Parole dalla quarantena

Andrà tutto bene

Le prime notizie che è scoppiato un “nuovo virus” sono arrivate dalla Cina. La prima reazione? Non c’è da preoccuparsi, tanto la Cina è molto lontana. Meno di due mesi dopo, i primi casi di contagio anche in Europa. La reazione? Non c’è da preoccuparsi, tanto in Europa il sistema sanitario è buono, gli addetti si sbrigheranno a prendere delle misure adeguate, non pensiamoci troppo. Poi, per la prima volta, il numero degli ammalati aumenta visibilmente in Italia, dove viviamo da un anno e mezzo. Va tutto bene, gli addetti stanno facendo del loro meglio per arginare la contagione, tanto siamo al confine con la Slovenia, la vita continua, ma noi cominciamo a seguire la situazione. Vengono messe in quarantena le prime città italiane, si chiudono università, scuole e asili nidi. Iniziamo a seguire da vicino le notizie ed a discutere su come adeguare eventualmente gli impegni di lavoro e famiglia. Negli ultimi quindici giorni la vita a Trieste non era cambiata per niente. Durante il weekend, la gente faceva acquisti, frequentava bar, mangiava nei ristoranti, insomma, usciva, si divertiva, i bambini festeggiavano compleanni, giocavano nei parchi o per le strade, nessuno portava maschere protettive, non c’era paura. Infine, la quarantena è stata estesa per tutta l’Italia, sono stati percepibili i primi segni di disagio e ansia, tante persone con maschere per strada, nuove regole per il transito alle frontiere e notizie dei primi segni di panico anche dalla  Slovenia. Tutti siamo passati attraverso tutta una serie di emozioni, le stesse emozioni, di indifferenza, di ignoranza e di auto-convinzione, “non toccherà a noi”. Poi la sensazioni di panico e disagio, di avere i sintomi del coronavirus, la voglia di fare incetta di tutti i beni necessari e provvigioni di alimenti, seguiti alla fine di un senso di rassegnazione e di accettazione del fatto che la situazione dovrà essere superata, costi quel che costi. La sensazione di essere intrappolati e ansia – anche se ci rendiamo conto che non sarà la fine del mondo, che i nostri nonni hanno sopravvissuto a prove molto peggiori e che si tratta di un’epidemia che un giorno sarà arginata. In un primo momento abbiamo anche pensato se ritornare per questo periodo a Prekmurje, ma abbiamo poi deciso di rimanere a Trieste perché al virus difficilmente si può scappare, ma soprattutto perché avremmo potuto peggiorare le cose nel caso avessimo scoperto di essere contagiati.

In fondo a Trieste siamo stati molto fortunati, dato che le cose da noi si sono sviluppate gradualmente e abbiamo avuto l’opportunità di abituarci lentamente alla nuova situazione. A nostro avviso, la situazione a Trieste è migliore rispetto a quella in Lombardia dove si è aggravata drasticamente e le misure di restrizione sono state emesse da un giorno all’altro. Ed è in questo momento migliore anche di quella in Slovenia, dove le cose stanno cambiando da giorno in giorno. Come famiglia ci siamo preoccupati del fatto di essere lontani dai nostri parenti e dai nostri amici, dalla nostra rete sociale, le persone, che verrebbero subito in nostro aiuto in caso di malattie o incidenti.

Tuttavia, se ci fermiamo a riflettere per un momento, realizziamo che non viviamo nel terzo mondo, che abbiamo ancora a disposizione negozi aperti e ben forniti, disponiamo di acqua corrente, elettricità, farmacie e di centri medici d’emergenza. Insomma, abbiamo ogni cosa a portata di mano, per non parlare di internet, delle consegne a domicilio, della televisione e di popcorn, dei giocattoli e dei libri, ecc. Non rischiamo le nostre vite in mare o per terra fuggendo sperando in una vita migliore come i profughi, non siamo dei senzatetto, non facciamo parte dei milioni di persone in questo mondo che patiscono la fame, non dobbiamo vivere nel timore che le nostre case verranno distrutte da bombardamenti, non siamo a corto di risorse. Non è poi così grave. Quindi ci siamo detti di farci coraggio e di trarre il meglio dalla situazione presente. Certo, il disagio, i dubbi e le incertezze rimangono, ma in questo periodo cerchiamo di fare cose per le quali prima non trovavamo tempo. Parliamo di più con i nostri figli, li aiutiamo con i loro compiti, insieme leggiamo, guardiamo la televisione, giochiamo con il cucciolo nel cortile, prepariamo i pasti e, ovviamente qualche volta ci viene anche da litigare. Potremmo iniziare a pulire a fondo l’appartamento e a riordinare gli armadi, finalmente mettere a posto le fotografie sparse su diversi telefoni, computer, chiavette … Ma ancora non siamo arrivati a questo.

