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Smentito l'imminente rientro dei metodisti nella Chiesa d'Inghilterra

04.03.2010

“Il Signore non ci ha ancora messi da parte: il popolo e la chiesa metodista sono ancora vivi e vegeti”. Con queste parole il pastore David Gamble, presidente della Conferenza metodista britannica, ha rassicurato i metodisti inglesi sul fatto che la loro chiesa non sta per sciogliersi e rientrare in seno alla chiesa anglicana. Speculazioni su questa possibilità erano nate da un discorso tenuto dallo stesso Gamble al Sinodo generale della chiesa d'Inghilterra lo scorso 11 febbraio. In quell'occasione il presidente dei metodisti britannici aveva dichiarato che “i metodisti sono pronti a cambiare e anche a smettere di esistere come chiesa” in vista di una missione cristiana più efficace. La frase ha fatto immediatamente il giro del mondo e, soprattutto delle chiese metodiste britanniche, tanto da richiedere una lettera pastorale chiarificatrice, pubblicata interamente dal settimanale “Methodist Recorder” del 25 febbraio scorso (www.methodistrecorder.co.uk). La lettera chiarisce che le affermazioni di Gamble si riferivano al Patto tra anglicani e metodisti sottoscritto nel 2003 e nel quale vengono definite ampie aree di cooperazione, con l'obbiettivo di raggiungere la massima espressione possibile di unità tra le due chiese. In questo senso il pastore Gamble ha espresso agli anglicani la disponibilità dei metodisti a “creare una nuova e più ampia espressione della chiesa universale”, che può comportare anche la rinuncia all'esistenza come singola chiesa, “in vista di una predicazione cristiana più efficace e in obbedienza alle esigenze del Regno di Dio”. “Questo progetto di unità – ha però rimarcato Gamble – richiede che anche i nostri partner siano disposti a fare lo stesso. Abbiamo così chiesto gentilmente ma risolutamente al Sinodo anglicano se anche la loro chiesa fosse preparata ad assumere lo stesso impegno e a lasciarsi trasformare per il bene dell'evangelo”.

Al momento, dunque, l'unione tra metodisti ed anglicani non ci sarà; continua invece il cammino di una cooperazione sempre più stretta all'interno della quale rimangono da sciogliere alcuni nodi cruciali, quali l'interscambiabilità dei ministeri, la forma di strutture decisionali comuni, il ruolo delle donne nella chiesa e la questione dell'episcopato.

 

 

(NEV, 9/2010)

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