
Cuba: il vescovo che combatteva la fede
Il vescovo luterano di Cuba Ismael Laborde racconta la sua conversione, la malattia, la fame del suo popolo e la speranza.
Un ateo convinto
Il vescovo luterano di Cuba, Ismael Laborde, ha settantadue anni e una biografia da romanzo rivoluzionario.
Nato in una famiglia povera di Santiago de Cuba, formato nel sistema educativo ateo della Rivoluzione, da giovane fu dirigente della Gioventù Comunista.
Il suo compito, allora? Convincere i giovani cristiani ad abbandonare la fede.
«Non ero ateo per tradizione o per indifferenza», dice alla Federazione Luterana Mondiale (LWF), ma «un ateo convinto».
Poi entrò in contatto con la Chiesa Luterana di Cuba. «In quella chiesa ho ricevuto il Vangelo e in quella chiesa mi sono convertito al Vangelo di Gesù Cristo». Così, dopo poco tempo, era già presbitero.
Una compagna di studi, vedendolo ad un culto ecumenico, gli chiese cosa fosse successo. E lui: studia la vita di Paolo, basta quello. «Mi sentivo, in qualche modo, un Paolo cubano».
Un pastore comunista?
Laborde sottolinea che la conversione non ha cancellato le sue convinzioni politiche.
«Quando dico che sono comunista lo dico però in un senso preciso: che la storia della società è attraversata da conflitti, e che le persone possono prenderne coscienza lottando per trasformarla». E aggiunge, con ironia: «Per questo dico che sono l’unico pastore comunista di Cuba».
Una sorta di «amico scomodo» della Rivoluzione, come lui stesso ama definirsi.
La ragione sta in una parola che, dice, la chiesa ha regalato al processo rivoluzionario: persuasione.
«Bisogna conversare con le persone, offrire argomenti, cercare di convincerle, ma trattandole sempre con amore perché possano prendere decisioni giuste. Così faceva Gesù».
Sulla sofferenza della gente
Sulla situazione attuale del suo Paese, Laborde è molto diretto e disarmante: «Cuba deve cambiare. Non so dire esattamente verso dove. So che deve cambiare».
Del resto, vivendo a Santiago vede cosa accade. «La gente ha fame. E io non posso tacere. Ci sono persone povere e persone dimenticate. Questo mi fa male in modo particolare perché sono pastore e vivo in mezzo a quella comunità».
A Cuba in particolare, la Chiesa, è sempre stata connessa alla società civile: ha preso posizione sui giovani, sulla pace, contro il bloqueo (embargo) economico.
«Quando non siamo d’accordo con qualcosa lo diciamo dove va detto e a chi va detto, e lo facciamo senza paura». Perciò, precisa, non ha mai avuto problemi per questo: «Non mi hanno mai perseguitato né messo in prigione. E ho detto cose molto dure».
Tra fede e dubbi
Nel 2022 la diagnosi di cancro in stadio avanzato, non più operabile.
Un periodo durissimo dal punto di vista psicologico ed emotivo: «non volevo vedere nessuno».
Un processo difficile, costellato da interrogativi profondi e forti che «mi ha insegnato qualcosa di fondamentale della teologia luterana: la conversione è un processo di riconversione costante».
Non un avvenimento del passato e coniugato al passato, un processo continuo.
Ed il ritorno, progressivo, alla predicazione, durante le devastazioni dell’uragano Melissa, nel 2025.
A piedi per le vie di Santiago perché non c’era modo di spostarsi, tra le strade piene di alberi caduti.
«Da ottobre 2025 io ero un’altra persona. Tornai a predicare».
Tra terra e cielo
Per Laborde «la chiesa deve stare vicino alla gente… (perché) la fede non può ridursi al culto. La speranza non è una parola bella. Deve diventare accompagnamento, cibo quando c’è fame, ascolto quando c’è paura, presenza quando una persona si sente sola».
Alla chiesa cubana chiede di essere profetica, di non avere paura del cambiamento, di occuparsi dei problemi che ha a portata di mano. «Se ogni chiesa si occupasse dei problemi che le stanno accanto, ci sarebbero meno problemi».
Il vescovo luterano conferma: «Sono un uomo pragmatico, ho i piedi per terra e il cuore in cielo. Non sono un futurista. Credo che il futuro si costruisca nel presente».