Il bilancio della Schutzhütte B1 Rifugio a Bolzano

“Così abbiamo aiutato gli ultimi”

Il bilancio della Schutzhütte B1 Rifugio di via Carducci a Bolzano: in 14 mesi di attività ospitati, per un totale di 3587 notti, 128 migranti. La storia di uno di loro.

 La Schutzhütte B1 Rifugio di via Carducci a Bolzano tira le somme. Era il 2015, nel pieno della crisi migratoria che raggiunse anche il cuore dell’Alto Adige, quando un gruppo di volontari, espressione spontanea della società civile, si riunì sotto il nome di Binario 1 per dare una risposta – dovendo spesso anche supplire alle carenze delle istituzioni – alle esigenze immediate delle persone, stremate, in transito verso il nord Europa o che avevano deciso di restare in Italia. “Le pratiche di accoglienza finora non hanno permesso a tutti i richiedenti asilo l’accesso alle misure di accoglienza come previsto dalla normativa nazionale ed europea – spiegano gli attivisti -. Sulla base delle ultime disposizioni provinciali sono rimasti in strada soggetti vulnerabili che solo grazie all’impegno dei volontari hanno in parte potuto trovare un rifugio provvisorio nella chiesa evangelica e/o presso privati”. La Schutzhütte B1 Rifugio nasce allora come luogo di ospitalità e come associazione presso l’edificio di via Carducci 19, a partire da gennaio 2018, grazie alla benevolenza del proprietario, Heiner Oberrauch, presidente del gruppo Oberalp/Salewa Sport, che mette al servizio del progetto lo stabile e si fa anche carico dei costi di manutenzione. Arrivano donazioni private e altri contributi, compresi quelli della Chiesa evangelica in Germania che ha messo a disposizione un fondo limitato che copre fino al 50% delle spese. Nullo invece il sostegno di Provincia e Comune.

A rimboccarsi le maniche, per oltre un anno, c’è la compagnia di volontari composta da Alessio, Annamaria, Caroline, Elizabeth, Elsa, Emanuele, Federica, Florian, Giorgio, Inge, Jürgen, Klaus, Lucia, Ludwig, Manfred, Manuel, Martina, Marzia, Nadja, Patrizia, Monika, Priska, Raimund, Serena, Thomas, Thomas, Uli (“senza cognomi, perché non vogliamo medaglie”), finché il 15 marzo scorso non scade il contratto per l’ospitalità – con una proroga fino ad agosto per l’utilizzo dell’ufficio consulenza e accompagnamento. La casa diventerà un centro per le donne che soffrono di anoressia oppure uno studentato – per la destinazione d’uso Oberrauch sta infatti discutendo con la Provincia. “Siamo alla ricerca di una nuova sistemazione, più piccola perché la situazione relativa ai flussi si è molto ridimensionata – chiosa Mira Kola, una delle anime del Rifugio -, l’intenzione è di continuare con l’attività di sostegno, ma cerchiamo una struttura che abbia almeno un posto letto cosicché in caso di emergenza si possa ospitare una persona bisognosa”.

I tre piani di accoglienza

Il compito assolto dal Rifugio è stato quello di offrire una “ospitalità emergenziale” (della durata di 3 giorni) soprattutto alle persone in fuga appartenenti alle categorie vulnerabili, e cioè – secondo il d.lgs. 142/2015, gli adulti disabili, i minori non accompagnati, gli anziani, le donne in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le vittime di tratta di esseri umani, le persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali; le persone per le quali è accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale e vittime di mutilazioni genitali. Ma anche donne sole e famiglie con figli minori (categorie non menzionate nel d.lgs.). Con una precisazione necessaria: “Tutti, indistintamente – rivendicano i volontari – hanno il diritto all’accoglienza, qualsiasi sia il modo in cui essi sono arrivati in Italia (via mare, via terra, una volta che hanno presentando richiesta d’asilo sul posto”. Per la legge italiana e le direttive europee, infatti, non esistono richiedenti asilo “in quota” e “fuori quota” (ovvero i migranti arrivati in modo autonomo sul territorio e quindi non inclusi nelle quote statali). Il Rifugio ha inoltre proposto il progetto della “terza accoglienza”, ha riservato cioè 4/5 posti sui 23 disponibili, per una durata di massimo tre mesi, a chi è stata riconosciuta una forma di protezione da parte della commissione territoriale e che per regolamento dovevano quindi lasciare le strutture di accoglienza. Terza categoria in stato di necessità è quella costituita da persone che hanno contratto malattie certificate dal Stp, con cui l’associazione ha stretto una fitta collaborazione. In caso di malattie non gravi, ma che richiedono comunque un periodo di convalescenza, le persone vengono ospitate per il periodo previsto dal certificato medico.

