Prendersi cura, comunicare e gestire il tempo

Wolfgang Prader, presidente sinodale della CELI in un’epoca di sconvolgimenti e cambiamenti

Non è nato luterano, ma forse, proprio per questo, è tanto più convinto della sua scelta. Gli piace cucinare per le sue figlie, è un esperto informatico impegnatissimo e con pochissimo tempo libero e vive nella chiesa oltre alla fede soprattutto la dimensione sociale, interpersonale, il trovare e dare un senso al proprio agire tramite l’impegno. Stare con la sua famiglia e coltivare orchidee sono la sua fonte di calma e serenità. Wolfgang Prader è succeduto a Georg Schedereit come presidente sinodale dell’ELKI nell’ottobre 2020.

È cresciuto in Alto Adige in una famiglia cattolica….

Wolfgang Prader: Sì, e la mia è stata ed è tuttora una famiglia molto credente. Ho frequentato la scuola dei Francescani a Bolzano e sono stato membro della gioventù francescana. Già da giovane aspettavo con ansia le funzioni domenicali, le apprezzavo come esperienza comunitaria e vi trovavo la forza per la settimana.

Ma poi, da giovane adulto, si è allontanato dalla chiesa?

Wolfgang Prader: Esattamente. Come del resto succede a tanti, no? Ho frequentato l’università, avevo altri interessi, a quell’epoca erano altre le cose importanti per me.

Come è arrivato alla Chiesa Luterana?

Wolfgang Prader: Attraverso mia moglie, Caroline, che ho conosciuto a Vienna durante i miei studi. È tedesca ed è protestante. Quando sono nate le nostre figlie Greta e Ida, l’argomento della fede è tornato improvvisamente rilevante. Mi sono avvicinato, sempre grazie a mia moglie, alla Comunità Evangelica Luterana di Bolzano e mi sono trovato a far parte della famiglia luterana, per così dire.

E con questo è arrivato anche l’impegno…

Wolfgang Prader: L’esperienza positiva di questa piccola comunità ha risvegliato in me il desiderio di essere coinvolto. Nella preparazione dei culti per i più piccoli, nella comunità, non ultimo anche attraverso il mio background professionale. Trovo che impegnarsi sia importante. Non importa se nella chiesa o nel sociale. Il volontariato è una componente sociale estremamente importante per me, nonché una sfida a livello personale e nella comunità.

Ma rimane il fatto che ha comunque pochissimo tempo libero a disposizione. Come fa a gestirlo tra famiglia, CELI e la sua passione per le orchidee?

Wolfgang Prader: In fin dei conti tutti quanti rischiamo di perdere un sacco di tempo in cose banali. Io invece vorrei passare il tempo che mi resta dopo il lavoro, in modo significativo. Con la mia famiglia, nel volontariato, con le mie orchidee. Questo mi aiuta a trovare equilibrio e serenità interiore. L’informatica è concentrata sull’ottimizzazione. Più veloce, meglio, sempre più collegati. La mia attività nella chiesa mi porta invece a sviluppare altre qualità: l’ascolto dell’altro, ascoltare dentro se stessi, dare il tempo e il peso giusto alle cose, prendersi cura, lasciar crescere. È come con le mie orchidee. Non basta mica coprirle di concime e oplà, la pianta è in piena fioritura. Non funziona così.

Investire del tempo e lasciare del tempo per far crescere, quindi?

Wolfgang Prader: Questo principio si applica a tutto. Per l’educazione dei figli, nella società, nella Chiesa e anche nella coltivazione di orchidee.

Lei ha assunto il suo nuovo incarico in un momento estremamente difficile.

Wolfgang Prader: Sì e no. Torniamo indietro di quattro anni. Prima di tutto, dal 2016, sono già stato vicepresidente del Sinodo della CELI per quattro anni.

E questo come ex cattolico…

Wolfgang Prader: Certo. Devo ammettere che sono rimasto di stucco quando la commissione di ricerca candidati mi ha contattato. Non me lo sarei mai aspettato. Ma forse è proprio per il mio percorso personale non diretto, diciamo, che riesco ad affrontare l’onere della carica in modo più disinvolto e imparziale. Questi quattro anni mi sono serviti da apprendistato, diciamo così. E c’è stato un momento culminante proprio all’inizio. A tutti i livelli. A livello internazionale, in tutta Italia, a livello CELI, e anche nella nostra comunità di Bolzano: il 500° anniversario della Riforma nel 2017, un anno davvero emozionante.

Ma anche un anno di insegnamento molto particolare. I riflettori si spengono e si spostano altrove con la stessa rapidità con cui vengono accesi… E poi è arrivata la pandemia.

Wolfgang Prader: Questo è stato certamente un punto di svolta. La Chiesa sta cambiando, deve cambiare per forza per riuscire ancora a coinvolgere la gente e specialmente i giovani di oggi. L’ultimo anno ha accelerato questo sviluppo. E ha anche accelerato qualcosa che forse anche a causa della mia professione è molto importante per me: la comunicazione (non solo digitale) all’interno della Chiesa e con il mondo esterno, senza però trascurare gli aspetti interpersonali.

Un vero e proprio gioco di equilibrio, no?

