“Quando porto il talare tutti mi salutano, senza…”

Il pastore Jasson Kalugendo originario della Tanzania e residente negli Stati Uniti in visita a Roma
Black live matter – White lives matter – Il razzismo è dappertutto 
È nato e cresciuto in Tanzania, ma da molti anni vive negli Stati Uniti. Jasson Kalugendo, pastore luterano, esperto di comunicazione, gira da anni il mondo lavorando per varie organizzazioni internazionali come l’UNICEF, l’ONU, il Congresso Africano, ecc. A dicembre è arrivato a Roma, dove sarebbe dovuto rimanere per un anno, ma già a luglio tornerà negli Stati Uniti. In mezzo ci sono due mesi di lockdown Covid e un evento che ha suscitato un’ondata di sdegno e proteste in tutto il mondo: Black lives matter.

Dal suo arrivo e fino a febbraio, a parte le fatiche dell’ambientamento e la necessità di prendere i primi contatti per il lavoro, Jasson Kalugendo ha visitato intensamente Roma. La foto del suo profilo Whatsapp mostra il Colonnato del Bernini a San Pietro. All’inizio di marzo la pandemia Covid-19 lo ha poi bloccato in quarantena nel suo appartamento: smartworking come International Education Consultant invece di lavorare nella sede centrale della United Nations Food and Agriculture Organization con i suoi 3.000 dipendenti. Per fortuna non si deve preoccupare per i suoi parenti in Africa. Viene da un piccolo villaggio vicino al confine con l’Uganda, lontano dalle grandi città dove sembra concentrarsi l’infezione da coronavirus. In un altro momento, l’intervista sarebbe probabilmente iniziata con domande sui tesori d’arte di Roma. Ma in questo particolare momento storico ha preso una strada completamente diversa. Pandemia e razzismo.

Avrebbe dovuto restare un anno…

Jasson Kalugendo: È vero, ma per motivi di sicurezza è stato deciso che la maggior parte dei dipendenti debba continuare a lavorare in modalità smartwork fino a nuovo ordine. A questo punto non ha molto senso che io rimanga qui a Roma.

Ha tenuto i primi due culti post-Covid nella Chiesa Evangelica Luterana di Roma insieme al pastore Michael Jonas.

Jasson Kalugendo: Sì, ed è stato un momento molto particolare nonché pieno di gioia, soprattutto dopo la lunga pausa senza potersi incontrare in chiesa. Sono arrivato per caso alla Comunità Luterana di Roma, tramite un collega. A dir la verità, non sapevo neanche e neppure avrei mai immaginato che ci fosse una comunità luterana a Roma.

Lei parla il tedesco o l’italiano?

Jasson Kalugendo: No, o forse si, mastico qualche parola di tedesco. Ma con mio grande stupore, ho scoperto che la lingua non è stata affatto un problema. La liturgia è esattamente quella che conosco dalla mia Chiesa negli Stati Uniti, il Sinodo Luterano del Missouri. Le preghiere, le canzoni sono le stesse e così ho potuto pregare e cantare nella mia lingua e ha funzionato a meraviglia. A Pentecoste, era come un segno

Qual è la sua impressione di questa comunità della diaspora?

Jasson Kalugendo: Oh, è semplicemente meravigliosa! Così piccola, ma una vera comunità! Lo si può sentire da subito. E tutti così gentili e aperti con me. Mi sono sentito accolto. Quasi a casa. Pastore Jonas è gentilissimo, mi mandava sempre il sermone.

In molte città d’Italia, in tutta Europa, in questo momento si sta assistendo a grandi manifestazioni di piazza. Gli Stati Uniti “bruciano” da quando due settimane fa George Floyd è stato ucciso da agenti della polizia e due giorni fa un altro uomo di colore, Rayhard Brooks, è stato colpito alla schiena e ucciso dalla polizia. Il motivo: razzismo. Il colore della sua pelle è un problema per Lei? Si sente discriminato?