Nel report stilato dal Rifugio sulla propria attività lunga 14 mesi si legge che sono state ospitate in tutto 128 persone, provenienti da 21 paesi diversi, dall’Afghanistan alla Nigeria, dalla Siria al Gambia, per un totale di 3587 notti. Tradotto: senza questo servizio a Bolzano per 3587 notti un richiedente asilo avrebbe dormito all’addiaccio. 30 sono le donne sole soccorse e 44 gli uomini, 6 le famiglie e 11 le coppie. L’aiuto non si è però limitato unicamente a dare un tetto sopra la testa alle persone ma si è concretizzato anche in una presenza costante al loro fianco, assistendole con le pratiche burocratiche legate alla domanda di protezione internazionale, per esempio, o accompagnandole ai colloqui con gli assistenti sociali del Sis e nella ricerca di lavoro oppure di casa, organizzando corsi di lingua, o anche fornendo un sostegno allo studio.
Tutti, indistintamente hanno il diritto all’accoglienza, qualsiasi sia il modo in cui essi sono arrivati in Italia (via mare, via terra, una volta che hanno presentando richiesta d’asilo sul posto”. Per la legge italiana e le direttive europee, infatti, non esistono richiedenti asilo “in quota” e “fuori quota”

E l’effetto del lavoro svolto dall’associazione è tangibile. Qualche esempio: la pressione fatta sulle istituzioni per accogliere le donne sole ha condotto di fatto a un aumento dei posti a disposizione che passano dai 6 di inizio anno ai 22, per questa specifica categoria, presso la struttura Conte Forni a Bolzano. Non solo. Quest’anno la Provincia ha aperto il Lemayr come “centro di transito per richiedenti asilo vulnerabili” (definizione peraltro identica a quella scelta da e per il Rifugio) dove vengono accolti i “fuori quota” e anche altri vulnerabili che non hanno diritto all’accoglienza; si è “chiusa” l’accoglienza in albergo; è stata istituita la sezione salute del Lemayr – il centro per le persone con certificato medico – gestito in collaborazione con l’ambulatorio Stp (Ambulatorio Stranieri Temporaneamente Presenti sul territorio, che non sono ancora in possesso dei requisiti che servono per l’accesso al sistema sanitario nazionale). Degno di nota infine il fatto che funziona tendenzialmente molto meglio il servizio minori MSNA, con i ragazzi che vengono inseriti nel circuito di accoglienza quasi da subito.

La storia di A.