Wolfgang Prader: L’importante è non escludere nessuno. E vedere quali mezzi sono utili e alla portata di chi. È importante adattare la comunicazione a soggetti e aree tematiche che sappiamo richiedere linguaggi diversi. Anziani, giovani, ecumenismo, nuovi membri, inclusi i migranti. La comunicazione deve ispirare, incoraggiare, coinvolgere, ma anche consolare, supportare. La religione oggi, per me, è un vuoto che deve essere colmato. E questo è uno degli obiettivi importanti che mi sono posto per il mio mandato di presidente sinodale. I media digitali, se usati correttamente, mettono tutti sullo stesso piano. Una chiesa presente anche digitalmente può essere una chiesa molto orizzontale, vicina alla gente. Anche se, ovviamente, non sostituisce e non deve sostituire il contatto interpersonale. Deve essere un complemento.

Ma richiede anche azione, non è solo un’esperienza da vivere in modo passivo.

Wolfgang Prader: Esatto! Una community digitale vive dall’interazione, deve essere reciproca e viva. Mi rattrista un po’ vedere che ci sono star, blogger e influencer, prodotti per la cura del corpo e quant’altro, che ricevono centinaia di migliaia di like. Noi come CELI abbiamo diverse migliaia di membri, ma solo in pochi guardano regolarmente la nostra homepage o i nostri account Instagram o facebook. Anche se la gente oggi guarda di tutto e dispensa like a destra e sinistra…

La chiesa dovrebbe fare più “marketing”?

Wolfgang Prader: Marketing non è forse il termine giusto. Diciamo, mostrare una presenza continua. La nostra competenza digitale deve essere rafforzata nelle comunità, a livello CELI. Siamo una piccola chiesa, ma abbiamo dei progetti molto belli e importanti, siamo molto impegnati nella società. Noi come chiesa dobbiamo migliorare nel comunicare tutto questo, ma anche i nostri membri dovrebbero contribuire a condividere e portare avanti i nostri contenuti.

Cosa significa il Sinodo per lei?

Wolfgang Prader: Devo ammettere che sapevo molto poco del Sinodo prima della mia prima partecipazione nel 2016, parlo del Sinodo che mi ha subito nominato suo vicepresidente. Del resto credo che questa sia una cosa comune a tanti membri della nostra chiesa. Anche qui abbiamo da recuperare. Non mi era affatto chiaro come funzionasse la democrazia di base nella nostra chiesa, quanto fosse importante. E devo dire che proprio questa è una delle particolarità che apprezzo molto nella Chiesa Evangelica Luterana. Che tutti siano chiamati a dire la loro. Il Sinodo è il midollo, la linfa vitale della chiesa, la riempie di vita e la porta in mezzo alla gente. È comunità vissuta, scambio aperto, l’apprezzamento di ogni individuo nella comunità. Poi bisogna però stare anche attenti. A volte il Sinodo delibera senza forse rendersi davvero conto dell’effettiva realizzabilità di certe scelte.

L’ultimo Sinodo, quello che l’ha eletta presidente, si è tenuto causa Covid con un ritardo di diversi mesi e dopo una lunga discussione sulle modalità, se cioè organizzarlo in presenza ose tenerlo invece in forma digitale. Alla fine, per quanto con tutte le misure di sicurezza possibili, è passata la linea di chi lo voleva “dal vivo”. Il prossimo Sinodo si terrà invece in firma digitale alla fine di aprile. Una sfida?

Wolfgang Prader: Una grandissima sfida. Non solo sul piano tecnologico. Dobbiamo garantire che nessuno sia lasciato fuori. Ci sono molti dettagli da prevedere, soprattutto quando si tratta delle procedure di votazioni e di interventi. Ma sarà anche un’opportunità. La pandemia ha accelerato e di molto il processo di digitalizzazione della chiesa, che era, del resto, uno dei temi importanti dell’ultimo sinodo. I culti digitali sono diventati una realtà in molte delle nostre comunità. Hanno aiutato a tenere vivo il contatto tra chiesa e membri durante i periodi di lockdown, e lo fanno tuttora, almeno fino a quando saranno in vigore le restrizioni sulle attività in presenza. Infine, ma non meno importante, ora teniamo regolarmente riunioni di concistoro e persino conferenze pastorali in formato digitale.

Ma a lungo termine questo non può sostituire il contatto diretto?

Wolfgang Prader: Assolutamente no. Dobbiamo trovare formule miste. Per quanto riguarda il sinodo: un sinodo digitale rimarrà certamente un’eccezione. Ma adattarsi a queste nuove modalità significa anche mantenere la Chiesa viva e al passo con i tempi. Significa adattarsi in modo flessibile alle circostanze senza perdere la propria identità e soprattutto significa stare accanto alle persone. Umanamente e spiritualmente. Con tutti i mezzi a nostra disposizione.

A parte la digitalizzazione e la comunicazione, che altro aspetto le sta a cuore?

Wolfgang Prader: Il consolidamento della nostra identità di Chiesa Evangelica ITALIANA. La CELI non è una costola della Chiesa Evangelica tedesca, EKD. Siamo saldamente ancorati alla realtà italiana. Per me questo include il dovere di vivere attivamente il nostro bilinguismo. In tutte le comunità. La nostra base è nella fede, non nell’essere di origine tedesca. Nella società di oggi dobbiamo essere multiculturali e aperti in tutte le direzioni. Dobbiamo rivolgerci ai nostri concittadini italiani e alle nuove componenti della società, i migranti, le persone di altri paesi che stanno spostando il loro centro di vita in Italia, dobbiamo essere una chiesa aperta a tutti. E l’italiano è la lingua ponte.

Nicole Dominique Steiner