Jasson Kalugendo: Le racconto una cosa: mi piace molto camminare e così nelle due domeniche in cui ho concelebrato il culto insieme a Michael Jonas, sono arrivato a piedi dal mio appartamento fino alla chiesa indossando già il mio talare. Durante questo percorso, tante persone mi hanno salutato e mi hanno rivolto un sorriso amichevole. Se vado in giro senza il talare, non è così…

Vive e lavora da tanti anni negli Stati Uniti. Cosa pensa di Black lives matter?

Jasson Kalugendo: Black lives matter. Certo, non si può che sottoscriverlo. È un problema enorme che gli Stati Uniti si portano dietro da secoli. Un problema che ha radici profonde e che non si risolverà a breve. Ma dico anche che White lives matter. Non si può generalizzare tutto. Non si può condannare un’intera società a causa di una o poche persone. Prima di giudicare, bisogna conoscere le circostanze, bisogna capire bene, informarsi bene. Anche lo sdegno, la protesta giustificata non devono servire per alzare altre mura, non devono diventare il pretesto per innestare nuovi pregiudizi nella società americana. Non è così semplice, non è tutto bianco e nero, solo bianco e nero!

Lei non è nato negli Stati Uniti d’America…

Jasson Kalugendo: No. E questo fa una grande differenza. I miei antenati erano liberi, non erano schiavi! Io sono libero, anche nella mia testa. Ma anch’io ho dovuto imparare le regole di comportamento di tutti i neri in America, e non solo di tutti i neri, sono le regole di tutti quelli che non sono bianchi. Non discutere con la polizia. Stare fermo. Non scappare. Rispondere a tutte le domande. Non opporre resistenza. Non dare nell’occhio…

Questo significa però che anche lei si sente discriminato?

Jasson Kalugendo: Dipende da dove ti trovi, da cosa fai. Al lavoro, siamo tutti uguali. Nessuno guarda chi è cosa. Il mio lavoro mi ha fatto viaggiare in tanti Paesi in tutto il mondo. Il razzismo è ovunque. E anche il razzismo è una pandemia. Tornando al mio esempio di prima, a quando sono a passeggio per Roma… Quando entro in un negozio vestito normalmente, può succedere che i commessi cambino faccia. Recentemente sono entrato in un piccolo negozio dove c’era una donna dietro il bancone. Volevo solo comprare qualcosa, non stavo chiedendo l’elemosina, volevo pagare, ma lei era tutta agitata, voleva liberarsi di me…

È un problema per Lei? Ne soffre?

Jasson Kalugendo: No, non io personalmente! La discriminazione è una malattia storica dell’umanità. C’è sempre stata. E oggi è soprattutto un grande problema sociale. Quale parte della popolazione degli Stati Uniti è più colpita da Covid-19? I neri. Molti di loro sono socialmente svantaggiati. Non hanno soldi, non hanno assicurazione, non hanno disinfettanti, non hanno mascherine, non possono andare in ospedale…

Al lavoro però è diverso, dice?

Jasson Kalugendo: Sì. Al lavoro, negli uffici, nei bar, nei ristoranti. Lì la gente non guarda chi è bianco e chi è nero… Il problema è che non c’è una soluzione immediata. Ci vorrà molto, molto tempo per sanare questa frattura nella società.

E le chiese? Com’è la situazione nelle chiese?

Jasson Kalugendo: Intende negli USA? Le chiese sono separate. Le chiese sono bianche o nere o ispaniche… Nelle chiese vige la separazione.

Parla sul serio?

Jasson Kalugendo: Ci può scommettere. La mia chiesa, per esempio, il Sinodo Luterano del Missouri è per il 95% bianco con pochissimi membri neri, una chiesa fondata da immigrati tedeschi. È triste, ma vero. Al lavoro sono tutti insieme, in chiesa si è separati. Uno degli obiettivi del mio lavoro è quello di lavorare per cambiare questa situazione. Sono consulente di organizzazioni internazionali, lavoro nel campo della comunicazione e ho la grande opportunità di viaggiare molto e di imparare molto.

Ma intanto all’inizio di luglio, tornerà a casa?

Jasson Kalugendo: Sì, rivedrò la mia famiglia, mia moglie, i miei quattro figli grandi e dovrò passare i primi 14 giorni in quarantena. Il tempo per arrivare…

Nicole Dominique Steiner