Aprirsi, non chiudersi - Chiesa Evangelica Luterana in Italia

Aprirsi, non chiudersi

Messaggio di Pentecoste del Decano della Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Heiner Bludau

Quello che i cristiani di tutte le confessioni celebrano il 50° giorno dopo la Pasqua a partire dal 3° secolo è la terza grande festa del cristianesimo dopo il Natale e la Pasqua. Cinquanta giorni – Pentecoste. In effetti, questa festa esisteva già nel giudaismo con la festa del raccolto “Shavuot” o tra gli ebrei di origine greca “pentekosté”, 50 giorni dopo Pèsach, la festa che celebra l’Esodo dall’Egitto. È una delle tre “feste di pellegrinaggio” nell’ebraismo. Per questo motivo i discepoli orfani di Gesù si erano riuniti in una casa a Gerusalemme. A Pentecoste, la missione di annunciare la buona novella passa ai discepoli. La comunità dà loro forza, li incoraggia. In questo senso la Pentecoste è una festa di compleanno, il compleanno della chiesa. La storia continua, anzi ricomincia di nuovo. È a Pentecoste che i discepoli diventano cristiani. Nel suo messaggio di Pentecoste, il decano della Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Heiner Bludau, mette in relazione e contestualizza il racconto della Pentecoste dal secondo capitolo degli Atti degli Apostoli e quello della Torre di Babele, tratto dalla Genesi.

Il Decano Heiner Bludau:

Il testo di riferimento per il sermone della Pentecoste 2021 nella nostra chiesa è la storia della Torre di Babele. Mentre la storia della Pentecoste nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli racconta di come, attraverso il dono dello Spirito Santo, persone di diverse nazioni e lingue potessero d’improvviso comprendere il messaggio degli apostoli e in questo modo ritrovarsi ed entrare in comunicazione nonostante tutte le loro differenze, la Torre di Babele in Genesi 11 ci racconta un avvenimento che è l’esatto contrario: persone che parlano una lingua comune decidono di costruire una torre “la cui cima tocchi il cielo” per “farci un nome”. Dio disapprova il loro agire dicendo: “Questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. (11:6) Egli scende dunque e “confonde la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro” (11:7).

Da un lato, questo può essere inteso come un’interpretazione biblica della molteplicità linguistica nel mondo. Ma secondo me in questa storia ci sono da riconoscere anche dei fenomeni molto attuali. Anche oggi le persone si riuniscono “per farsi un nome” e si presentano sotto questo nome per imporre certi loro interessi, certi dogmi o anche certe ideologie a livello nazionale o anche internazionale. Ma non siamo di fronte solo a un fenomeno su grande scala, le stesse dinamiche sono presenti anche in contesti diversi e in ambienti relativamente piccoli. In questo frangente sono le piattaforme internet che giocano un ruolo importante al giorno d’oggi: le persone cercano attivamente chi la pensa come loro per rafforzarsi nelle proprie convinzioni e riconoscersi in un’identità di gruppo. Un modo indispensabile questo per poter realizzare degli obiettivi prefissati. Se con questo intento ci si chiude al confronto con chi la pensa in maniera diversa, eludendo il confronto con i fatti e utilizzando solo un linguaggio inerente al proprio gruppo ed identificandosi con determinati termini, questa strada porta inevitabilmente allo scontro e alla ricerca di una posizione di dominanza. Un tale gruppo vive nell’affermare la propria identità come negazione di quella altrui piuttosto che aprirsi al confronto in cerca di un’intesa.

Su questo sfondo, la festa di Pentecoste ci invita ad aprirci verso gli altri. Anche le chiese, a volte, non resistono alla tentazione di acquisire forza chiudendosi ed utilizzando un linguaggio settario, “facendosi un nome” per poter realizzare determinati obiettivi. Il racconto della Pentecoste ci invita invece ad ispirarci ed orientarci a ciò che è il nostro centro, ovvero la fede in Gesù Cristo e a non focalizzarci su ciò che ci divide. Da un tale atteggiamento risulta la disponibilità di cercare l’incontro sia con chi non condivide questa fede sia la disponibilità a relazionarsi con chi la vive in modo diverso creando in questo modo una comunità che non esclude nessuno. Una comunità che non presuppone un’unità uniforme, ma rispetta le differenze – e non solo di lingua. Gesù Cristo stesso ci invita a questo e lo Spirito Santo ci dà la forza.

Il Decano della Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Heiner Bludau

Traduzione: nd

21.05.2021