Dai voce al silenzio

“Imparo ciò che vivo” a Trieste – Testimonianza e minoranza slovena

Avvolgersi nelle coperte termiche con cui vengono coperti i rifugiati, naufraghi strappati al mare. Riflettere su cos’è la diversità e perché la pluralità è così bella e importante. Conoscere e ragionare sul perché servono i diritti umani e la Costituzione. Capire come funziona il bullismo e perché il bullo da solo non potrebbe mai agire. Parlare e prevenire i rischi dell’uso dei social. Come adottare un sano stile di vita… Queste e altre domande fanno parte del pacchetto “Imparo ciò che vivo”, il progetto diaconale della CELI sostenuto con i fondi 8xmille realizzato nelle quarte e quinte classi della scuola elementare e nella prima classe della scuola media inferiore.

Da tre anni la CELI offre alle scuole questo progetto della durata di un anno scolastico. Finora hanno aderito la scuola Gesù di Nazareth a Torre del Greco (fino al 2018 gestita dalla CELI) e diversi Istituti scolastici a Roma e a Trieste. Per l’anno scolastico 2019/2020 la Diaconia CELI ha portato il progetto finanziato dalla Diaconia e dalla Comunità Evangelica Luterana di Trieste, (con il sostegno economico in partnership di alcune Comunità Evangeliche Luterane italiane) anche all’Istituto Comprensivo San Giacomo, una scuola della minoranza slovena a Trieste. Si tratta di una scelta dettata anche dalla volontà di far conoscere e di valorizzare una minoranza che a differenza di altre è poco nota in Italia.

In un contesto plurilingue e anche plurireligioso – tra gli allievi ci sono infatti allievi di estrazione cattolica, in classeprotestante, ortodossa, musulmana e anche ebraica – il discorso della diversità e dei diritti acquisisce un valore ancora più profondo che non in un ambiente più omogeneo. I ragazzi che frequentano questa scuola provengono non solo da famiglie slovene, ma anche da famiglie miste italo-slovene, serbo-slovene, slovene-turche o anche da famiglie italiane che vogliono vivere attivamente la multietnicità della loro città. Proprio per questo Daniela Barbuscia, responsabile Diaconia della Chiesa Evangelica Luterana in Italia e Francesca Aliberti, entrambe avvocatesse e responsabili del progetto, durante l’incontro riservato al diritto dell’infanzia, che si è tenuto a fine gennaio, hanno posto la domanda: vi siete mai sentiti discriminati? C’è stato qualcuno che ha risposto di sì…

Va anche detto che in questo effervescente laboratorio multiculturale, la lingua franca fuori dalle aule resta comunque l’italiano.

Il progetto prevede un incontro al mese, concordato con i responsabili delle classi in questione. Non sono solo le due avvocatesse ad incontrare i ragazzi, ma anche professionisti provenienti da diversi ambiti: giudici, ingegneri, medici nutrizionisti o alimentaristi, giornalisti, psicologi e altre persone ancora.

Nell’ambito di questi progetti sono previsti anche tre incontri con i genitori: uno in fase di avvio del progetto, uno a metà percorso (solo con i genitori) e poi uno alla fine. Questo per far partecipare anche le famiglie. Il primo di questi incontri – al quale sono stati invitati i due Istituti Comprensivi di Trieste coinvolti quest’anno nel progetto, ovvero la scuola slovena “San Giacomo”, appunto, e l’I.C. “Tiziana Weiss” – è stato organizzato lo scorso 29 gennaio all’Auditorium “Beethoven” a Trieste con il titolo “Dai voce al silenzio”. Ospite d’onore è stata la testimone delle leggi razziali, Fulvia Levi, nata nel 1930 a Trieste.

In parole tanto semplici quanto pesanti come macigni, ha raccontato ai ragazzi come aveva vissuto all’età di soli Levi3dieci anni l’allontanamento dalla scuola pubblica, la confisca della radio e del telefono il cui possesso era proibito agli ebrei, il fatto che suo padre avesse perso il lavoro e che sua sorella, vicina alla maturità, avesse dovuto abbandonare il sogno di poter studiare all’università. Fulvia Levi ha vissuto tutte le privazioni connesse al fatto di essere diventata di colpo “persona non gradita”, discriminata, “diversa” e perciò senza valore agli occhi della stragrande maggioranza della popolazione che le si rivolgeva con astio e gelida indifferenza. “Era come se fossimo diventati di colpo trasparenti; non esistevamo più”, ha raccontato la donna con voce ferma. “Il fatto che io sia ancora qui a potervi raccontare quanto ho vissuto, lo devo a una persona coraggiosa e con un cuore grande: Adele Zara. Dal momento in cui i tedeschi erano entrati in Italia, dal 1943 al 1945 ha nascosto i miei genitori e me a casa sua a Oriago, sulla riviera del Brenta”. La sorella Bruna, che nel frattempo si era sposata, era invece riuscita a fuggire in Svizzera. Ad Adele Zara – ha sottolineato Fulvia Levi – dobbiamo la nostra vita e il fatto di non essere finiti alla “Risiera di San Sabba” e da lì ad Auschwitz”. Grazie alla segnalazione di Fulvia Levi, Adele Zara fu poi inserita nell’elenco dei “Giusti” dallo Stato d’Israele, per aver salvata la vita a una famiglia ebrea.

Dopo Fulvia Levi sono intervenuti la giudice della Corte di Cassazione, Guicla Mulliri, la responsabile della libreria religiosa San Paolo Store di Milano, Angela Barbuscia e la psicologa dell’infanzia, Giuliana Marin. Per la Comunità Evangelica Luterana di Trieste sono intervenuti la responsabile della diaconia, Christine Fettig e il pastore Aleksander Erniša, che ha tenuto il suo breve saluto in lingua slovena.

 

nd