Fra le “vite sospese” che i volontari hanno incontrato in questi anni c’è quella di A., ivoriano giunto in Italia con i barconi, nel dicembre del 2017. Una volta sbarcato, da solo, riportano i membri dell’associazione, si dirige verso Nord con l’intenzione di raggiungere la Germania. Al Brennero viene rispedito indietro e come tanti altri, non sapendo dove andare, è rimasto a Bolzano. A causa di forti dolori alla mano destra si reca all’ambulatorio Stp e i medici segnalano il caso ai volontari del Rifugio. “Decidiamo di ospitarlo per alcuni giorni. Non parla italiano, è tutto ricurvo e molto silenzioso. Non riusciamo a dire se la sua sia timidezza perché a volte sembra quasi impaurito. I primi tre giorni rimane rintanato in stanza. Quando entriamo per chiedergli se vuole una tazza di tè caldo lo troviamo sempre seduto, spalle alo muro e in silenzio. Dovrà passare quasi un mese prima che A. inizi ad alzare le spalle”. In questo periodo le mascelle di A. sanguinano, il ragazzo racconta che in Libia, nei centri di detenzione, lo avevano ripetutamente picchiato in bocca col calcio del fucile. Anche alla mano presenta diverse fratture, frutto delle torture subite. A. non riesce a mangiare, in ospedale si scopre che soffre di diverse patologie. È scappato di casa, racconta, perché il padre della sua ragazza, un militare, lo voleva uccidere. Durante la fuga i soldati hanno ammazzato uno dei suoi fratelli mentre cercava di indicargli la strada per scappare, a quel punto ha portato via con sé la madre e il fratellino. Attraversano il deserto e arrivano in Libia dove vengono separati: donne e bambini in un carcere, gli uomini in un altro. A. non sa più niente della madre e del fratellino ma conosce bene le angherie che sono costrette a subire le persone in Libia, specie le donne. Particolarmente provato da ciò che gli è accaduto A. non riesce a dormire la notte. Non può accedere a uno dei centri di accoglienza in Alto Adige perché non rientra nelle quote statali, può usufruire solo del dormitorio notturno. “Decidiamo che A. sarà un’eccezione, che cercheremo di aiutarlo ad entrare in accoglienza, come da suo diritto e nel frattempo faremo il possibile per aiutarlo a stare meglio. Prolunghiamo l’ospitalità per lui oltre i 5 giorni”. A. viene affidato alle cure di un etnopsichiatra, fa una visita dermatologica che certifica i gravi segni delle torture. Le cose migliorano: i problemi con il sonno si attenuano, il giovane comincia a imparare l’italiano con i corsi offerti da una volontaria del Rifugio. Il percorso di accompagnamento prosegue con la presentazione della richiesta di asilo in questura, con l’orientamento tra i servizi presenti sul territorio, con i colloqui con gli assistenti sociali. Passano i mesi, A. non riceve praticamente alcun tipo di aiuto tranne quello legale offerto dalla Consulenza profughi, né gli viene consegnato il pocket money, finché il 6 ottobre entra in un centro di accoglienza straordinaria della Provincia.
Non è mai stata nostra intenzione puntare il dito contro qualcuno, quello che abbiamo fatto è stato operare laddove non c’era nessuno

Una vicenda, quella di A., che non rappresenta un caso isolato in Alto Adige. “Non è mai stata nostra intenzione puntare il dito contro qualcuno, quello che abbiamo fatto è stato operare laddove non c’era nessuno”, precisano i volontari che nell’analizzare la situazione osservano che uno dei punti deboli permanenti è quello della collaborazione e riconoscimento tra la rete formale e quella informale. “A nostro avviso questa parte si potrebbe migliorare rafforzando e moltiplicando i momenti di conoscenza reciproca. Portare l’attenzione verso quello che è l’obiettivo comune e definendo di passo in passo protocolli che possano e debbano definire ruoli e responsabilità”. Da migliorare anche le relazioni con i media che dovrebbero essere coinvolti anche in programmi di formazione e sensibilizzazione in modo che ci sia una collaborazione reale e proficua. Infine i membri del Rifugio accendono i riflettori sulla necessità di un planning accurato a breve, medio e lungo termine: “Uscendo dallo stato di emergenza, ormai oltrepassato da un bel po’ e con una attenzione particolare alla programmazione si possono evitare problematiche come quella della terza accoglienza e/o sistemazione alloggiativa”. Vedremo come la Provincia affronterà questo secondo capitolo del “romanzo migratorio”: la cosiddetta e tanto sbandierata “integrazione”.

Sarah Franzosini (8/07/2019, https://www.salto.bz/de/article/06072019/cosi-abbiamo-aiutato-gli-ultimi?fbclid=IwAR3CQJjtHpgjrOmvb95Y8-B0CLIE7DRQQM3r2Qaxy4qOd66g6vcuVdec_NI)