Alto Contrasto

Gli immigrati, la religione e l’integrazione

di Paolo Naso, politologo, coordinatore di Essere chiesa insieme

Le comunità religiose degli immigrati costituiscono una presenza sempre più visibile e socialmente rilevante. Per anni si è parlato soprattutto dei musulmani e dei centri di preghiera che sorgevano come funghi in città che osservavano sorprese e preoccupate questa nuova presenza. Ma oggi ad oltre un milione di musulmani si sono aggiunti almeno ottocentomila ortodossi che molto spesso si riuniscono in chiese cattoliche dismesse e circa trecentomila evangelici provenienti soprattutto dall’Africa occidentale, dalle Filippine, dalla Corea del Sud e da alcuni paesi dell’America Latina. Oltre ovviamente a molti altri credenti sikh, induisti, buddhisti e così via.

La storia ormai più che centenaria dei grandi flussi migratori ci insegna che la religione, le sue tradizioni e i suoi simboli, costituiscono dei beni preziosi che ogni migrante porta con sè e che, spesso, rivaluta ed enfatizza proprio nel paese in cui finisce per stabilirsi. La religione costituisce dunque un importante elemento dell’identità dei migranti, la radice forse più solida di una cultura e di una tradizione che, almeno all’inizio del loro percorso di integrazione, essi intendono proteggere con particolare determinazione. Idealmente, infatti, la religione aiuta a riconnettersi con quello che si è lasciato e ad affrontare l’impatto con nuove culture e nuovi comportamenti. Per migliaia di donne dell’est europeo, per fare un esempio, la parrocchia ortodossa è uno dei pochi spazi di socializzazione e di ritrovo al di fuori degli ingranaggi di impegnativi lavori di cura. Per molti immigrati la pratica religiosa e l’incontro con sorelle e fratelli nella fede costituiscono quindi una risorsa spirituale e sociale di primaria importanza.

Riconosciuta questa realtà, però, la storia dei processi migratori insegna anche che le comunità religiose possono svolgere funzioni sociali molto diverse e talvolta di esito opposto. In qualche caso possono costituire un muro che paradossalmente rallenta il percorso di integrazione: comunità chiuse, impermeabili all’esterno, autocentrante, alimentano un’identità statica, sempre uguale a se stessa, estranea se non antagonista alla società circostante. Alcune moschee nel Regno Unito ma anche molte chiese evangeliche, ad esempio nei paesi scandinavi, hanno finito per costituirsi come un muro di protezione ma anche di isolamento dal contesto sociale, con effetti drammatici dal punto di vista dell’integrazione. Ma, nella misura in cui riescono ad aprirsi all’esterno e a stabilire positive relazioni con le corrispettive realtà italiane, le comunità religiose possono anche essere un ponte, un potente vettore di percorsi di integrazione ed inclusione sociale. L’intera esperienza di Essere chiesa insieme, sia pure nella varietà e nella flessibilità dei modelli sperimentati, va in questa direzione.

La novità di questa settimana è che il governo ha finalmente deciso di prendere atto di questa “ambiguità” del ruolo sociale delle comunità di fede degli immigrati, delle sue potenzialità ma anche dei rischi che essa porta con sè. Ed a questo riguardo, la decisione del ministro Riccardi di istituire una Conferenza permanente sul tema “Religioni, Cultura, Integrazione” costituisce una novità rilevante. Sbaglia chi pensa che con questo si vogliano “confessionalizzare” le politiche migratorie sottraendole a un pubblico confronto laico. Al contrario, la Conferenza affida alle comunità di fede una decisiva funzione civile: il riconoscimento del loro ruolo sociale, infatti, implica che esse si attivino molto più di quanto hanno fatto sin qui per sostenere percorsi di apprendimento della lingua, di promozione della cultura della legalità, di conoscenza dei fondamenti costituzionali: in una parola, di “integrazione”. Alcune comunità sono più pronte di altre a raccogliere questa sfida, altre saranno più lente e persino reticenti. Ma vedere allo stesso tavolo cattolici e buddisti, sikh e ortodossi, evangelici e buddhisti conferma quello che da anni è evidente : l’immigrazione sta ridisegnando il profilo religioso dell’Italia ed è tempo che a questo cambiamento le istituzioni garantiscano il dovuto riconoscimento culturale e giuridico.

(nev-notizie evangeliche 12/2012)