
La Federazione Luterana Mondiale alle Chiese in USA
La comunione luterana sostiene le Chiese USA che resistono a violenza e polarizzazione, invitando a scegliere giustizia, dignità e pace evangelica.
Contro la violenza e la paura
Le notizie che arrivano dagli Stati Uniti parlano di un Paese attraversato da una polarizzazione crescente, da violenza politica, da comunità che vivono nella paura.
In questo contesto, la Segretaria generale della Federazione Luterana Mondiale (LWF), Rev. Dr. Anne Burghardt, ha scritto al vescovo presidente della Chiesa evangelica luterana in America (ELCA), Yehiel Curry, esprimendo solidarietà e vicinanza alle comunità colpite.
È un gesto ecclesiale e teologico: non una semplice nota di circostanza.
Una scelta di collocare la comunione luterana globale accanto a chi, negli Stati Uniti, rifiuta di cedere alla logica della violenza e dell’odio.
Se la politica diventa minaccia
La lettera prende le mosse da un contesto concreto: la paura e la violenza che hanno colpito il Minnesota e altre aree del Paese, con comunità migranti e rifugiate particolarmente esposte a pratiche di coercizione, detenzioni, minacce e deportazioni.
Burghardt ringrazia i leader dell’ELCA per il loro coraggio nel condannare queste “tattiche aggressive di coercizione”, per l’accompagnamento fedele di migranti e rifugiati e per il rifiuto di lasciare che la paura zittisca il Vangelo.
Quando “la paura sostituisce l’amore per il prossimo” e “l’imposizione diventa violenza”, ricorda la segretaria generale, il corpo di Cristo non può restare muto.
La comunione luterana non rimane indifferente
La Federazione sottolinea che la comunione luterana non è un contenitore astratto, ma un corpo vivo di Chiese che si riconoscono corresponsabili le une delle altre.
Il sostegno all’ELCA non è solo affettivo, ma ecclesiale.
La LWF è quindi insieme alle comunità che soffrono: a chi è detenuto o deportato, alle famiglie che vivono nel terrore, a quanti protestano per la giustizia e a quei leader che scelgono la nonviolenza in un contesto che spinge verso lo scontro.
Un comune sentire perché parte della vocazione pubblica delle Chiese luterane: testimoniare che il Vangelo non è mai neutrale di fronte all’uso distorto del potere, alla criminalizzazione dei poveri, alla costruzione di “nemici” interni o esterni.
La “testimonianza profetica” evocata da Burghardt nasce qui: nel rifiuto di lasciarsi coinvolgere in una spirale di paura e nell’impegno a difendere la dignità di ogni persona.
Migranti, rifugiati e la scelta della giustizia
Un tratto centrale della lettera riguarda l’accompagnamento di migranti e rifugiati.
Nel linguaggio della LWF, non si tratta di “categorie” da assistere, ma di volti concreti, famiglie, comunità che portano il peso di politiche disumane e di narrazioni che li trasformano in minaccia.
Chiunque fugge da violenza, povertà, disastri climatici e instabilità politica non è un problema da gestire, ma un prossimo da incontrare.
Per questo la lettera collega la condanna delle pratiche di paura alla richiesta di giustizia.
Pace e giustizia non sono concetti separati: non c’è pace dove intere comunità vivono sotto minaccia; non c’è ordine dove la legge viene piegata a interessi di parte; non c’è sicurezza se la sicurezza di alcuni è costruita sulla vulnerabilità di altri.
Una parola che parla anche all’Europa
Sebbene scritta per il contesto statunitense, la presa di posizione della Federazione riguarda direttamente anche le Chiese europee.
Le dinamiche di polarizzazione, la criminalizzazione delle migrazioni, l’uso politico della paura e la diffusione di linguaggi disumanizzanti non sono estranee al dibattito pubblico in Europa.
In questo senso, la solidarietà con i leader della Chiesa statunitense diventa anche uno specchio: ricorda che la fede luterana chiama a vigilare sul linguaggio, a smascherare la retorica dell’odio, a difendere chi è esposto a violenze, detenzioni arbitrarie, razzismo istituzionale.
L’impegno luterano per i diritti umani, per lo stato di diritto e per la tutela dei più vulnerabili non è un “tema opzionale”, ma una conseguenza diretta della fede nel Dio che in Cristo si è fatto prossimo, straniero, povero.
Scegliere la pace proprio quando è più difficile
La lettera della LWF si chiude con una preghiera: per chi soffre, per chi è detenuto e deportato, per le comunità che vivono nella paura, per quanti protestano, per i leader che scelgono la giustizia invece della violenza.
È una preghiera che diventa criterio: la pace che le Chiese sono chiamate a cercare non è pacificazione di facciata, né ritorno a un “ordine” costruito sulla paura. È una pace che chiede coraggio, disponibilità a pagare un prezzo, rinuncia al privilegio di chi potrebbe voltarsi dall’altra parte.
La solidarietà con i leader della Chiesa statunitense che si oppongono alla violenza e alla polarizzazione diventa così un appello più ampio: in ogni contesto, le Chiese sono chiamate a non lasciarsi catturare dalle logiche di paura, ma a testimoniare, con parole e gesti, che un’altra via è possibile.