Parole dalla quarantena

Trovarsi faccia a faccia

Non avrei mai creduto che mi potessero mancare tutti quelli che non conosco nemmeno per nome. Le persone che mi sono più care invece, grazie a Dio, sono ancora tutte qui, vicino a me. Anzi più vicine che mai. Mi sono legato a loro e mi sto rendendo conto che è la cosa più importante che abbia mai fatto in vita mia. Ma lo stesso, in questo particolare momento mi mancano molto anche loro, tutte le persone che così, en passant e senza che io lo sapessi sono il puntino sulla mia “i”. Certo, non ci sono solo loro. Il massiccio del Catinaccio  per esempio è sempre lì e s’illumina di rosso, sera dopo sera. Gli uccellini cantano, i cespugli fioriscono, le strade aiutano ad orientarsi e le case continuano a raccontare le loro storie. Ma la gioia della primavera non riesce mai davvero a sbocciare. Faccio i miei soliti giri come al buio, come se vivessimo perennemente con un’eclisse solare. Non si incontra praticamente nessuno e quando accade il tutto si riduce ad un’ombra che ti passa accanto in tutta fretta. Come se fosse proibito, cioè come se fosse proibito anche questo: guardarsi l’un l’altro, essere contenti l’uno dell’altro. Molti indossano una mascherina. Ma anche senza, la verità è che non sorridiamo quasi più, e soprattutto non sorridiamo più all’altro, a chi ci viene incontro. Rispettosamente facciamo attenzione alla distanza di sicurezza prescritta, un metro almeno. E controlliamo timidamente che l’altro faccia lo stesso. Ci sono addirittura dei segni per terra, e non osiamo avvicinarci troppo. Nel supermercato mezzo vuoto, l’ultima spiaggia di una socialità ridotta all’osso e diventata però quasi ostile, spingiamo i nostri carrelli come se fossero delle calamite che invece di attrarsi si respingono. Chi era disponibile in modo affidabile per qualsiasi tipo di divertimento, ora è nervosamente attento alle regole. Alza la voce. La paura si è messa sulla scia del virus, lo segue dappertutto e cresce di pari passo con esso, sostituendosi alla solita vita di strada e di piazza. Torno con le borse della spesa stracolme, un piccolo miracolo ogni volta, che quasi mi meraviglia. So che gli scaffali sono e rimarranno pieni, eppure la frenesia di comprare, di fare scorta, prende anche me. Mi sento sconvolto, un po’ come da bambino, nel bosco dopo aver letto troppe favole dei fratelli Grimm. Con una stranissima sensazione chiudo la porta dell’appartamento dietra a me. Tutto qui?

Dio ha creato l’uomo come uomo e donna. È così che inizia la Bibbia. Non riesco a immaginare nulla di più bello e posso elogiarlo con orgogliosa convinzione nei colloqui prematrimoniali e durante i matrimoni. Il nostro sostegno. L’occasione di poter completarsi a vicenda. E ora arriva questo virus che mi spazza via dalle strade, dai parchi, dai bar, dai negozi e quant’altro ancora, tenendo a distanza tutti gli altri, di cui ho un infinito bisogno. Per essere davvero umani, nel senso più alto del termine, ci serve stare insieme ad altri. Non siamo proprio nel nostro elemento in questo momento, lo sappiamo. Io resto a casa. Lontano dai saluti brevi, dalle piccole banalità reciproche delle convenzioni, in tempi normali più che sufficienti. E adesso invece quasi nessun saluto, neanche i più superficiali. Proibito darsi la mano e impossibile leggersi in faccia. Mi andrebbe bene anche un piccolo e inutile litigio. Sì pure questo. E niente bambini che corrono e giocano, o il riflesso della loro gioia negli occhi vigili dei nonni. Me lo ricordo. Eccome mi ricordo di tutto questo, davanti a questo piccolo schermo che mi è diventato compagno fedele in questi giorni.

Eh sì, in questa situazione si rivela tutto il valore di queste prime parole della Bibbia, quelle che ho appena citato.  Bisognerebbe saper infiorettare queste parole con “abile piuma”, senza limiti per l’ispirazione. Saper descrivere tutta la bellezza della creazione di Dio. Nella privazione ci si rende conto e si impara a riconoscere davvero ciò che Dio ha creato da una delle nostre costole. Una volta iniziato continueremo a scrivere, ben oltre l’Apocalisse di Giovanni. Eccolo, l’altro, il nostro simile, anche quello senza nome. L’incontro casuale. L’incontro che ha avuto un buon fine, un ottimo fine. E per lei, per lui ancora oggi intonare l’inno, anche in una chiesa vuota. Magari anche solo la frase del Salmo 104:24, ricordata con nostalgia e come auspicio. “Dio, tutto hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature.”

Michael Jäger, pastore della Comunità Evangelica Luterana di Bolzano