
Sai chi era Oskar Brüsewitz?
Oskar Brüsewitz, cinquant’anni dopo: il gesto estremo di un pastore luterano che accusò la dittatura e scosse la DDR.
Un cartello sul tetto di un’auto
Il 18 agosto 1976, davanti alla Michaeliskirche di Zeitz, Oskar Brüsewitz sistemò sul tetto della sua auto un cartello lungo tre metri.
Il cartello diceva: «La chiesa nella DDR accusa il comunismo per l’oppressione nelle scuole, sui bambini e sui giovani».
Poco dopo, in abito talare, si diede fuoco davanti a diverse centinaia di persone.
Morì quattro giorni più tardi, a quarantasette anni, per le conseguenze delle ustioni.
Oggi ricorrono cinquant’anni da quel giorno. Alla stele davanti alla chiesa di Zeitz la commemorazione comincia, come ogni anno, alle 11.55, e prosegue con un requiem all’interno.
Chi era
Brüsewitz era pastore luterano a Rippicha, nell’attuale Sassonia-Anhalt, responsabile di nove comunità.
Non veniva dagli studi teologici: era nato in una famiglia di contadini e artigiani nel Memelland, aveva fatto il calzolaio, aveva preso il diploma di maestro artigiano prima di entrare nella facoltà teologica a trentacinque anni.
Riempiva la chiesa con iniziative fuori dall’ordinario.
Fece installare sul campanile una croce illuminata, visibile da lontano, in un paese dove lo spazio pubblico apparteneva agli slogan del partito.
Costruì un parco giochi davanti alla scuola del villaggio e ci mise accanto un cartello: «Lasciate che i bambini vengano a me».
«Era una persona dichiaratamente ottimista, piena di gioia di vivere», ricorda la pastora luterana emerita Ursula Meckel, che lo conosceva bene e che a volte predicava al suo posto. «Sapeva radunare le persone attorno a sé. Entusiasmava soprattutto i giovani».
La campagna di diffamazione

La dirigenza della DDR fece di tutto perché Brüsewitz non diventasse un martire.
Sul quotidiano del partito, e poi su tutti i giornali regionali, venne descritto come un uomo «che non aveva tutti i sensi a posto», dichiarato «anormale e malato di mente» — secondo il testo — da membri della sua stessa comunità e da confratelli.
Un secondo articolo, alla fine di agosto, aggiunse accuse ancora più gravi che si rivelarono poi del tutto infondate.
Gli archivi della Stasi, oggi consultabili, mostrano che la definizione di malato psichico rispondeva a un piano preciso, elaborato lo stesso giorno del gesto d’intesa con la direzione del partito: impedire una lettura politica di quello che era accaduto.
«Non prendiamo le distanze»
Benché anche la Chiesa ufficiale si mantenne critica verso il modo di agire di Brüsewitz, il 26 agosto, al funerale a Rippicha, arrivarono circa quattrocento persone, tra cui una settantina di pastori in talare.
Molti furono fermati e controllati lungo la strada, alcuni costretti a tornare indietro.

«Il cimitero era letteralmente gremito di gente. C’era un silenzio spettrale», ricorda Aribert Rothe, che pochi giorni dopo avrebbe iniziato il suo vicariato a Lipsia.
Il prevosto Friedrich-Wilhelm Bäumer, vicario del vescovo di Magdeburgo, pronunciò l’orazione funebre e disse una frase che pesò: «non possiamo approvare ogni azione di Brüsewitz, […] tuttavia non prenderemo le distanze dal fratello Brüsewitz».
Lo Stato aveva un interesse enorme a che la chiesa lo facesse. «Ma non lo si è fatto», sottolinea il documentarista Thomas Frickel, che tra il 1990 e il 1991 intervistò familiari, colleghi, vicini, rappresentanti della chiesa e funzionari statali per il suo film Der Störenfried (il piantagrane).
Un dibattito aperto
Il gesto aprì una discussione dentro le chiese della DDR sul rapporto con lo Stato.
Molti lessero quella protesta come rivolta anche alla linea morbida della «chiesa nel socialismo», la formula che regolava allora la convivenza tra comunità cristiane e regime.
Christine Neuß, che dirige l’archivio della Chiesa Evangelica nella Germania centrale, dice che le circa mille pagine di documenti conservate impongono di rivedere del tutto l’immagine diffamatoria: da quelle carte emerge «una persona in cerca di libertà, anzi, direi affamata di libertà».
Insieme all’espulsione del cantautore Wolf Biermann, pochi mesi dopo, il caso Brüsewitz rafforzò in molti la disponibilità alla critica e alla protesta. Tredici anni prima che il muro cadesse.
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