioni di legge, la comunità evangelica di Merano».
La chiesa arrivò dopo: prima pietra il 6 ottobre 1883, inaugurazione il 13 dicembre 1885. Il nome scelto, Christuskirche, doveva — secondo l’allora parroco Richter — «annunciare al Tirolo cattolico che anche i protestanti appartengono a Gesù Cristo». È la stessa torre su cui, in questi giorni, si è potuto salire.



«Chi ha un solido fondamento non ricorre al fondamentalismo»
Nella riflessione spirituale, il pastore Timm Harder ha preso di petto la reticenza dei credenti a dire in cosa credono.

«Non conosco nessun automobilista che guidi una Daimler e che tolga la stella dal cofano per non ferire i sentimenti degli altri utenti della strada. Non conosco nessun tifoso del Bayern Monaco che si metta un maglione sopra la maglia da tifoso per non pestare i piedi ai tifosi avversari. Se abbiamo un buon medico, lo consigliamo ad altri. Solo quando si tratta della nostra fede, non riusciamo a dire una parola».
Il confessionalismo distruttivo è alle spalle, ha osservato, ma in pochi decenni è stato sostituito da una marcata indifferenza.
E la diversità dei Giardini di Trauttmansdorff (Orto botanico di Merano) vive proprio nella riconoscibilità di ogni pianta: se fossero tutte uguali, non funzionerebbe.
La frase richiama 1 Corinzi 3,11: «Chi ha un fondamento non ha bisogno di fondamentalismo. Chi sa dove si trova il proprio centro, ha meno difficoltà con i propri limiti e ai propri confini».



Babele o Neemia
Nel pomeriggio il pastore Klaus Fuchs, di Milano, ha tenuto l’intervento centrale: Quando la diversità diventa una questione di fede.

Ha messo a confronto due immagini bibliche. Babele è unità cercata come protezione, attraverso l’uniformazione: non essere dispersi, farsi un nome. Neemia è ricostruzione comune: gruppi diversi lavorano su tratti diversi delle mura, e il risultato esiste solo perché in molti hanno partecipato in modo differente.
«Babele è uniformazione verso l’alto. Neemia è cooperazione da più parti».
Anche le comunità, ha detto, possono costruire una Babele — non con le pietre, ma con le abitudini: un’immagine tacita di come debba apparire un «vero» cristiano, una famiglia «adeguata», una devozione «accettabile».



Il richiamo vale in entrambe le direzioni: esiste una visione ristretta reazionaria, che rifiuta il nuovo perché è nuovo, ed esiste una visione ristretta progressista, che sospetta di ciò che è tramandato perché è tramandato.
Intanto, fuori dalla sala, l’immagine di Neemia prendeva forma: laboratori creativi e musicali, visite guidate, programma per bambini e ragazzi per tutto il pomeriggio, e gli stand delle comunità italiane — che sono il punto in cui ci si ferma, si chiede come va a Palermo, Catania, Firenze, Napoli o a Trieste, e ci si riscopre parte di una amicizia antica.
I saluti
Sono giunti i saluti delle autorità civili e religiose, e della Comunità ebraica.

L’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, in un messaggio letto all’assemblea da don Mario Gretter, ha ricordato «che è cosa buona e giusta rendere grazie a Dio per questa comunione», e che la presenza luterana «contribuisce a consolidare e sviluppare la prassi ecumenica anche nel Tirolo».
Don Gretter, nel suo intervento, ha esordito dicendo che anche i passi più difficili è importante farli. «Come diceva Lutero: qui sto, non posso altrimenti. Insieme dobbiamo avere il coraggio di guardare ciò da cui gli altri vorrebbero distogliere lo sguardo. Con la capacità di accogliere dal Signore anche ciò che subito non comprendiamo».
La sera, nella chiesa parrocchiale cattolica di Maria Assunta, i vespri ecumenici Worship for Peace con il coro di Via Pacis di Arco. Domenica il culto per le famiglie ha chiuso i tre giorni.
Quello che resta
Alla fine, di un fine settimana così, restano soprattutto le cose che nessuno mette in programma.
I fiori in chiesa. Le oltre cento candele accese, una per volta, da qualcuno. Le torte tirolesi, decine, tutte fatte in casa. La birra, che ha accorciato le distanze meglio di qualunque introduzione. I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che hanno dato una mano ovunque servisse, con una semplicità che gli adulti perdono presto.



Tutto questo è il lavoro del pastore Timm Harder, della curatrice Gabriele Ringhandt, del Consiglio della Comunità, dei musicisti che hanno accompagnato ogni momento di questi tre giorni, e di molte persone che ci sono state prima e che rimangono, come ogni luterano e luterana in Italia, ferme nel proprio impegno disinteressato e costruttivo.
La diversità alla fine non è semplicemente conoscersi, e nemmeno riconoscersi. È mettersi in ascolto, esserci quando serve, cercare il bene di tutti. Merano lo ha mostrato senza dirlo. Con amorevole generosità.


