«La fine di un incubo. Ora affrontare le migrazioni in modo strutturale»

Il professor Paolo Naso è il coordinatore del progetto Mediterranean Hope della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Da lui ci facciamo raccontare come si è sbloccata la vicenda dei 49 migranti e il perché dell’ennesimo impegno delle chiese evangeliche.

Finalmente si è chiuso il caso Sea Watch e dieci persone a bordo della nave (probabilmente famiglie con bambini) saranno accolte dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), insieme alla Diaconia valdese e il sostegno della Tavola valdese. Una bella notizia questa e un bell’esempio di accoglienza ma che parte da lontano. E’ così professor Naso?

«Certamente. Ieri finalmente si è messo fine a un incubo, vissuto da quarantanove persone. Donne, bambini e uomini, che da giorni erano balia del mare su due imbarcazioni precarie e in condizioni difficili. L’aver potuto contribuire a porre fine a questa tragedia è per noi come credenti evangelici e come chiese evangeliche motivo di grande soddisfazione. Dieci di queste persone saranno affidate nelle mani della Fcei e della Diaconia valdese, grazie alla ragionevolezza e a una mediazione governativa che non è stata facile. Seppur vi siano state anche discussioni “divisive” in occasione dell’incontro di Gabinetto, è prevalsa la linea della ragionevolezza, dell’umanità e della tutela dei diritti umani».

Con quale formula saranno accolte le persone (probabilmente famiglie con i loro bimbini)?

«Il nostro dispositivo di accoglienza guarda al futuro, non al solo presente. L’accoglienza seguirà lo stesso modello messo in campo per i Corridoi umanitari: integrazione e accompagnamento in base alle necessità e alle prerogative delle persone individuate. Oggi è necessario trovare nuove strade. È inutile illudersi che le migrazioni siano fenomeni temporanei, continueranno e saranno sempre di più frequenti. A causare le migrazioni sono le condizioni disumane nelle quali molte persone si trovano a dover vivere, pensiamo alla Libia, sono i cambiamenti climatici, le povertà, le guerre, tutti motivi reali che spingono, a rischio della vita, qualsiasi “strada” per raggiungere in luoghi sicuri, percorrendo anche la strada delle migrazioni irregolari.

Dunque?

«La nostra azione mette al centro l‘Europa che garantisce le quote di accoglienza; se queste saranno realizzate in tempi più rapidi, in modo più efficiente e collaborativo tra gli Stati membro, sarà possibile ragionare su vasta scala. Nel nostro piccolo cerchiamo di contribuire ad indicare un modo possibile per gestire la crisi migratoria».

C’è un’Italia che impone chiusure e un’Italia che apre, accoglie: questa è rappresentata da parte della società civile, associativa e religiosa. Perché la scelta è caduta sulle chiese evangeliche e protestanti? In tanti si erano detti disponibili ad accogliere le persone della Sea Watch.  

«Perché il governo abbia scelto la Federazione delle chiese evangeliche in Italia, la Diaconia valdese e la Tavola valdese, è difficile a dirsi. Certamente, siamo stati tra i primi a denunciare l’insostenibilità delle condizioni di vita sulla nave; giovedì della scorsa settimana abbiamo ufficialmente espresso la nostra disponibilità, con un comunicato, ad accogliere le persone costrette a bordo. Un gesto di collaborazione inviato al governo italiano per cercare di garantire una soluzione adeguata e rispettosa dei diritti umani; una decisione ribadita tra venerdì e sabato con un nuovo comunicato. Nel frattempo la vice presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia Christiane Groeben ha avuto la possibilità di incontrare le persone a bordo della Sea Watch accompagnando una delegazione di parlamentari tedeschi e potendo così osservare in prima persona ciò che stava avvenendo. Ciò che la vice presidente ha visto e poi riferito ha rafforzato la convinzione di prendere contatto con i due ministeri interessati per confermare, e questa volta in modo formale, le intenzioni dei precedenti comunicati stampa. La determinazione con cui ci siamo mossi, forse, ha convinto le nostre istituzioni.

Torniamo al tema accoglienza. Come sarà articolata e dove?

«Come dicevo applicheremo la stessa metodologia utilizzata per i “Corridoi umanitari”, il progetto ecumenico e pilota in Europa promosso dalla Fcei, dalla Comunità di sant’Egidio e sostenuto attraverso i fondi Otto per mille dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi. Sarà un percorso di accoglienza diffusa e d’integrazione insieme. Lo faremo grazie alla Diaconia valdese, probabilmente in Piemonte, o nel Centro Italia, verosimilmente utilizzando la  Casa delle Culture di Scicli(Rg). Ma è ancora presto, prima dovremo sapere il numero esatto delle persone, se sono nuclei famigliari o singoli, per trovare loro la soluzione migliore. Crediamo fortemente nel valore dell’integrazione sia perché fa bene ai richiedenti asilo e ai migranti, sia perché fa bene agli italiani e all’Italia intera. L’immigrato se integrato è una risorsa per il Paese; non integrato può diventare un problema per sé stesso e per il suo progetto migratorio».

Una posizione forte, anche civica si potrebbe dire. E così?

«Il percorso intrapreso dalle chiese evangeliche crediamo e speriamo possa restituire a queste dieci persone – così com’è avvenuto per altre grazie ai Corridoi, oltre 1500 – un’autentica prospettiva di vita dignitosa, rispettosa dei diritti e sicura. Lo faremo, certi di poter contare sul sostegno di tanti italiani che, malgrado questi tempi difficili, credono ancora che l’integrazione sia non soltanto un valore ma una buona pratica, un valore arricchente per tutta la società».