
Se la fede non trova posto sui giornali
La fede sui giornali perde spazio: chiude un inserto storico tedesco, mentre la Riforma era nata proprio dalla stampa.
Sedici anni, poi la fine
Se la fede non trova posto sui giornali, qualcosa cambia anche per chi la vive: il 22 ottobre uscirà l’ultimo numero di Christ und Welt, le pagine dedicate ai temi cristiani nel settimanale amburghese Die Zeit.
Lo ha confermato al servizio stampa evangelico epd una portavoce dell’editore, senza fornire spiegazioni sui motivi. Le tre redattrici passeranno ad altre sezioni del giornale.
Nato nel 2010, quando il Rheinischer Merkur, l’inserto confluì nell’editore di Amburgo, e per anni era arrivato agli abbonati come supplemento di sei pagine.
Già nel luglio 2024 veniva ridotto a tre pagine collocate dietro il Dossier.
L’editore assicura che i temi religiosi continueranno a essere trattati, «non più però nella forma di un’offerta da sottoscrivere separatamente, ma sulle pagine Glauben und Zweifeln — credere e dubitare — e nel digitale», che compariranno più spesso e con maggiore spazio.
Cinquecento anni fa
La notizia non è tanto quella della “crisi della carta stampata”, ma quanto rilevanti siano oggi questi temi per la società.
Perché la Riforma è, tra le altre cose, anche la storia della stampa.
Lo storico della chiesa Thomas Kaufmann ha ricostruito questo legame nel suo Die Druckmacher: Lutero fu tra i pochi della sua generazione ad aver capito davvero il nuovo mezzo.
Il suo Sermone su indulgenza e grazia, pubblicato poche settimane dopo le 95 tesi, si diffuse a una velocità che nessuno aveva mai visto.
Lutero stesso lo comprese dalla corrispondenza che ricevette.
La fuga nell’opinione pubblica
Lutero era consapevole della forza della Chiesa nel suo tempo. Così scelse una strada che prima della stampa nessuno avrebbe potuto immaginare: la fuga nell’opinione pubblica.
Venivano ristampati i testi degli avversari con i commenti del riformatore, così la disputa non rimase un fatto accademico, ma raggiunse un pubblico molto più ampio.
E fu questo “pubblico” a determinare la forza della Riforma, le idee, e insieme ad esse le domande, su cui riflettere e da cui farsi interrogare.
Così i teologi cattolici avevano doppio problema. Le questioni tecniche, teologiche per l’appunto, per tradizione non venivano discusse in lingua volgare ma in latino.
Ed i laici non potevano (né dovevano) leggere la Bibbia.
Ma gli stampatori seguivano la “domanda”, e la domanda voleva Lutero.
A Strasburgo, su circa diciotto tipografie, ne restò una sola a stampare testi cattolici.
Il duca Giorgio di Sassonia arrivò a vietare la stampa del Nuovo Testamento.
Una rivoluzione che ne contiene due
Kaufmann parla di due rivoluzioni mediatiche — la stampa e internet — e dice che entrambe hanno allargato le possibilità di partecipazione.
Questo ampliamento, oggi come allora, almeno nelle premesse, ha esteso il pubblico potenziale cui è possibile arrivare.
Certo, la rivoluzione digitale non è immune da criticità e problemi. Tanto più oggi con il sempre maggiore intervento dell’intelligenza artificiale (AI) nei modelli e processi informatici.
Servono regole, che in parte si vanno scrivendo, ma anche standard e strategie nuove perché questa nuova rivoluzione mediatica non produca il contrario di ciò per cui è nata.
La domanda che resta
La Riforma non nacque perché la chiesa aveva una rubrica riservata, quindi.
Nacque perché qualcuno osò usare uno strumento nuovo, nella lingua che tutti parlavano, accettando il rischio della comprensione e del giudizio.
La presenza di argomenti di “fede” dentro i giornali e nella stampa di massa è sicuramente un tema.
Ma forse, oggi e in Italia, il tema non è soltanto quanto spazio si riserva a questo aspetto della vita.
Da un lato c’è la contabilità che pone la domanda: a quante persone può davvero interessare la fede in una società sempre più distante dalla fede?
Tuttavia il punto non è fare dei temi religiosi una lettura specialistica per gli addetti ai lavori. O, almeno, non lo può essere se ci si riferisce ad un giornale, ad un mezzo divulgativo e non ad un testo scientifico.
Forse oggi c’è una maggiore domanda di pluralità e di accessibilità a questi temi di quanto non appaia.
Ed il tema è rilevante, tanto più dinanzi all’importanza di investire nella pluralità della comunicazione evangelica.
Con linguaggi nuovi e su mezzi nuovi, che allarghino la riflessione, proprio come al tempo della Riforma.
Curiosità
Fondato ad Amburgo nel 1946, Die Zeit, ha una tiratura di circa 450 mila copie.

È diretto, dal 2004, dal giornalista italo-tedesco Giovanni di Lorenzo che, a Roma, a frequentato la Deutsche Schule.
Nei suoi esordi di Lorenzo, scrisse il suo primo articolo sul cantautore italiano Angelo Branduardi e pubblicò l’articolo con la firma di Hans Lorenz, pseudonimo e traduzione in tedesco del suo vero nome.