Quello che non è cambiato è la fine delle nostre giornate: preghiamo. E non solo adesso, ma già da molti anni. La preghiera ha rappresentato per noi sempre un’occasione di trovare la calma a fine giornata, un’occasione anche di fare piani per il futuro. Il nostro bisogno di chiedere a Dio il suo aiuto per poter superare questo periodo così difficile è molto forte in questi giorni.

Gli italiani hanno reagito mettendo in atto varie iniziative solidali. I bambini hanno disegnato degli arcobaleni con scritto il messaggio di speranza “tutto andrà bene” e li appendono alle finestre. Venerdì, 13 marzo alle ore 18.00 gli italiani si sono messi a cantare e a suonare dalle finestre e dai balconi, tutti uniti in un grande concerto all’aperto. Sabato, 14 marzo a mezzogiorno invece tutta l’Italia è stata chiamata a ringraziare simbolicamente tutti i medici e gli infermieri con un lungo applauso.

I nostri figli per ora non sembrano essere impauriti. Certo, a nostra figlia che frequanta la terza classe elementare, mancano i compagni.  Al contrario, il suo fratello più piccolo che va in prima elementare, sembra contento di rimanere a casa a fare i compiti. La loro scuola si è organizzata molto bene e ha consegnato il materiale didattico ai bambini. L’insegnante di nostro figlio ha deciso di organizzare lezioni via Skype. Se ci sono domande i bambini possono contattarla. Questa situazione comporta per i genitori molto più lavoro, e crea soprattutto problemi per coloro che non possono restare a casa. Noi due possiamo tutti e due lavorare da casa, anche la sera quando i bambini dormono.

Ecco, come  è la nostra situazione al momento. Come si evolverà nell’immediato futuro, non lo sappiamo, ma speriamo per il meglio. Ognuno di noi si trova in una situazione differente, ognuno di noi deve far fronte a sfide diverse. La situazione è differente per le famiglie con neonati o bambini piccoli, è differente nel caso di persone bisognose o anziane, è differente per i medici e infermieri impegnati in prima linea, è differente per chi deve ancora spostarsi per lavoro, per i commercianti e per chi lavora nel pubblico, per chi vive in città e per chi vive in campagna. È difficile per chi non può più recarsi al posto di lavoro e non può fare home-office, per tutti coloro che non sanno se dopo questa crisi avranno ancora un lavoro. È difficile per chiunque non poter visitare i propri cari nelle case di cura o negli ospedali. Tutti quanti dobbiamo vedere di affrontare al meglio questo virus, insieme e ognuno per sé. Tutti noi possiamo contribuire in un modo o nell’altro affinché l’epidemia e lo stato di emergenza finiscano il prima possibile! Stando a casa ed esponendoci il meno possibile all’infezione, per garantire così delle condizioni di sicurezza a tutti coloro che devono andare al lavoro. #iorestoacasa. Innanzitutto, ai medici e agli infermieri che adesso sono in prima linea, ma non dimentichiamo neanche tutti gli altri che assicurano che le nostre vite funzionino normalmente, i venditori assediati nei negozi, la protezione civile, la polizia, i militari, gli impiegati delle poste o delle consegne a domicilio, i vigili del fuoco, i netturbini urbani che fanno sì che non anneghiamo nell’immondizia, i conducenti dei trasporti pubblici, i camionisti che in questo momento sono rimasti bloccati alle frontiere e che riforniscono i nostri negozi, i volontari e molti altri ancora. Pensiamo anche a coloro che si sono già ammalati e non voltiamo loro le spalle. Non è una colpa.

Vogliamo salutare tutte le nostre sorelle e i nostri fratelli con le parole del salmo 37:3: “Confida nel Signore e fa’ il bene.”

Andrà tutto bene.

Aleksander Erniša, pastore della Comunità Evangelica Luterana di Trieste e sua moglie Maja.