Pena di Morte

Il Sinodo della CELI contro la pena di morte
Approvato dal Sinodo della CELI nel 2001 a Nicolosi (CT) con delibera 2001/XXI

 

I.

Così come ogni vittima di reato ha diritto alla giustizia, il diritto cioè che il reo sia punito, anche ogni reo ha diritto alla propria punizione.

Ma ogni punizione deve esser lo specchio terreno della giustizia di Dio, cioè essa deve – fin dove è possibile – aiutare la vittima a conseguire una compensazione del torto subito ed offrire al reo il perdono nella “promessa della nuova vita” (reinserimento sociale).

II.

La pena di morte nega il possibile senso positivo della punizione e nega la possibilità del cambiamento del reo: lo rende “un caso disperato”. Ma la speranza di salvezza e di liberazione non deve mai abbandonare la società.

Una società che punisce con la morte ha il pregiudizio che il reinserimento sociale sia escluso, liberandosi così della responsabilità che ha nei confronti del reo come membro della stessa società di diritto.

III.

L’ultima parola sulla vita di un essere umano deve essere lasciata a Dio. Con la pena di morte l’uomo si arroga questo diritto. Così si pone al di sopra della sovranità di Dio e si elegge ultimo giudice. Questo è contrario all’Evangelo.

Nella crocifissione di Gesù, Dio ha espresso il suo giudizio definitivo: l’espiazione per la colpa umana è avvenuta, la pena di morte è stata compiuta per l’ultima volta.

La pena di morte sul Golgota significa risurrezione. Poiché il giudice è anche il salvatore.