
Intelligenza artificiale e cura d’anime: il confine
Intelligenza artificiale e cura d’anime: la prima manager AI di una chiesa luterana tedesca traccia un confine chiaro e utile.
Un mestiere che prima non esisteva
Dal primo febbraio 2026 Judith Armbruster ha un lavoro che fino a pochi mesi fa non esisteva: è la prima manager per l’intelligenza artificiale (KI-Managerin) di una chiesa evangelica in Germania.
Il posto è finanziato a metà dalla Chiesa Evangelica Luterana del Württemberg, e dalla Chiesa Evangelica in Assia e Nassau.
Judith ha 37 anni, studi in design dell’informazione e media interattivi, un master in gestione agile di progetti.
Ha lavorato per Bosch e per una società di ingegneria del software. Nel tempo libero suona il trombone in una banda. Ed è predicatrice laica (Prädikantin) della chiesa luterana del Württemberg.
Il suo compito? Triplice: sviluppare le linee guida sull’intelligenza artificiale; formare il personale fino all’ottenimento di una specie di «patente AI»; individuare dove la tecnologia serve davvero.

Mezz’ora invece di due giorni
Un esempio concreto lo ha raccontato lei stessa al servizio stampa evangelico epd.
Dopo un corso di formazione, una segretaria parrocchiale ha riassunto le delibere degli ultimi anni partendo dai verbali pubblici in mezz’ora.
Prima le sarebbero serviti due giorni.
In Assia e Nassau, Armbruster lavora a un progetto sul passaggio di consegne e competenze: chi va in pensione non scrive più un memoriale per il successore, ma fa un’intervista con l’intelligenza artificiale, che la sintetizza e ne ricava un elenco di cose da fare.
L’obiettivo è semplificare l’amministrazione per lasciare più tempo a quello che lei chiama il «core business»: il lavoro con le persone.
Sulla predica, un no e un forse
Farsi scrivere una predica interamente dall’intelligenza artificiale non le interessa.
Ma l’AI può aiutare nella preparazione: cercare un termine teologico, dare un riscontro. La domanda che le sembra utile porre alla macchina è questa: «Come potrebbe arrivare questo testo a un ragazzo di catechismo, o a qualcuno che non è mai entrato in chiesa?».
Una pastora, racconta, l’ha usata per trovare idee nuove sul quindicesimo matrimonio celebrato con lo stesso versetto biblico.
Un robot che predica dal pulpito, però, non riesce a immaginarselo. «Perché l’annuncio vive molto anche della persona che sta sul pulpito».
Un robot può benedire?
Perché no! Sui robot che impartiscono la benedizione, come quello progettato per l’Esposizione mondiale della Riforma a Wittenberg nel 2017, Armbruster dice: «Un robot che benedice mi piacerebbe molto sperimentarlo di persona».
Questa affermazione parte da un ragionamento teologicamente fondato. Alla fine, spiega, nella benedizione riportiamo la benedizione di Dio.
Che a pronunciarla sia un essere umano o una macchina cambia la sostanza di un atto agito da Dio?
Se vogliamo è il “sola gratia” portato forse alle sue estreme conseguenze: la grazia non dipende dal merito né dalla qualità dello strumento che la trasmette.
Niente cura d’anime affidata all’IA
C’è tuttavia un limite concreto e invalicabile che Armbruster risiede altrove: nella cura d’anime.
Trovarsi un robot al capezzale mentre si è malati o la risposta di un chatbot in un colloquio personale, ridurrebbe la funzione della Chiesa ad una funzione procedurale.
Un chatbot può chiarire le prime domande, indirizzare verso l’aiuto giusto, evitare che qualcuno si disperi in attesa al telefono. Insomma può essere un primo contatto, una segreteria avanzata.
Ma nella cura d’anime serve altro. Molto altro.
«Credo – sottolinea – che ci sia bisogno di molto conforto e di molte parole di incoraggiamento da persona a persona. E questo va preservato».
Del resto, come abbiamo scritto proprio su questo sito, la cura d’anime richiede un ministero che è “lingua madre della Chiesa”. E una lingua madre non si delega.
La benedizione comr un dono che passa attraverso chi la pronuncia. La cura d’anime è presenza, reciprocità, ascolto, silenzio: qualcuno che sta lì, senza fretta, ed è disponibile a porta insieme il tuo peso. La differenza non è tecnologica, è teologica.
In ogni caso, e la scelta dei luterani in Germania lo conferma, le Chiese protestanti devono trovare il coraggio di partecipare al dibattito sull’AI, innanzitutto conoscendola.
Ma anche e soprattutto per apportare contributi specifici e quell’umanità che i luterani e le Chiese in genere praticano da secoli.
I modelli di intelligenza artificiale sono ancora addestrati secondo modalità spesso discutibili, non aperte né inclusive.
Perciò che le Chiese decidano di partecipare al confronto, di usare l’AI definendo chiaramente dove e per cosa, ma anche chiarendo, ad esempio, quali prompt costruire, con quale linguaggio e quale background è, se non importante, addirittura fondamentale.
«In un mondo sempre più guidato dalla tecnologia – conclude Armbruster – la chiesa può portare valori importanti nel dialogo e assicurarsi che l’essere umano non resti indietro».